Quello che so sull’amore: come si diventa adulti secondo Gabriele Muccino (o secondo gli USA?)

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Il bilancio della vita di George Dryer (Gerald Butler), ex campione di calcio, presenta un risultato decisamente negativo: la moglie Stacie (Jessica Biel) l’ha lasciato diversi anni prima,stanca delle sue continue scappatelle ed incapacità di assumersi la responsabilità nei confronti del loro bambino ed ora è in procinto di risposarsi con un altro uomo; gli investimenti immobiliari cui si è dedicato dopo aver lasciato la carriera calcistica a causa di un infortunio non sono andati bene, così come l’apertura di un bar sportivo.

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Deciso comunque a voler riprendere in mano le redini della sua esistenza, si trasferisce nella piccola cittadina di provincia dove vive Stacei, cerca di ottenere un lavoro come cronista sportivo e soprattutto di essere più presente nella vita del figlio sforzandosi di diventare un buon padre: per questo accetta di allenare la squadra di calcio locale di cui il piccolo fa parte. Le cose, come facilmente ci si potrà immaginare, non saranno però per niente facili, anche perché la sua notevole avvenenza fisica porterà un certo scompiglio tra le donne della piccola cittadina – annoiate, deluse, irrealizzate, frustrate e stanche della loro realtà matrimoniale, spesso vittime di tradimenti da parte del marito e comunque infelici – le quali, letteralmente, faranno a gara per infilarsi nel suo letto, ma anche cercheranno tra le sue braccia quelle attenzioni e conforto che i loro mariti non sono più disposti a conceder loro.

Qui realizza di aver perso – a causa della sua immaturità (“io sono sempre fuori tempo, o arrivo troppo presto, o troppo tardi”) – proprio le uniche due persone che in realtà potrebbero renderlo felice e dargli quella pienezza di vita cui aspira: ossia la moglie, che non ha mai smesso di amare ed il figlio; è quindi per loro che cercherà di diventare una persona migliore, questa volta senza evitare quelle responsabilità, la piena e consapevole assunzione delle quali solo permette, forse, di diventare adulti, qualsiasi cosa diventare adulti significhi.
Il terzo film made in USA di Gabriele Muccino è ciò che ci si aspetta da una commedia di genere made in USA: un prodotto pregevolmente confezionato che funziona in ogni suo aspetto. Ben girato, montaggio perfetto, ritmo che non ha mai un momento di cedimento, commozione, qualche risata, nonché una serie di luoghi comuni, stereotipi e cliché rappresentativi di una certa cultura americana: quella che mette al proprio posto la serenità e gli affetti familiari, sostanzialmente bacchettona (il sesso extra-coniugale si pratica con estrema leggerezza, ma è anche sempre la causa di rotture e divorzi, sempre stigmatizzato e fonte di pettegolezzi provinciali) e che identifica nel rispetto di precise regole e convenzioni sociali l’indice di una raggiunta maturità personale e della riuscita dell’avvenuto passaggio nell’età adulta.

Quello che so sull'amore Gerard Butler

Gratificante e rassicurante nella sua scontatezza e prevedibilità, è esattamente ciò che il pubblico di questo genere di prodotto ama guardare. Certo non è un film autoriale, né un film che faccia davvero riflettere sull’amore o su cosa significhi divenire adulti (veramente basta avere una stabilità familiare per esser tali? E quanto di questo messaggio appartiene a Muccino o non è invece ciò cui la cultura americana continua invariabilmente da decenni a riproporre in tutte le salse?).
Peccato disperdere così i propri punti di forza perché, a mio avviso, che Muccino piaccia o meno, non si può non riconoscergli (mi riferisco qui alle sue opere made in Italy, L’ultimo bacio in primis, ma anche Ricordati di me o addirittura i primi Ecco fatto e Come te nessuno mai) uno stile ed un linguaggio peculiari, quel quid indefinibile che subito ti faceva dire: “questo è un film di Muccino”. E invece, se a dirigere Quello che so sull’amore fosse stato un altro regista, il risultato ottenuto probabilmente sarebbe stato pressoché identico, talmente si fatica a riconoscervi la sua impronta, il suo sguardo, il minimo accenno ad una, seppur banale o minima, riflessione intimista, così come irrilevante ed invisibile appare qui la sua capacità di fotografare abilmente caratteri e spicchi di realtà in precise fasi e passaggi della loro esistenza. Il fatto è che il cinema statunitense (in particolar modo quello hollywoodiano, ma in questo caso il film ha visto la cooperazione di 13 produttori indipendenti rispetto al sistema della grandi Major e quindi rimane pure difficile classificarlo come propriamente tale) è assai diverso da quello autoriale europeo, nel senso che si tratta di un’industria a tutti gli effetti dalla quale devono uscire una serie di prodotti con una serie di caratteristiche, le quali, in base al responso del pubblico – mutevole e certamente influenzato e determinato da fattori culturali non sempre prevedibili – vengono cambiate ed aggiornate di volta in volta. Basti pensare che in America ogni film per poter uscire nelle sale deve aver superato almeno una certa soglia di gradimento nei test screening, altrimenti esce direttamente in dvd. Trattandosi di “prodotti”, strategiche e rilevantissime sono le campagna di marketing, ove, più che il singolo lavoro, si tende a vendere il genere – come ricorda Muccino – perché, in definitiva, è ciò cui fa riferimento il pubblico per orientarsi nelle sale e per scegliere cosa andare a vedere. Quindi, una serie di fattori penalizzanti, tra cui l’uscita di Quello che so sull’amore (titolo originale: Playing for Keeps – trad.: “Giocare in ritirata”) nelle sale statunitensi nella settimana in cui gran parte delle persone si dedica allo shopping natalizio e l’etichetta di genere, voluta dalla distribuzione, di “commedia romantica” – che è invece tutt’altra cosa rispetto a ciò che noi intendiamo per tale, trattandosi di un genere molto più leggero e privo di qualsiasi incursione drammatica – ha fatto sì che gli incassi non siano andati bene come ci si aspettava (attualmente ha incassato 13 milioni di dollari, il che non è molto per gli standard statunitensi, soprattutto considerando che il film ne è costato 20); ma non è esatto dire che il pubblico statunitense non l’abbia apprezzato (i test screening sono stati infatti ampliamente superati, altrimenti appunto nemmeno sarebbe uscito nelle sale), piuttosto pare che non abbia proprio avuto la possibilità di usufruire di quel passaparola necessario a far affluire la gente in sala: questo ci racconta diffusamente Muccino in conferenza stampa, così come ci tiene a correggere quell’attribuzione errata di genere “commedia romantica”, definendo il suo lavoro invece, al pari dei precedenti, una “commedia/drammatica”, ossia un ibrido, vale a dire una storia che, pur ricorrendo a momenti ironici e di leggerezza, non intende fare a meno di quegli elementi propriamente drammaturgici capaci di offrire allo spettatore spunti per una riflessione più ampia ed universale.

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Probabilmente invece l’aderenza all’etichetta precostituita di “commedia romantica” scelta dalla distribuzione americana ha fatto sì che proprio questi determinati momenti di spessore venissero quasi totalmente espunti, favorendo e concedendo più spazio invece a quelle scene che fanno proseguire la storia in maniera decisamente troppo automatica (la crescita interiore di George sembra avvenire di punto in bianco, scarso approfondimento psicologico e dinamiche emotive poco narrate), così come ad altre al limite del farsesco (tutte quelle dei tentativi di seduzione messi in atto dai vari personaggi femminili, peraltro interpreati da nomi di spicco del calibro di Catherine Zeta-Jones ed Uma Thurman e tutte quelle in cui c’è Dennis Quaid, che è bravissimo) le quali alleggeriscono una sceneggiatura già fin troppo livellata in direzione di una confezione esente da sorprese e che rendono difficile l’immedesimazione a livello proprio emozionale.
Quello che so sull’amore sarà un film che piacerà senz’altro – non ho dubbi su questo – ad un pubblico meno esigente, a quella precisa fetta di pubblico (che poi è la maggioranza) che va al cinema per distrarsi, per farsi due risate, per guardare una storia rassicurante e con l’immancabile lieto fine. Ops, l’ho svelato… ma no, tranquilli, non ho svelato nulla che non sia immediatamente comprensibile sin dai primissimi fotogrammi.
Sono convinta che se Muccino tornasse a lavorare in Italia potrebbe mettere a profitto quegli innegabili punti di forza che ha:  il suo stile, il suo linguaggio, la sua abilità registica proprio a livello tecnico,  ma, ovviamente che ognuno faccia il proprio lavoro. Io, onestamente, ho fatto il mio.
Rita Ciatti

Scheda del Film

Titolo: Quello che so sull’amore  – Produzione:  Jonathan Mostow, Kevin Micher, Alan Siegel, Heidi Jo Markel, John Thompson, Ed Cathell III, Andrea Leone, Raffaella Leone  –  Produttori esecutivi: Avi Lerner, Danny Dimbort, Trevor Short – Genere: commedia/drammatico – Durata: 10o’– Regia: Gabriele Muccino –  Sceneggiatura: Robbie Fox  – Attori Principali: Gerard Butler, Jessica Biel, Dennis Quaid, Uma Thurman, Catherine Zeta-Jones – Montaggio: Padraic McKinley – Scenografia: Daniel T. Dorrance – Costumi: Angelica Russo – Musica: Andrea Guerra – Distributore Italia: MEDUSA

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