Quando a morire non è solo Eco

il pendolo di Foucault umberto eco
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Il 19 Febbraio 2016 ce lo ricorderemo sicuramente come un giorno drammaticamente triste; muore Umberto Eco, grande scrittore, grande uomo di cultura, linguista, letterato, semiologo, filosofo, saggista. Muore Umberto Eco, portando via con sé tutto il valore che ha assunto per oltre cinquant’anni, grazie al suo intenso studio e al suo carisma. Muore Umberto Eco, l’ultimo baluardo della letteratura italiana all’estero.

Tempo fa mi imbattei per caso in un video di YouTube, un suo intervento per il Salone del Libro di Torino del 2011. Ammetto di averlo detestato a lungo, per quella brutta abitudine dei professori di liceo a obbligare i propri studenti a leggere i grandi classici italiani. Lessi Il Nome della Rosa svogliatamente, senza nemmeno finirlo, prendendo questa lettura come un’imposizione e non come il piacere che adesso mi provoca. Ho cominciato ad apprezzare il grande Eco dopo quell’intervento. Ero una mosca bianca, una tra i pochi che dicevano che quel libro non era niente di che; certo, una bella storia, ma nulla che facesse davvero appassionare. Più o meno le parole che usò lui per descrivere il romanzo che, anzi, definì come il suo peggiore. La simpatia che cominciai a nutrire nei suoi confronti crebbe esponenzialmente. Mi affascinò soprattutto il fatto che, in fondo, seppur uomo culturalmente difficilmente raggiungibile, fosse essenzialmente umano. Un idolo non lo è mai. Tantomeno un vate.

Disse di Berlusconi dopo aver abbandonato l’Arnoldo Mondadori Editore, scrisse sull’estetica di San Tommaso “guarendo” dalla fede, sui social media e sulla polemica contro Pasolini; Umberto Eco era pop nel senso di popolare, ma mai banale. I suoi saggi erano innovativi, dal confronto Joyce-Manzoni, alla difficoltà di saper tradurre bene e cosa comporti in realtà una traduzione, fino – ed ecco il suo carattere pop –  al personaggio “Mike Bongiorno”.

Umberto Eco era eccentrico e proprio per questa sua dote riuscì a rimanere al centro del panorama culturale italiano e non solo per oltre cinquant’anni. Dagli esordi come Dedalus fino ad arrivare alle quaranta lauree honoris causa, ha saputo sfruttare il suo sapere al servizio delle materie anche le meno degne della sua mente. Inveì contro i social network durante l’ultima cerimonia di laurea all’Università di Torino e contro il giornalismo che nasconde la verità, sebbene collaborasse fin dalla fondazione con il settimanale L’Espresso. Era ossessionato, forse, dalle teorie del complotto, tema su cui basa l’ultimo romanzo pubblicato, Numero Zero, uscito lo scorso anno il giorno del suo compleanno. Eco si spegne a pochi mesi dall’uscita del saggio Pape Satàn Aleppe, anticipata alla prossima settimana, una raccolta delle Bustine di Minerva.

Quando muore un personaggio la prima reazione è lo sgomento, ma se il caso specifico non è poi così rilevante, passato un po’ di tempo ci si dimentica anche del nome, rievocato al massimo da qualche accanito fan. Semplicemente decade, come qualcosa di mai così eccezionale.
Quando muore un vate la prima reazione è l’incredulità. Si ha una considerazione talmente alta di quell’ideale di uomo che non ci si aspetta possa essere umano o che, addirittura, possa morire. Abbiamo una storia letteraria che funziona dalla metà del ‘200 più o meno come una staffetta: si raccoglie il testimone non appena un grande lo lascia fra le mani del prossimo. Leopardi, Manzoni, D’Annunzio, Eco. Ma questa volta la gara è finita.
Michela Bonamici

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