Quattro dischi 2015: Policy, Me, Girls in Peacetime Want to Dance, Minneapolis

Will Butler Policy dischi 2015
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Siamo al secondo passaggio in questo breve cammino tra i dischi del 2015 che abbiamo mancato di segnalare. Non so nemmeno se riuscirò a farne un terzo.

Mentre si fanno più insistenti le voci  sulla reunion (non proprio di tutta la band originale) dei Guns N’ Roses che sembra avvenga al Coachella festival del 2016, noi ci occupiamo d’altro, a cominciare dal primo disco da solista di Will Butler, membro del gruppo canadese Arcade Fire, Policy.
L’album è stato registrato nel vecchio soggiorno di Jimi Hendrix agli Electric Lady Studios di New York ed ha avuto mediamente una buona accoglienza dalla critica di matrice anglosassone. Marco Frattuarolo scrive che «nei trenta minuti scarsi il Nostro condensa, con estrema naturalezza, una quantità inverosimile di generi – si va dal rock’n’roll più classico (Take My Side) a quello in chiave folk à-la Violent Femmes (Son Of God), dall’energia pop-punk (What I Want) alla new-wave di bowiana memoria (Something’s Coming), fino a picchiare contro una spiazzante techno-pop in cui ad emergere sono frammenti TalkingHeadsiani (Anna) – che oltre a provare le ottime doti di polistrumentista, mettono in mostra tutto il suo talento nel riuscire a creare una perfetta amalgama di suoni che, se da un lato sembra coperta da una spessa coltre retrò, dall’altra dà come l’impressione di propendere verso il futuro e l’innovazione» [1].

La seconda sosta la facciamo nel Salento da dove arriva Raffaele Vasquez con il suo Me, il terzo disco dopo Giuliano (2008) e Senza Bastoni Tra Le Ali (2012). La protagonista di questo lavoro è la donna, una donna poco convenzionale con la quale l’autore si confronta, si scontra, si separa, ritorna. In tutto dieci brani dei quali nove inediti e una cover di Piero Ciampi, Hanno arrestato anche l’inverno. Giuseppe Catani ci racconta che «le rotondità del basso, il ruolo decisivo delle tastiere, la profondità della voce rendono giustizia a un album dal sapore vintage, che rincorre la dance (“Signuria”), richiama il pop più raffinato (“L’Arcobaleno”), rende omaggio a mostri sacri del calibro di Gianmaria Testa (“Gelosia”), Paolo Conte (“Giù nella via”), […]. Un pizzico appena di Radiohead (l’attacco di “Se buono è” ricorda le prime note di “Karma Police”) completa l’opera e rende credibili dieci canzoni dal buon impatto, al netto di qualche sporadica caduta di tono» [2].

Ancora un disco che non delude, dodici brani per oltre un’ora di musica, Girls in Peacetime Want to Dance del gruppo indie pop scozzese Belle And Sebastian che questa volta hanno chiesto, per  la produzione, l’aiuto di  Ben H. Allen III (Animal Collective,  Gnarls Barkley, Deerhunter e Fanfarlo)
Alfredo Sgarlato scrive che il gruppo riesce a farci ballare parafrasando il titolo dell’album, a cominciare da «The party line è una gran canzone, di quelle che pochi sanno scrivere come Stuart Murdoch. Semmai a lasciarci veramente perplessi è The everlasting muse, col suo ritornello che fa tanto casatchok, […]. Le tentazioni dance tornano in Enter Sylvia Plath, che sebbene dedicata a una poetessa femminista suicida è sbarazzina e ritmata, ricca di affinità con certi Pulp. […] Perfect couples, ricca di percussioni, chitarre sincopate, tempi sospesi. I brani che compongono l’ultima parte del disco sanno invece di già sentito per chi conosce la band da anni. Ma definirle brutte è impossibile, […] Questo nuovo disco non è il loro capolavoro ma rappresenta l’ennesima conferma» [3].

Paolo Forlì in arte Paolo For Lee, da San Benedetto del Tronto ma giramondo, cantautore folk indipendente che inizia ad essere conosciuto musicalmente dalla fine degli anni ’80 e noto poi con il progetto Bungalow 62, quest’anno si è presentato con Minneapolis. Come scrive lui stesso il genere è folk noir, colonna sonora di storie di vite quotidiane in una Minneapolis assurta a città simbolo di questi tempi, metropoli in cui hanno vissuto Prince e gli Husker Du ai quali è dedicato Do You Remember?  scritta utilizzando liriche da tre delle loro canzoni. Riccardo Coppola lo descrive come «un folk scarno, tabagista, crudo, malsano. Una crudele messa in luce del marcio che c’è in ogni animo, una sentita raccolta di dediche. Un ascolto che per natura non può essere spensieratamente piacevole. “Minneapolis” non fa mai sorridere, semmai fa digrignare i denti; non rilassa, semmai crea un’atmosfera drammaticamente elettrica, cupa, tesa. Ma se scopo della musica non è il semplice dileggiare ma rapire, coinvolgere, comunicare, possiamo dire senza dubbio alcuno che Paolo Forlì e la sua nuova ansiogena creatura hanno assolutamente fatto centro» [4].
Non vi curate di noi e ascoltate!
Ciro Ariglione

[1] Marco Frattuarolo, www.sentireascoltare.com, 17 maggio 2015
[2] Giuseppe Catani,www.rockit.it, 21 dicembre 2015
[3] Alfredo Sgarlato, www.distorsioni.net, 19 gennaio 2015
[4] Riccardo Coppola, www.spaziorock.it, 8 aprile 2015

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