R1kordami: la necessità di una “memoria della memoria”.

R1kordami in scena Cristina Caldani e Massimo Manini
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Trascorso da poco il Giorno della Memoria, divenuto Settimana della Memoria, pare ancora utile soffermarsi con qualche considerazione su un testo e pièce teatrale, R1kordami di Antonio Fresa nato da una riflessione storica e civile intorno alla Shoah.

Ogni spettatore in cuor suo si appresta ad assistere alla messa in scena del testo con il suo piccolo, o grande, immaginario relativo alla storia dell’Olocausto del popolo ebraico costruito attraverso la letteratura, il cinema, le testimonianze dolorose dei sopravvissuti ai campi di sterminio.
Ecco che nei corpi, nelle voci dei protagonisti ed in una scenografia scarna ed essenziale, il pubblico assiste alla messa in scena di una piccola antologia del dolore di un popolo, tutta condensata lì sul palco.
Pochi oggetti in scena; vaghi riferimenti geografici e temporali; due fratelli che non hanno nome e non si chiamano mai per nome: l’autore non sente il bisogno di scendere nei particolari per dare rappresentazione a ciò che vuole raccontare, una storia minima che si fa Storia magistra ed impartisce lezione.

R1kordami in scena Cristina Caldani e Massimo Manini i
Cristina Caldani e Massimo Manini in R1kordami

Il testo, nel continuo movimento avanti e indietro nel tempo tra vissuto reale e ricordo, chiama ad una partecipazione attiva nella individuazione della dimensione temporale corrente del racconto.
L’uso parco della luce e delle parole, precise e straordinariamente cariche di emozione (al cospetto di un testo così denso non smette di replicarsi, e di stupire, il miracolo mnemonico della prova attoriale), restituisce allo spettatore quasi la sensazione fisica del tormento e del disagio patito dai deportati, così come pure il tepore di una intimità familiare e la dolcezza di un legame fraterno spezzati per sempre dalla malvagità di chi, nella Storia, ha scelto di agire il male.

R1kordami, breve e densa, è un prezioso esempio di teatro civile, teatro che si fa militanza netta e severa resistenza ad ogni negazione e ad ogni tentativo di minimizzare o consegnare all’oblio la verità storica.
L’autore si interroga sulla necessità di una “memoria della memoria”: al venir meno, per ragioni anagrafiche, dei testimoni diretti di quella immensa atrocità, ci sarà ancora chi si farà carico della responsabilità storica di tramandare alle nuove generazioni il senso di quella tragica esperienza e l’urgenza del rifiuto di essa?
L’interrogativo non suona retorico al cospetto di sempre più frequenti ed inquietanti recrudescenze di episodi di antisemitismo e più in generale di intolleranza, di segregazione tra i popoli e tra gruppi sociali sempre più distanti, di caccia al nemico. Una violenza che scuote la coscienza intorpidita di un’Europa che talvolta sembra smarrire la sua stessa matrice ed il senso dello stare insieme.

A ben vedere, allora, non sono i personaggi né i loro corpi ad essere protagonisti, ma la parola nella sua essenza: al pubblico è richiesto di non lasciar cadere una sola parola della testimonianza che viene rappresentata sulla scena, perché sarà proprio la parola a farsi strumento di salvezza a disposizione di chi ancora una volta, e poi ancora per generazioni, non vorrà volgere lo sguardo altrove per non guardare nella tenebra dell’Europa di ieri e di oggi. Sarà con la parola che continueremo a distinguere, a condannare i carnefici e a salvare le vittime.
L’esercizio della memoria allora si fa atto di assunzione di responsabilità e patto di solidarietà che, attraverso la ripetizione del racconto, chi vive il presente stringe con le generazioni precedenti e con quelle di là da venire.

C’è un richiamo a qualcosa di ancestrale nella pratica della memoria che ci viene proposta.
L’intimo legame tra racconto e conservazione della memoria ha una scaturigine lontana: le civiltà omeriche ed i loro prodotti letterari sono una delle testimonianze più antiche della cultura occidentale circa la necessità di proiettarsi nel futuro attraverso il racconto e l’elaborazione collettiva dei valori fondanti di una comunità.
Nel racconto e nel riconoscersi in quel racconto; attraverso l’adesione ad una memoria condivisa; conducendo attraverso un tempo futuro indefinito e dilatato la memoria pacifica dei fatti fondativi, anche dolorosi e luttuosi, i popoli mettono insieme i pezzi per la definizione delle proprie identità.
Allora anche il testo di Fresa – ci sia consentito l’accostamento – si inserisce in questa tradizione letteraria e civile e ci invita a non smarrire la nostra, di identità. “R1kordami”, a suo modo, è un piccolo monumentum attraverso il quale il testimone della Storia passa dai due protagonisti a noi spettatori, che veniamo chiamati a prendere posizione, a farci carico della nostra parte di responsabilità storica e a farci moltiplicatori di un messaggio di solidarietà da condurre oltre il tempo e lo spazio presenti. L’autore ci invita nella sua palestra civile ad esercitare le nostre coscienze a non dismettere la militanza.

Sentiamo tutto il dovere e la necessità storica di raccogliere l’ammonimento.
Anche se in ogni consesso amiamo ripetere a noi stessi che quella nostra, qui in Europa, è la più lunga stagione di pace tra i popoli, possiamo dirci tutt’altro che tranquilli. Ma anche nelle peggiori circostanze, se terremo vigili le coscienze, saremo almeno in grado di mettere bene a fuoco quale sia il nostro dovere storico e da che parte sarà giusto stare.

Laura Dimiziani

R1kordami
da un testo di Antonio Fresa
rielaborazione drammaturgica, spazio e regia Cristina Caldani e Massimo Manini
con Cristina Caldani e Massimo Manini
luci audio e scenografia Stefano Porri
Produzione Teatro Spazio Fabbrica/Piccoli Trasporti Teatrali

La pièce è già andata in scena in diversi teatri umbri ed è riprogrammazione a Bologna e a Perugia.

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