Raffaele Mozzillo: Tutte le promesse

la copertina del libro di Raffaele Mozzillo, Tutte le promesse
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Primo pensiero: non si dovrebbero fare osservazioni su questo romanzo. Non si dovrebbe dire nulla. Ma viverlo attraverso le parole.

Secondo pensiero: quando non si sa cosa davvero significhi quanto raccontato, neppure lontanamente, si pensa che l’argomento non ci tocchi, non ci coinvolga. Quando il luogo in cui la vicenda si inserisce è lontano, dai contorni un po’ sfuocati, descritto attraverso gli occhi di un ragazzino che ha già visto più di quanto un uomo possa vedere – ma non ha visto ancora tutto – si pensa che l’argomento sia difficile e che debba essere affrontato con un impegnativo distacco.

Terzo pensiero: i motivi per non leggerlo potrebbero essere superficialmente tanti. Non si ha l’età per entrare in empatia col protagonista, Lello; non si abita nel luogo in cui egli è cresciuto; non abbiamo mai avuto contatti con la mafia; l’inquinamento non ci riguarda perché mangiamo frutta a chilometro zero; non siamo credenti, quindi il rosario a forma di cuore in copertina fa allontanare il nostro interesse; è un romanzo apocrifo, ci sarà di certo un morto, meglio evitare; la droga è un argomento fritto e rifritto e i tossici sono tutti pazzi. E così via.

Quarto pensiero: però a un certo punto arriva in dono un profumo di fragole fresche a stuzzicare l’acquolina e a rendere la storia un po’ più prossima. Poi, l’odore di ragù col sottofondo delle partite della domenica a ricordarci che abitiamo un po’ tutti nella cosiddetta reale Terra dei fuochi, in cui è ambientata la storia. Ancora il rumore del tergicristallo sul vetro dell’auto, come un cancellino di ferro su una lavagna, a destare le volte che abbiamo sentito un forte disagio. Perfino il sapore della birra rossa doppio malto ad addolcire momentaneamente acri ferite, a far uscire lacrime di gioia, immaginando le risate con l’accento inglese al ritorno da Pinetamare mentre Gaetano combina cose buffe, e l’Alfasud tossisce.

“…Let’s go! Così l’Eterno li disperse di là sulla faccia di tutta la Terra. E successe così che la famiglia dei Coppola e gli americani si unirono sotto un’unica lingua, una commistione linguistica di milioni di dollari che parlava il money e il business, e il nome di Babele fu sostituito con quello di Pinetamare, mentre il popolo vero, quello che parlava l’idioma proprio del luogo, l’autoctono delle radici, non esisteva più o non capiva, si fece straniero, e si disperse, come figli dimenticati da Dio, tra queste terre di lavoro, con un domani sempre lento a venire.

Quinto pensiero: magicamente, anche se di magico, purtroppo per Lello, c’è ben poco in questo romanzo, ci troviamo a vivere le sue avventure anche noi. E in un modo talmente accecante, grazie alla bravura dell’autore, che rimaniamo a disagio di fronte a quei noi stessi che lamentano dolori effimeri, con più caparbietà e prepotenza egocentrica di quanto avrebbero giustamente dovuto fare lui e i suoi amici. Qui, quando Raffaele Mozzillo scrive di sogno o non sogno, lo fa col dovuto rispetto per il termine stesso e, spesso, riguardo alla sua cara amica Mariarosaria. Dopo una grande grandinata. Dopo una zaffata di incenso. Dopo.

Quel giorno, quando c’era stata quell’ira di Dio, era entrata in una clinica, la sera stessa l’avevano fatta spogliare, poi si era addormentata e al risveglio tutto era finito. Nessun sentimento né sensazione, alcun dolore dentro. Si era addirittura rivestita da sola, e con le proprie gambe era tornata insieme a Don Carmine fino alla macchina e con quella a casa. Tutto era successo per davvero e adesso che lo ha finito di raccontare la faccia le si spacca in un sorriso enorme mentre Lello ancora la fissa come se non avesse mai finito la sua narrazione e ancora seguisse quella bocca in movimento, quella lingua che schioccava dolce e quei denti bianchissimi che le illuminavano le parole, anche se quelle parole potevano essere scure, uscendo da quella bocca si facevano luce. Graziaddio.”

Sesto pensiero: non è distante da noi la petite mort, l’orgasmo di niente, così come il narratore definisce il paesino in cui abitano Lello, Feliciano, Mariarosaria, Don Carmine, Antonio, Gaetano i loro pensieri, le loro azioni. Neppure il fosso, quella specie di Corte dei miracoli che di miracoloso non ha niente e di gioioso neppure. I miracoli, semmai, sono quelli che si richiedono al rosario, non a caso protagonista della copertina e non a caso colui che determina il ritmo del romanzo, con i suoi pallini benedetti – di plastica, di legno o di droga – e con le sue promesse.

Potremmo andare avanti così, a contare i pensieri, tanti quanti le quindici promesse che intitolano i capitoli di questo splendido romanzo. Ma ci fermiamo. Poiché a contare qui non sono i numeri, né quelli dei morti ammazzati, né quelli delle volte che ci si è drogati, né quelli delle volte che si sono subite violenze. A contare non sono neanche i numeri dei chilometri che una Panda e un’Alfasud hanno fatto invano per cercare di scappare dal dolore, né le preghiere magiche, rasserenanti e benefiche di nonna Parolisi, né le volte che Antonio Pisciasotto fa Jiéé! Jiéé!, né i funerali. A contare qui sono le volte in cui il coraggio, il sorriso, le mani nelle mani, le lingue nella bocca (ciò che dovrebbe essere la panacea di tutti i mali secondo la nostra società) non sono stati sufficienti a cambiare le cose. Cose, stati di fatto insomma, la cui sopportazione ha una scadenza da rispettare, quella che prova a darsi Lello dicendo che non avrebbe mai voluto nascere in questo posto.
Tale scadenza è la lucina di speranza, è il peso di ogni carezza che, nascosta in mezzo a tutte le tangibili materiali pagine, fa germogliare qualche seme genuino. E fa capire che il cerchio di dolore che ha inizio con la fine del romanzo, si chiude e finisce – forse è proprio il caso di dire grazie a Dio con l’inizio stesso del suo racconto, con l’inizio, appunto, del romanzo.
Adelaide Roscini

Titolo: Tutte le promesse, una storia apocrifa
Autore: Raffaele Mozzillo
Editore: Effequ
Pagine: 176
Maggio 2017

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