Situazione imbarazzante

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Jack era arrivato quella domenica mattina da Hardmen City per presiedere l’assemblea del movimento.
Nel momento di scendere dal treno un dispettoso ed acuminato gancio metallico del portellone gli aveva dato il benvenuto a Freetown. Infilandosi inopinatamente nella tasca del suo impeccabile e serioso pantalone nero lo aveva completamente stappato rendendolo inservibile e ponendolo in una situazione di imbarazzo davanti agli occhi degli altri viaggiatori. Con entrambe le natiche ed una coscia esposte non ci faceva una gran bella figura. Proprio uno come lui, sempre impeccabile e mai fuori dal seminato. Si era coperto con la cartella in cui portava la sua relazione ed i vari documenti cercando in zona un negozio che permettesse di sostituire l’indumento danneggiato.
Aveva girato per un po’, infastidito dagli sguardi di chiunque incontrava, anche di quelli che neanche facevano caso a quanto accaduto alle sue braghe. La gente di Freetown era così. Non dava peso all’aspetto delle cose e soprattutto delle persone. Tutti i negozi erano chiusi nella zona della stazione. Non trovò null’altro che un negozietto di abbigliamento ed oggetti vari tenuto da cinesi, lavoratori indefessi, abituati all’apertura non solo nei giorni festivi, ma anche ad orari impossibili. Lui, grande e grosso, aveva bisogno di taglie altrettanto abbondanti per il vestiario. Insomma, nell’unico esercizio aperto quella mattina, trovò della sua taglia, un paio di improbabili e per lui inconsueti ed inconcepibili pantaloni fiorati. Non voleva assolutamente comprare e soprattutto indossare qualcosa del genere ma ne fu costretto e, vergognandosi più di quel tessuto a fiori che del calzone stracciato, uscì dal negozio imprecando contro gli orribili gusti dei commercianti con gli occhi a mandorla e dei loro clienti abituali.

Camminava senza staccarsi dei muri delle case, come cercandone asilo, e quando possibile, prendeva le stradine più isolate e deserte per incontrare meno gente, che tra l’altro continuava a fregarsene del suo aspetto. Il locale in cui il MO.DI.FA.NO., Movimento per la Difesa della Famiglia Normale, si sarebbe riunito quella mattina per il congresso annuale, non era molto distante dallo scalo ferroviario. Era proprio lì vicino ma il girovagare per vicoli poco frequentati, per nascondersi agli occhi della gente, lo aveva portato fuori rotta. Entrò per sbaglio in un parco che circondava un edificio tutto dipinto di uno strano color fucsia ma si rese conto che il luogo che lo attendeva non era quello. Fece per uscire ma lì fu notato da un gruppo di ragazzi in jeans e giubbotti di pelle nera, per lo più con capelli rasati, che cominciarono a prenderlo in giro. Non dovevano essere del posto, anzi gli sembravano arrivati in città proprio per l’assemblea. Gli schiamazzi e le risate di questi lo indussero a cambiare direzione. Appena girò loro le spalle, e con esse il deretano, senti urlare “ma guardate che bel mazzo di fiori”, seguito da un’esplosione di ilarità. Lo inseguirono urlandogli “brutta Checca, ora ti diamo una lezione”. In pochi attimi gli furono addosso. Sentì uno schiaffone raggiungerlo da dietro, poi due manacce lo afferrarono per la maglia ed infine calci e pugni si abbatterono su di lui.

Quando stava per perdere i sensi, vide avvicinarsi un ragazzo che prese a difenderlo e a lottare contro gli altri. Non era certo grande e grosso ma aveva un gran coraggio e sapeva bene come usare le mani, avendo probabilmente seguito dei corsi di arti marziali. In poco tempo gli aggressori, ammaccati e non più baldanzosi ed arroganti dovettero darsela a gambe. Il suo angelo salvatore gli si avvicinò per constatarne le condizioni. Era proprio messo male. Respirava affannosamente. I suoi zigomi erano tumefatti dalle botte ricevute. Si teneva le mani sull’addome come se il dolore fosse concentrato tutto lì. Nella ressa aveva ricevuto anche una coltellata. Subito lo sconosciuto chiamò i soccorsi e dall’edificio fucsia venne fuori un’ambulanza. Si trattava di un ospedale. Saint Love Hospital c’era scritto sul cartello che adesso vedeva da quelle fessure in cui si erano trasformati i suoi occhi. Fu l’ultima cosa che vide prima di perdere conoscenza.

Il giorno dopo si svegliò nel letto di una cameretta. Vide il soffitto rosa. Il monitor a cui era collegato emetteva un intermittente segnale acustico, molto regolare. Era debole ed aveva dolore dappertutto. Fece fatica a capire ed a ricordare cosa fosse successo. Gli vennero in mente quei maledetti pantaloni a fiori, i teppisti, tra l’altro tutti membri del suo movimento contro le unioni omosessuali, ed infine il suo salvatore. Un uomo vero, forte e coraggioso, al quale poteva dire di dovere la sua vita. Sebbene fosse intervenuto quando le sue condizioni erano ormai disperate, ne ricordava bene l’aspetto e le movenze. Poco dopo arrivò in stanza un medico, seguito da due infermiere. Molto cordiale e sorridente ma anche molto professionale e sicuro, chiese a Jack come si sentisse e gli disse che 24 ore prima aveva dovuto operarlo per le lesioni che gli avevano procurato le botte ricevute e soprattutto la coltellata. Gli disse che aveva dovuto resecare un’ansa intestinale lesionata dalla lama, aveva dovuto drenare del sangue raccolto intorno al suo polmone sinistro ed asportargli la milza della quale, assicurava, non avrebbe comunque sentito la mancanza. Qualche altro colpo ricevuto o qualche altro minuto di ritardo nell’intervento lo avrebbero portato a morte sicura. Jack pensò dapprima al suo difensore e poi al professionista che stava in piedi davanti al suo letto. Uomini così capaci, coraggiosi e decisi. Gli avrebbe proposto di entrare nel MO.DI.FA.NO. perché col proprio impegno, coraggio e forza d’animo potessero essere di esempio a tutti gli uomini.

Passarono i giorni e piano piano cominciava a sentirsi meglio e piano piano i vari tubi e drenaggi che lo collegavano a macchine e a contenitori vari venivano rimossi. Finalmente poteva uscire. Finalmente tornava casa, ad Hardmen City. La moglie venne a prenderlo quella mattina ma lui, prima di andar via, voleva parlare al dottor Smith del suo progetto di coinvolgerlo nel Movimento. Gli dissero che era appena uscito e, se si fosse affrettato, avrebbe potuto raggiungerlo mentre andava verso il parcheggio. Scese le scale, uscì dalla porta girevole della clinica, lo vide davanti a sé mentre camminava verso un’auto. Vicino ad essa c’era un uomo, la cui sagoma gli sembrò di riconoscere. Non conosceva nessuno a Freeburg, ma quello lo aveva già visto. Gli venne in mente, mentre inseguiva il medico che lo aveva salvato dalla morte, che si trattava di quell’uomo che, con tanto coraggio, aveva messo in fuga i suoi carnefici. “Bene” pensò “parlerò anche a lui del movimento” e ancora camminando li vide che si salutavano ma poi, “Oddio!” – si meravigliò – “cosa stanno facendo? Com’è possibile?”. I due dopo essersi scambiati un dolce sorriso ed un abbraccio che andava molto più in là di un saluto tra buoni amici, si stavano teneramente ma anche appassionatamente baciando sulla bocca. Proprio loro, uomini così coraggiosi e duri. Si scambiarono un sorriso e si tennero per mano per coprire quei pochi metri che li separavano dell’auto.
Si fermò restando a bocca aperta mentre i suoi due salvatori si allontanavano dall’ospedale. Le sue dimissioni dal MO.D.IFA.NO. portavano la data del giorno successivo.

Agostino Trombetta

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