Qualcosa nell’aria di Olivier Assayas: adolescenza e controcultura nella Parigi post maggio ’68

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Tra noi e l’inferno o tra noi e il cielo c’è solo la vita, che è la cosa più fragile del mondo” (Blaise Pascal)
Qualcosa nell’aria (Après Mai) è uno di quel film che si impone immediatamente agli occhi dello spettatore per la forza evocativa delle immagini tese a restituire con efficacia, come da titolo, le atmosfere dei primi anni settanta: l’ibrido di un’epoca in transizione in cui l’effervescenza, l’energia creatrice, gli ideali rivoluzionari  e le istanze libertarie della controcultura sessantottina cominciano a strutturarsi e a scindersi in movimenti, gruppi, associazioni più dogmatici, spesso in conflitto tra loro, esigendo prese di posizioni ed impegno politico.

Olivier Assayas qualcosa nellaria

Gilles (ottimo esordio di Clément Métayer, perfetto nel ruolo) ed i suoi amici, liceali parigini, si trovano a vivere sulla propria pelle questo dissidio interiore, scissi tra il richiamo di una militanza politica alla quale sacrificare le aspirazioni personali e il desiderio di seguire una propria strada, specialmente artistica. Ma sarà soprattutto Gilles, personaggio al tempo stesso reale e simbolico – tratteggiato sulle vicissitudini giovanili del regista – a farsi portavoce di una dialettica tematica che sorregge tutto il film: quella tra l’arte e l’impegno politico. Jilles dirà, ad un certo punto: “io vivo nella mia immaginazione, se la realtà bussa alla porta, non apro”. L’arte richiede infatti il ripiegamento in una dimensione più individuale, anche se sempre, o quasi, attinge dal sociale; mentre la lotta politica, la militanza vera e propria, richiede ed esige un impegno, un’abnegazione totale del sé, per muoversi verso un ideale collettivo che trascende ogni singola aspirazione.

Olivier Assayas qualcosa nell'aria

Gilles rappresenta così il paradigma di questa condizione dell’artista di sempre, colui che partecipa della realtà del suo tempo, ma sempre con il distacco dovuto, uno sguardo che tutto coglie ma che poi, in solitudine, rielabora l’esperienza, per arricchirla della giusta portata universale che sempre l’arte richiede. Se la militanza politica non può che avvenire in una dimensione necessariamente collettiva, il processo artistico si svolge invece nell’assoluto ripiegamento solipsistico e, talvolta, esauritosi nello sforzo realizzativo, riesce persino a fare a meno della legittimazione dello sguardo altrui. Emblematica, in tal senso, la scena della festa in cui Jilles ritrova Laure (Carole Combes), una ragazza dalla quale è magneticamente attratto, uno spirito davvero libero e, come tale, anche egoista (i legami, tautologicamente, legano), una sorta di musa ispiratrice alla quale mostra i suoi nuovi disegni per poi subito bruciarli (“erano per te,  ora che li hai visti, posso anche distruggerli”); il fuoco sarà un elemento ricorrente in tutto il film, a partire  dalle fiamme reali che divampano in diverse scene (i compagni di Jilles lanciano delle bombe molotov contro la struttura di sorveglianza della scuola e finiscono per ferire, involontariamente, un vigilante, motivo per cui saranno costretti ad allontanarsi dalla Francia durante il periodo estivo), passando per quelle spirituali sprigionate dal sacro fuoco dell’arte, fino ad arrivare a quelle simboliche del tempo dell’adolescenza che consuma sé stesso frettolosamente. Questa dialettica tra arte – fine a sé stessa, un’esigenza spirituale che si placa nel momento in cui trova la propria forma – e politica – mezzo per perseguire cambiamenti sociali – abbiamo detto, sorregge tutto il film ed è presente sia all’interno del protagonista Jilles, così come nelle divergenze caratteriali tra lui ed il suoi amici: alcuni, come Christine (Lola Créton), sceglieranno la militanza, sacrificando persino l’amore, altri, come Alain (Félix Armand), alla fine decideranno di tornare a studiare, rimettendosi sulla carreggiata di un percorso più personale. Jilles – in parte seguendo i suoi amici uniti a gruppi militanti in giro per l’Italia – in parte deciso a non disperdere le proprie aspirazioni artistiche alla fine troverà il giusto mezzo nel cinema, l’unica arte capace di mediare tra dimensione pubblica e privata perché: “il cinema è il luogo dove il ricordo può rivivere, dove ciò che è perso può essere ritrovato“.

Interessante, a tal proposito, le riflessioni estetiche – condotte anche qui dialetticamente tra i due opposti dell’arte e della politica, rappresentati rispettivamente da Jilles ed alcuni documentaristi militanti – sul linguaggio cinematografico: un cinema impegnato politicamente, teso a denunciare e destrutturare le vecchie istituzioni e finanche a mettere in discussione l’idea stessa di Stato, portavoce del nuovo, che vuol farsi promotore di una rivoluzione culturale, secondo Jilles – ed è l’artista che parla – dovrebbe adottare una nuova sintassi, farsi sperimentale, cercare nuove forme, una comunicazione capace di rompere totalmente con quegli schemi precostituiti che ingabbiano, veicolano e definiscono la ricezione stessa del contenuti;  secondo i registi militanti invece ciò che conta è il messaggio di quel che si vuole comunicare ed esso deve essere quanto mai diretto, semplice, efficace, capace di parlare alle masse degli operai per i quali il cinema sperimentale potrebbe invece essere addirittura uno shock.
Se l’arte è ricerca costante e sperimentazione di nuove forme, anzi, essa stessa non può che essere pura forma ed autonomia espressiva, la politica deve invece piegare tutto al messaggio che si vuol trasmettere e, come tale, può sacrificare la forma a favore dell’emergere del contenuto.
La dialettica costante tra dimensione artistica e dimensione politica si scinde a sua volta in dimensione spirituale e materiale. Le scene ambientate nella natura – il ripiegamento nella quale aveva contraddistinto i movimenti nati nel ’68 – si alternano a quelle urbane in cui le strutture, quasi anguste, delle varie istituzioni (liceo, fabbriche, ma anche uffici ed interni di case di evidente gusto ed impronta borghese: queste ultime rimandano agli interni di The Dreamers di Bertolucci, forse una citazione, forse una necessaria connotazione dell’epoca) si contrappongono agli spazi aperti e suggestivi della campagna francese e italiana, a simboleggiare le istanze spirituali che provenivano dall’Oriente in opposizione a quelle più strutturate e materialiste della militanza politica. Due visioni che si contrappongono e che hanno contraddistinto proprio gli anni post ’68: una più libertaria, più intimista, specificamente anarchica, votata alla ricerca e realizzazione di quel sé autentico che riesce finalmente a spogliarsi di tutte le sovrastrutture ed i condizionamenti sociali, un’altra di matrice più prettamente materialista per cui il cambiamento avviene e può darsi solo nella Storia, attraverso una lotta capace di ribaltare le forze di potere. Gli ambienti, sia quelli naturali che quelli urbani – così come la musica, una selezione di ciò che realmente il regista ascoltava negli anni e che quindi ha una valenza propriamente intimista – hanno un’importanza determinante in quanto i personaggi si muovono, acquistano spessore ed acquisiscono una gestualità proprio a seconda dei luoghi in cui si trovano, ricevendone un’impronta, ricavandone un’energia che è per essi vitale.
Nella forza evocativa delle immagini di Qualcosa nell’aria avviene compiutamente e, oserei direi, straordinariamente, quel passaggio tra sceneggiatura – ricordiamo che Assayas ha ricevuto il premio Osella per la miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Venezia – e regia che solo rarissime volte, nel cinema, fa gridare alla piena riuscita di un film.
Tanto altro ci sarebbe da aggiungere, ad esempio sarebbe interessante discutere dei ruoli femminili che, seppure pienamente immersi nel clima della controcultura post ’68, faticano a svincolarsi dai consueti ruoli borghesi (Chistine sacrifica i suoi desideri personali, come quello di stare accanto a Jilles, che pure amava, per darsi tutta nella lotta politica eppure a lei sono affidati i ruoli marginali di rispondere al telefono, di fare la spesa e cucinare), o anche delle varie citazioni artistiche (testi, dipinti, album musicali) che compaiono nel film, ognuna di esse con un valore personale, autobiografico, ma mai soltanto decorativa o apparentemente ricostruttiva dello spirito dell’epoca, sempre invece puntalmente funzionale allo svolgimento drammaturgico della storia.
Nelle sale italiane a partire dal 17 gennaio, Qualcosa nell’aria è un film imperdibile ed interpretabile su più livelli: immagini che fanno immergere lo spettatore nelle atmosfere tipiche del periodo post ’68, ma non un film specificamente su quegli anni, quanto sulla precarietà e fragilità dell’adolescenza, epoca di aspettative, ferventi attese, desideri, trasformazioni in divenire, la quale si pone, analogicamente, nel corso delle nostre esistenze, così come quel periodo in cui tutto sarebbe potuto accadere, quel dopo maggio francese del ’68,  si colloca, a posteriori, nella Storia della cultura occidentale.

Rita Ciatti

Scheda del Film

Titolo: Qualcosa nell’aria (originale: Après Mai)  – Produzione:  -Nathanaël Karmitz, Charles Gillibert  Produzione esecutiva in Italia: INDIGO Films, Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori– Genere: drammatico – Durata: 122’– Regia: Olivier Assayas– Sceneggiatura: Olivier Assayas  – Attori Principali: Clément Métayer, Lola Créton, Félix Armand, Carole Combes, India Menuez –  Fotografia: Eric Gautier – Montaggio: Luc Barnier, Mathilde Van De Moortel – Costumi: Jurgen Doering– Suono: Nicolas Cantin – Scenografie: François Renaud Labarthe – Distribuzione Italia: Officine UBU

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