Rapporto sul Clima: prossimi all’estinzione di massa?

Argentina Patagonia iceberg su lago Argentina
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Gli allarmi sull’inquinamento si susseguono senza sosta. Nessuno dei centri di potere che governano il mondo ha invece invertito la rotta: né nei propri paesi e né nelle varie Conferenze svoltesi nel corso di questi decenni.
E quello che accade sulla terra è sotto gli  occhi di tutti.
L’ultimo e drammatico rapporto (Assessment Report) coordinato dall’ONU è stato stilato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Dopo una prima parte (quattro in tutto) pubblicata a settembre 2013, è arrivata la seconda del rapporto finale (il quinto della serie) sui cambiamenti climatici.
Per giungere ad una valutazione esaustiva sull’impatto dei cambiamenti climatici alcune centinaia di scienziati volontari di settanta Paesi hanno lavorato consultando e analizzando migliaia di studi.

I fondati sospetti vengono da lontano. L’IPCC nasceva nel 1988 dalla volontà dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (World Meteorological Organization) e del Programma Ambiente delle Nazioni Unite (United Nations Environment Program).
Nel 1990 gli scienziati già scrivevano nel primo rapporto dell’IPCC: «le emissioni risultanti dalle attività umane stanno sostanzialmente incrementando la concentrazione nell’atmosfera dei gas ad effetto serra … Questi incrementi rafforzeranno l’effetto serra, provocando in media un riscaldamento aggiuntivo» [1].
Nella prima parte del rapporto pubblicata a settembre gli scienziati scrivevano che dagli anni Cinquanta del Novecento si sono verificati cambiamenti climatici mai registrati prima. Negli ultimi 1400 anni non c’erano mai state temperature così alte. E la responsabilità di questo innalzamento repentino e consistente è tutta nelle mani degli uomini.

Questo nuovo rapporto, votato a grande maggioranza dagli scienziati, individua nelle aree delle barriere coralline e nell’Artico i luoghi dove gli ecosistemi corrono rischi elevatissimi se le temperature dovessero aumentare circa 2 °C anche per la concomitante acidificazione degli oceani, fenomeno causato dall’alta concentrazione di anidride carbonica nel atmosfera. I primi a subirne le conseguenze sono i crostacei che data questa concentrazione non potrebbero più usare il carbonato di calcio per costruire gusci e carapaci. Stesso problema per le barriere coralline e a catena tutti i pesci che vivono in quell’ecosistema.
Inoltre spiega l’IPCC che le acque calde obbligherebbero numerose specie marine a migrazioni di massa alla ricerca di habitat più adatti e, a catena, ci sarebbero  problemi per quelle popolazioni la cui alimentazione è dipendente d quelle specie.
Le alte temperature metteranno a rischio la vegetazione e le produzioni alimentari che si stima possano diminuire del 25% entro il 2050. L’aggravante sarebbero le scarsi piogge per lunghi periodi  e le devastanti precipitazioni in brevissimi periodi di tempo.

Sempre secondo il nuovo rapporto, il cambiamento climatico provocherà un aumento del tasso di conflittualità in termini di guerre civili e di conflitti tra Nazioni quando le risorse scarseggiano lungo i confini. E i più colpiti finiranno con l’essere le popolazioni povere o indifese.
I poveri saranno quelli che dovranno migrare dopo le devastazioni o saranno allontanati con la forza dalle loro terre per costruire dighe e bacini visti come una soluzione al problema. Senza contare i danni alla salute che per i poveri non potranno essere curati senza un accesso gratuito o poco costoso alle cure mediche.

Uno dei coordinator del Working Group II, Christopher Field della Stanford University ha espressamente sostenuto che «potremmo essere già sulla soglia od oltre la soglia della sesta estinzione di massa nella storia della Terra».
Pasquale Esposito

[1] Gianfranco Bologna, “Clima, ecco il rapporto Ipcc: strada strettissima e negazionisti al lavoro”, www.greenreport.it, 27 settembre 2013

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