Reality di Matteo Garrone: finzione della realtà o realtà della finzione?

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Dreams are my Reality”, faceva un noto motivetto di un noto film adolescenziale degli anni ottanta, ed è esattamente un lungo sogno – o una lunga favola – quello che vive Luciano, il protagonista dell’ultimo film di Matteo Garrone (presentato a Cannes 2012 e vincitore del Gran Premio della Giuria, attualmente nelle sale italiane).

Diciamolo subito, Reality non è un film sulla televisione, ma sul pubblico, o meglio, sui sogni e desideri di notorietà indotti dalla televisione. E, già che ci siamo, specifichiamo anche che, almeno nelle intenzioni del regista, non c’è un intento moralizzante o di denuncia – anche perché, dice Garrone, “la vicenda di Luciano, realmente accaduta e documentata, è una vicenda che potrebbe accadere a tutti, compreso me” – ma semmai la voglia ed il piacere di raccontare in maniera divertente e divertita proprio una sorta di favola, traendo ispirazione dai classici della commedia italiana (cita Matrimonio all’italiana di De Sica, Eduardo De Filippo, Monicelli), ritrovando il piacere di fare un cinema più leggero dopo l’impegno sociale di un film come Gomorra. Per il personaggio di Luciano ammette così di aver pensato ad una sorta di Pinocchio moderno, dotato di un candore ed innocenza infantili, perso dietro un sogno ed un desiderio tutto suo; se per il Pinocchio collodiano però il sogno era quello di diventare un vero bambino in carne ed ossa, per Luciano si tratta esattamente dell’opposto, ossia quello di trasfomarsi in un personaggio a due dimensioni – uno dei tanti vip del sistema televisione che appaiono sullo schermo o sulle pagine dei rotocalchi – ossia uno dei tanti personaggi della realtà di finzione – o della finzione del reale – che popolano e nutrono l’immaginario del pubblico televisivo.

 

Ma chi è Luciano veramente? Estroverso, esuberante e simpatico pescivendolo di Napoli (una Napoli in parte ricostruita in studio, ad esempio la piazza in cui Luciano ha il suo banchetto del pesce – così come in studio sono interamente ricostruite tutte le scene che riguardano i provini e le ambientazioni all’interno della casa del Grande Fratello – ma anche una Napoli autentica che emerge nelle diverse location utilizzate proprio per riprodurre l’atmosfera e la giusta caratterizzazione dell’ambiente e cultura nei quali è immerso Luciano ed il suo entourage familiare: ad esempio il palazzo in cui vive è un palazzo popolare e storico di Napoli, trattasi del primo palazzo che fu infestato dal colera, decrepito, ma denso di storia e colmo del fascino che tutti gli antichi palazzi hanno) viene convinto da sua moglie e figli a partecipare al provino di uno dei più noti reality italiani, il Grande Fratello, per l’appunto (spinto soprattutto dai figli, piccoli, ma già sedotti dalla notorietà che uno spettacolo così seguito può offrire in poco tempo e smaniosi di veder apparire il proprio padre in tv). Inizialmente indifferente, dopo la notizia di aver superato il primo turno e la richiesta da parte della produzione di recarsi a Roma per un secondo provino di approfondimento, comincia effettivamente a credere in questa opportunità e da questo momento in poi nella sua mente inizia a prendere vita una sorta di realtà immaginaria in cui già vede sé stesso al centro dell’attenzione del grande occhio che guarda e ci osserva, un grande occhio che può essere quello della telecamera dello spettacolo, così come del pubblico a casa, ma anche di un Dio onniscente che ci osserva dall’altro (come forse i vari riferimenti alla fede e alla religione suggeriscono, seppure riproposti in chiave comica). Si convince così di essere costantemente osservato dagli addetti alla produzione i quali – decisi a scritturarlo per il programma – vorrebbero prendere informazioni sulla sua vita.

Da un certo punto in poi si può dire che Luciano inizia a vivere una realtà immaginaria in funzione delle telecamere (che immagina poste ovunque, persino dentro casa: divertente il particolare del grillo individuato sul soffitto in cui Garrone gioca con la somiglianza grillo-cimice e lo slittamento semantico cimice:insetto/cimice:strumento per spiare), una realtà interiore che prende il sopravvento su quella esteriore.
Il film si trasforma dunque in una sorta di viaggio fantastico all’interno della mente di Luciano, un viaggio in cui ogni particolare appare trasfigurato, in un’atmosfera sempre più in bilico tra sogno e realtà.
La mia impressione è che Reality avrebbe potuto essere un capolavoro, ma non riesce a conferire il giusto significante alle immagini che finiscono così per rimanere una fotografia priva di spessore e questo nonostante l’eccellenza  visiva di alcune scene, una su tutte il superbo piano-sequenza aereo iniziale che immediatamente dà allo spettatore il falso indizio che si sta per entrare tra le pagine di una favola – falso perché in realtà il film inizia con lo svolgimento di un fatto reale –  o come anche quella finale, speculare ed opposta all’iniziale, in cui il piano-sequenza anziché andare a stringersi dal generale al particolare, compie il procedimento inverso e va ad allargarsi all’esterno, o anche come quello – il film è ricchissimo di piano-sequenze –  che mostra gli interni del palazzo offrendo allo spettatore l’intimità di certi squarci di vita.
Il vero problema quindi non è che Reality non abbia spunti interessanti, anzi, ne ha persino troppi, ma essi risultano più come attribuzioni di lettura a posteriori, che non inscritti nelle immagini; ed un film non se lo deve costruire lo spettatore nella sua testa, altrimenti significa che le immagini non sono autosufficienti. Il personaggio di Luciano scivola dallo stato di realtà a quello di sogno in maniera troppo automatica e manca di una coerenza psicologica interna la quale possa in qualche modo spiegare il perché della sua trasformazione. Non basta accennare al desiderio di diventare famosi, al desiderio di emulazione – prodotto di una certa cultura del nostro paese – perché già dietro questi argomenti – che sono solo una banalizzazione di tematiche assai più complesse –  si nascondono problematiche filosofiche che, se accennate, meriterebbero forse dunque di essere anche approfondite; tematiche che vanno dalla necessità dell’occhio dell’altro per poter affermare lo statuto ontologico – noi siamo solo nel momento in cui l’altro ci riconosce come tali – allo scottante ed attualissimo argomento del controllo che il Potere affettua su di noi e del rovesciamento della privacy nel suo opposto – prima un diritto da conservare e rispettare, ora una gara a chi si disfa più in fretta possibile anche dell’ultimo residuo di vita personale attraverso un mettersi in mostra continuo, in tv, nei social network, in cui tutto finisce per annegare nel mare del kitsch della finzione della tv-verità; tematiche del resto nel cinema non nuove, basti pensare a Re per una notte di Scorsese, ma anche a Requiem for a Dream di Aronofsky, nonché a The Truman Show di Weir, inevitabilmente spuntano fuori nel momento in cui si parla di Grande Fratello (orwelliano o televisivo), smania di successo, vita-finzione, osservato ed osservatore, pubblico e rappresentazione, e lasciarle solo in nuce o ignorarle con la scusa della pretesa leggerezza della commedia è, a mio avviso, una mancanza.  Insomma, Garrone, poteva osare di più, pur mantenendo le leggerezza della commedia, che non è superficialità, ovviamente. Il difetto di Reality è invece proprio quello di essere superficiale.  Garrone ha scambiato la leggerezza per la superficialità, evidentemente.

Inoltre un’obiezione: Garrone dichiara di aver voluto guardare ai personaggi con occhio affettuoso ed amorevole, esente da critica o giudizi moraleggianti. Tuttavia, dopo il piano-sequenza iniziale, che, ribadisco, è un vero e proprio virtuosismo registico, approdiamo nel regno appunto del kitsch assoluto: la scena si svolge all’interno di un edificio in finto stile settecento adibito ai festeggiamenti per matrimoni. Gli sposi arrivano su una carrozza trainata da cavalli bianchi, vengono accolti da valletti vestiti come damerini settecenteschi, con tanto di parrucche e volti incipriati, e dagli invitati addobbati come burini a festa. Ora, lo sguardo sarà pure neutro, ma è fin troppo ovvia che la compartecipazione emotiva dello spettatore viene meno nel momento in cui diviene impossibile riconoscersi in quei personaggi che – ben lontani dall’essere nipoti dei realistici protagonisti della commedia all’italiana cui vorrebbero essere ispirati, ne sono caricature eccessive – o immedesimarsi in quello specifico spaccato di realtà offerta, dal quale si vorrà piuttosto invece prendere le distanze. E l’ironia, la comicità, la commedia invece, non è mai distanza eccessiva, ma solo rovesciamento prospettico della visuale.  Garrone dice che la vicenda accaduta a Luciano potrebbe accadere ad ognuno di noi e che quindi Reality è un film sul pubblico, ossia su noi, spettatori dell’ennesima rappresentazione sulla realtà. Non condivido affatto questa affermazione: i vari reality tv sono quanto di più osceno la tv abbia mai prodotto e la smania di emulazione che i vari partecipanti e vincitori suscitano nel pubblico, evidentemente privi di ogni capacità critica, sinceramente, non l’ho mai capita. Un mio limite, forse. Sarà per questo che mi viene mille volte più facile riconoscermi nella vera favola di Pinocchio, quella di un burattino di legno che vuol diventare uomo, che non nell’inverso, quella di un uomo che aspira  a diventare un flusso di pixel sullo schermo.

Rita Ciatti

Scheda del film

Titolo:   Reality – Produzione:  Domenico Procacci e Matteo Garrone –   Genere: commedia  – Durata: 115′– Regia: Matteo Garrone– Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso  – Attori Principali: Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Nello Iorio –  Fotografia: Marco Onorato – Costumi: Maurizio Millenotti – Suono: Maricetta Lombardo –  Montaggio: Marco Spoletini – Musiche: Alexandre Desplat – Distribuzione: 01 Distribution

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