Quando le parole uccidono

donna
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Chi non ha mai sentito “… è inevitabile, il maschio è per sua natura cacciatore …”!
Esistono parole apparentemente innocue come queste, buttate lì da qualcuno quasi per scherzo, che, aleggiando nelle stanze dei nostri amici o delle nostre famiglie, finiscono per incollarsi sulla pelle e difficilmente si riesce a staccarle via.
Così nasce un grosso fraintendimento, nasce all’interno dell’immaginario collettivo ed ha il potere di influenzare i comportamenti delle donne e degli uomini.
Il maschio è per sua natura cacciatore” è una frase fatta di parole impregnate di un arcaico e pericoloso equivoco, che vede le donne diverse dagli uomini per un concetto esclusivamente di natura e non di cultura.
Questa abitudine perpetrata dalle famiglie e dai media ad impartire una educazione molto diversa tra maschi e femmine, ha generato personalità ingessate in stereotipi universalmente riconosciuti, ed ha contribuito ad alimentare questo grande malinteso concettuale.
Ancora oggi le bambine sono spinte ad occuparsi delle faccende domestiche mentre i bambini sono dispensati perché incentivati a sviluppare la loro più avventurosa “natura” fuori casa. Il fatto che sia principalmente la donna a gestire la casa ed i figli non vuol dire che sia dovuto ad una naturale predisposizione della donna alle attività domestiche, piuttosto si tratta di un fenomeno prettamente culturale.
Il rischio che può nascere è un forte disagio psicologico da parte sia delle donne che degli uomini, non sentendosi perfettamente a proprio agio con i modelli che la società, sapientemente nascosta dietro una ipotetica “natura”, ha assegnato loro aprioristicamente.
Può capitare che una bambina si senta meno portata per le attività domestiche, che non ami il rosa e che non le piaccia giocare con la Barbie o con il forno per i dolci.
Per tutte queste ragioni o per tante altre, può capitare che questa bambina venga scherzosamente definita “maschiaccio” con quel malizioso sorriso che cela una impercettibile sfumatura di orgoglio.
Mi domando se in quella sfumatura non risieda una catartica volontà inconscia di liberare le proprie bambine dalla condizione di modello stereotipato oppure se, più semplicemente, il modello maschile ha il potere di esercitare un fascino superiore rispetto al modello previsto per le femmine.
In questo contesto arcaico-culturale, se l’uomo cresce con la convinzione di essere cacciatore, o meglio con la convinzione che tutti si aspettino da lui che sarà cacciatore, dovrà comportarsi da tale.
Ci si domanda: ”Ma se l’uomo è cacciatore, chi sarà mai è la preda?” Purtroppo la risposta è semplice: la donna. “Ma cosa fa il cacciatore?“. Semplice: uccide.

Le parole fanno paura, perché a volte le parole si trasformano in pensieri e i pensieri in azioni inquietanti. I pensieri che nascono da certe parole rimangono lì a girare per anni, fino a quando non capita che si appiccichino nelle pareti del cervello della persona sbagliata.
Succede dunque che, se molti continuano a ripetere che l’uomo è forte e la donna è debole, alla fine rischiamo che ne siano convinti tutti quanti.
Si convincono che sia naturale per la donna avere paura e per l’uomo non averne. Si convincono che sia naturale che l’uomo sia economicamente più forte, perché il suo ruolo è quello di proteggere la donna e di mantenerla.
Se ne deduce che lo squilibrio economico di una società prettamente patriarcale, come è ancora la nostra, può generare una dipendenza economica e psicologica molto forte da parte della donna, la quale seppur protetta non è più autonoma.
Questo vincolo insidioso è difficile da scardinare e rischia di trasformarsi in un elemento di debolezza per la donna e in un elemento di forza per l’uomo, il quale cresce con il grande inganno di non dover avere mai paura di nulla, di dover proteggere la sua donna, di doverla controllare e di conseguenza possedere.
È intuitivo il rischio di violenza psicologica e fisica che si cela dietro questo quadro sociale, in cui certi uomini non riescono a relazionarsi con donne capaci di emanciparsi, donne capaci di lasciarli o donne capaci di rifiutarli.
Dunque proprio da una divisione tradizionale dei ruoli e da uno squilibrio di potere economico e decisionale tra donne e uomini può avere origine il femminicidio.
Le ragioni risiedono in una mentalità misogina o sessista che alimenta la necessità di potere dell’uomo, che si traduce nel doversi appropriare del corpo della donna, la quale, dovendo essere totalmente disponibile, si trasforma da persona ad oggetto.
Come dice Cristina Karadole  de “La Casa delle donne per non subire violenza” in “Femmicidio: la forma più estrema di violenza contro le donne”: «… dietro ai femmicidi c’è la violenza di genere, c’è la stessa idea del possesso e del controllo del corpo della donna che rappresenta il presupposto della violenza e l’incapacità di accettare l’altra come soggetto autonomo, che ha radici molto antiche nella nostra cultura e che trova conferma in tutti gli ambiti della società in cui la donna continua ad essere discriminata in ragione del genere, non ultimo quello della sua scarsa presenza nei centri decisionali della politica».
Il femminicidio quindi, come la violenza di genere, è un fatto culturale, e se vogliamo combatterlo dobbiamo contribuire a sconfiggere questa arretrata mentalità che vuole la donna imprigionata nei ruoli tradizionali e la concepisce come un oggetto disponibile.
È per questo che credo sia il caso di rivedere questa anacronistica dicotomia di identità femminile e maschile, cristallizzata nei secoli, avendo il coraggio di diffondere una sana molteplicità di modelli possibili, affinché chiunque possa sentirsi libera o libero di scegliere una propria identità, soprattutto senza temere i pregiudizi.
E poi, quando tutti davvero saranno consapevoli che in realtà l’uomo non è mai stato cacciatore, forse le donne potranno avere meno paura.
Bianca Tor

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