Re della terra selvaggia: la storia della piccola Hushpuppy conquista il mondo (ma non me)

Re della terra selvaggia
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Hushpuppy e il suo papà Wink vivono in un villaggio all’interno di una zona paludosa denominata affettuosamente dai suoi abitanti “la Grande Vasca” (the Bathtub), tagliata fuori dal resto del mondo da una diga. L’intero contesto, dichiara il giovane regista Benh Zeitlin, è un concentrato di tutti quegli elementi che caratterizzano la cultura e la vita nel sud della Louisiana, portati alle estreme conseguenze, narrati in maniera iperbolica e racchiusi in una sorta di racconto mitologico. L’intenzione era quella di mostrare la difficoltà, ma anche i lati positivi, di un’esistenza condotta in un rapporto quasi simbiotico con la natura, esposta alle continue minacce di catastrofi naturali quali alluvioni, tempeste, frane ecc., ma anche autosufficiente nello sfruttarne le risorse.

Re della terra selvaggia Behn Zeitlin

La piccola Hushpuppy comprende che l’intero universo è un intreccio di cuori che battono e che ogni cosa, ogni essere, animale o pianta che sia, è inestricabilmente legata a tutte le altre in un equilibrio perfetto; un equilibrio che tuttavia basta un niente per alterare e che potrebbe compromettere irreversibilmente la sopravvivenza nel villaggio, minacciato dai grandi cambiamenti ecologici come il riscaldamento globale e lo scioglimento degli ghiacciai: così le spiega la maestra del villaggio, insegnandole al contempo la dura legge della selezione naturale e la necessità di imparare a sopravvivere. Come se non bastasse, una violenta tempesta sta per abbattersi sul villaggio, il papà Wink è gravemente malato, la mamma se n’è andata da tempo, un branco di feroci animali preistorici, gli aurochs – risvegliati dallo scioglimento dei ghiacci – si stanno dirigendo minacciosi proprio verso la Grande Vasca, molti abitanti decidono di lasciare la palude e le autorità locali minacciano di evacuare la zona.
Re della terra selvaggia

Molti sono gli ostacoli che la piccola Hushpuppy si troverà quindi ad affrontare, in un susseguirsi di eventi e immagini connotati da elementi magici poeticamente inseriti in un contesto realistico. Si può dire che la storia di Hushpuppy sia, in definitiva, una storia di formazione, la narrazione di un percorso di apprendimento nel corso del quale ella dovrà apprendere la dura legge della sopravvivenza, nonché ad acquisire quell’autorevolezza, determinazione e coraggio necessari per farsi rispettare, diventando infine, come da titolo italiano, il Re della terra selvaggia.
Prima di esprimere alcune considerazioni personali, val la pena spendere due paroline sulla storia di questo film, diventato il caso dell’anno. Tratto da uno spettacolo teatrale, Juicy and Delicious, è stato selezionato da Robert Redford per il prestigioso Sundance Film Festival, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria e quello per la Migliore Fotografia; da quel momento in poi, Beasts of the Southern Wild – questo il titolo originale, che trovo senz’altro più appropriato – ha iniziato una vera e propria ascesa inarrestabile, vincendo quasi tutti i premi che è possibile vincere in un solo anno (impossibile elencarli tutti, non basterebbe questa pagina), conquistando persino le entusiastiche simpatie di Barack e Michelle Obama e finendo con l’ottenere ben quattro candidature agli Academy Awards. Riviste e quotidiani non sono stati da meno nello spenderne le lodi, definendolo come un film emozionante, magico, poetico, un vero capolavoro ecc. ecc..

Re della terra selvaggia

Certo, non si può dire che non sia anche tutto questo, soprattutto perché la bambina che interpreta il ruolo della protagonista Hushpuppy (Quvenzhané Wallis) non è solamente un vero talento naturale, ma letteralmente ruba il cuore per la sua immensa espressività. Tuttavia c’è qualcosa che non mi convince fino in fondo e non è solo la presenza di certi dettagli e determinate inquadrature che a tratti mi sono sembrati essere un po’ delle forzature, inseriti ad hoc per commuovere e catturare emotivamente lo spettatore; è proprio il senso sotteso all’intera storia narrata, ciò che intende veicolare, in ultima istanza, che trovo criticabile sotto alcuni aspetti; non condivido, per dirlo in poche parole, il concetto della sopraffazione degli animali giustificato e legittimato in quanto legge della selezione naturale. C’è una scena, in particolare, in cui il padre insegna alla bambina a pescare un pesce a mani nude, quindi a ucciderlo con un pugno; così come frequenti sono le scene in cui si cucinano granchi, gamberi, coccodrilli. Capisco che la storia sia un’allegoria volta a mettere in rilievo determinati aspetti della vita nel sud della Lousiana – una terra aspra, spesso flagellata da una natura al tempo stesso generosa e severa, che dà e toglie –  e della sua cultura, anche culinaria, così come capisco che, vivendo i personaggi del film in un rapporto quasi interamente alla pari con gli altri animali (infatti il titolo originale tradotto significa “bestie del sud selvaggio”) sarebbe enormemente azzardato e fuori luogo parlare di specismo e sfruttamento. Purtuttavia, la storia rappresenta un’iperbole, un racconto allegorico con elementi mitologici, di una realtà comunque attuale, quella della Lousiana del sud, appunto.
Se nella diegesi filmica sono accettabili alcune scene e posso anzi apprezzare la relazione simbiotica che lega Hushpuppy alla natura, il suo essere animale tra gli animali, in un rapporto non di predominio artificioso e culturale, bensì naturale, non dimentichiamo che oggi, tranne che in rarissime eccezioni, uccidere gli animali per sopravvivere non è affatto necessario, nemmeno in una terra tradizionalmente legata a certe usanze e costumi come la Lousiana del sud. Al di là del linguaggio filmico usato, poetico, connotato di elementi riconducibili al realismo magico, al di là della storia fantastica, il messaggio veicolato rimane e ribadisce quindi pur sempre quello di una legittimazione ad uccidere gli animali poiché espressione e risultato della dura legge della selezione naturale, quando invece lo sfruttamento attuale di tanti esseri senzienti è figlio di un costrutto culturale derivato da una prospettiva antropocentrica che porrebbe l’uomo al di sopra delle altre specie. Non legge di natura quindi, ma prassi che affonda le sue radici nella fondazione delle prime società stanziali. Ribadirlo mi sembra importante e significativo, anche perché le reali devastazioni del pianeta e una sempre maggiore distruzione dell’ecosistema cui stiamo assistendo sono causate anche dallo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali e di un numero mostruoso di animali. Se, come dice la piccola Hushpuppy, tutto è interconnesso e ha un cuore che batte all’unisono, non dovremmo arrogarci il diritto di disporre della vita di altri esseri senzienti, ma cominciare a guardare a ciò che ci circonda da una prospettiva non più antropocentrica, ma biocentrica, nel superamento della vecchia teoria della selezione naturale – in realtà un racconto autoprodotto, una mitopoiesi per giustificare il dominio e la sopraffazione – che considera necessario per la specie umana doverne uccidere altre per sopravvivere. Ripeto, nella storia magico-realista del film, in cui Hushpuppy è animale tra gli animali, in un rapporto di rispetto reciproco, seppure soggetto alla legge del più forte, può funzionare, ma un’allegoria, quale in sostanza il film è, esprime comunque un significato morale, veicola un messaggio attuale o attualizzabile ed è proprio ciò che mi sono azzardata ad analizzare e criticare, provando ad assumere una prospettiva antispecista.
Rita Ciatti

Scheda Film:

Titolo: Re della terra selvaggia (Beasts of the Southern Wild)– Regia: Benh Zeitlin– Sceneggiatura: Lucy Alibar & Benh Zeitilin (tratto dall’opera teatrale Juicy and Delicious di Lucy Alibar) –  Genere: fantastico –  Durata: 92′ – Produzione: Dan Janvey & Josh Penn – Montaggio: Crockett Doob– Fotografia: Ben Richardson. – Musiche: Dan Romer & Benh Zeitlin – Costumi: Stephani Lewis – Scenografie: Alex Digerlando – Attori Principali: Quvenzhané Wallis, Dwight Henry, Levy Easterly, Lowell Landes, Gina Montana, Pamela Harper.

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