Quel filo che lega Stoner e i Fratelli Coen

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È strano che i fratelli Coen non abbiano ancora pensato di farne un film. Eppure Stoner, protagonista dell’omonimo libro di John Williams, sarebbe a suo agio in una pellicola dei due registi. La filmografia dei Coen ha dato spesso voce a personaggi votati all’insuccesso, beffati dal destino, traditi da un gesto che, per quanto minimo, basta a rovesciare gli equilibri e innescare la tragedia.

Stoner tiene un profilo basso, nessuna ambizione, solo il gusto per un’esistenza ordinaria scandita dal silenzio delle abitudini. Williams nell’incipit mette subito in guardia il lettore, riassumendo in poche righe la vita del protagonista: “William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956”.
Nonostante queste premesse, quanto di più lontano possa esserci dai canoni letterari, Williams confeziona un’opera di grande forza, che esplora l’animo umano attraverso la biografia di un uomo qualunque.

La vita di Stoner avanza con quel misto di inevitabilità e disagio che i Coen hanno ampiamente rappresentato, cifra comune di ogni uomo che non sa scegliere, o sopportare fino in fondo le conseguenze delle proprie decisioni. Larry Gopnik, protagonista del film “A serious man”, anch’egli professore, è incapace di opporre resistenza agli eventi che scuotono il recinto della sua quotidianità. La moglie che lo tradisce col suo migliore amico, due figli adolescenti con cui non riesce a comunicare, uno studente coreano che cerca di corromperlo: episodi semplici, ma proprio in questa temuta normalità si cela il pericolo.
Le certezze che credeva di avere gli scivolano accanto con una tale naturalezza che ogni tentativo di frenarne la discesa sarebbe vano. Larry osserva sé e gli altri, senza sapere quali parole usare per esprimere emozioni che, forse, non sa più decifrare. La religione è un rifugio fugace, inadatta a dare risposte a un uomo che non sa neanche quali domande rivolgerle.

Amy Landecker and Michael Stuhlbarg in A Serious Man (2009)

Per Stoner è lo stesso, e il cumulo di libri e appunti sulla scrivania non può allontanarlo dagli affanni che riempiono le sue giornate. C’è davvero bisogno di scomodare Dio (o la letteratura) per restituire significato a una vita in cui debolezza, rassegnazione e inerzia si fondono con tanto accanimento?

Come accade per il film, anche il romanzo di Williams non offre risposte, e non potrebbe farlo, perché Stoner sa che porsi interrogativi è il modo peggiore, e più problematico, per fare i conti con se stessi. Il libro scorre, semplicemente, facendosi ora più intenso ora più tenue, con quel senso di ineluttabilità che accompagna il progredire di ogni esistenza. Gli episodi accadono senza che Stoner sappia dominarli, seguendo un flusso di giorni sempre uguali, reso silenzioso soltanto dai lunghi salti temporali della narrazione. Nulla sembra poter alterare il corso già tracciato degli eventi. Ogni picco emotivo è un’eccezione, una curva tratteggiata che abbandona il segmento lineare della vita, giusto il tempo di coltivare una speranza e sperimentare un’illusione. “Nel giro di un mese, Stoner realizzò che il suo matrimonio era un fallimento. Di lì a un anno smise di sperare che le cose sarebbero migliorate. Imparò il silenzio e mise da parte il suo amore”.

E ogni volta che Stoner tenta uno scatto, un sussulto, il destino reagisce per ricordargli il livello d’imperfezione e incompiutezza in cui i suoi giorni sono relegati. Stoner si trova di fronte sfide già perse e, molto spesso, decide di non combatterle. Accade con la famiglia, dove oscilla tra un matrimonio sbagliato fin dal principio e una figlia (Grace) di cui, presto, smette d’indagare umori e pensieri. “Grace venne. E Stoner scoprì che, in fondo, aveva poco da dirle”. La disillusione si ripete con Katherine, compagna di pomeriggi intimi e calorosi, la cui presenza si dissolve con la stessa grazia silenziosa con cui era comparsa. Sui lineamenti rigidi di Stoner si depositano i detriti di molte vicende consumate, svanite come polvere non appena si apre il pugno che la tratteneva. Il volto di Stoner diviene testimone impotente delle esperienze che lo hanno segnato e svuotato, giorno dopo giorno. Non resta, allora, che conservarne la memoria, con la dolcezza che si concede solo ai ricordi più cari. “A volte gli sembrava di essere una specie di vegetale e sperava che qualcosa – anche il dolore – lo trafiggesse, per riportarlo in vita”.

Billy Bob Thornton in The Man Who Wasn’t There (2001)

Questa dimensione è propria anche di Ed Crane, protagonista de “L’uomo che non c’era”, altro film memorabile dei registi americani. Ed è un barbiere in una piccola città statunitense all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. La sua quotidianità non registra altro che i racconti che suo cognato ripete ad alta voce ai clienti durante il lavoro. La moglie lo tradisce, lui lo sa, ma non se ne cura, preferendo il conforto freddo di una casa e di un’occupazione sicura. Quando il destino gli concede una chance, cerca di afferrarla, senza crederci troppo. Ma è un azzardo che la sua mite esistenza non può permettersi. Quel tentativo di riscatto diviene il detonatore di una serie di eventi incontrollabili, che Ed non sa governare. Silente, passivo, indifferente alla propria sorte, Ed assiste alla distruzione della propria vita, tassello dopo tassello, senza mai tentare di ribaltarne le sorti.
La storia di Ed raggiunge un grado di tragicità che non sfiora mai, se non di sfuggita, la vita di Stoner. Eppure, per entrambi, il ritmo della vita è dettato da fattori che non sono capaci di tenere a bada, probabilmente nemmeno lo desiderano. L’accettazione passiva, per quanto dolorosa, provoca meno squasso emotivo di qualsiasi scelta, ponderata o impulsiva che sia. I due si lasciano vivere, non solo dagli altri, che hanno sempre la meglio nei loro confronti, ma dalle loro stesse pulsioni, messe a tacere poiché il silenzio disorienta, ma non fa rumore.

Detta in questi termini, la storia di Stoner sembrerebbe piatta e noiosa, priva di quegli slanci narrativi di cui la letteratura necessita per risultare accattivante. Al contrario, la sua forza sta nel non avere bisogno di grandi artifici a livello di trama, restando così pienamente sincera.

Il libro mescola incontri, dialoghi, sguardi, volti, amici e nemici: la parabola completa di una vita normale fino al suo tramonto, anch’esso privo dell’epicità di cui letteratura e cinema spesso si servono. Chiunque, leggendo di Stoner, vorrebbe avvicinarglisi, dargli un pizzicotto sulla guancia sperando che basti per smuoverlo dal torpore in cui ha deciso di chiudersi. Eppure, a ben vedere, è proprio questo suo atteggiamento remissivo a favorire l’identificazione. Stoner è totalmente umano, poiché rivela un bagaglio di fragilità, carenze, punti deboli che ogni uomo coltiva. Tuttavia, non è semplicemente un inetto che non la ha forza di agire, ammutolito dagli eventi che lo travolgono. Crede nella forza dirompente delle parole e dell’amore (come Larry crede nella speranza cieca affidata alla religione), ma non riesce a tradurli in baluardi di resistenza.
Le sue convinzioni restano flebili, confinate in un angolo inaccessibile del suo animo. Non nutre coraggio sufficiente per sopportare fino in fondo gli esiti imprevedibili delle proprie scelte. Le illusioni, esplorate con innocenza, gli conferiscono un’unica certezza: la realtà è troppo complessa per tentare di mutarne l’andamento. Tanto vale prenderne atto e conviverci.

Lorenzo Di Anselmo

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