Chi scriverà la nostra storia, di Roberta Grossman

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“Chi scriverà la nostra storia” è un docufilm, un ibrido tra i due generi, che mette insieme in un racconto drammatico e appassionante immagini d’archivio e rari filmati con interviste e ricostruzioni storiche.

Sembra di essere lì, ci troviamo come trasportati all’interno del Ghetto di Varsavia nel novembre del 1940, quando i nazisti rinchiusero lì dentro 450 mila ebrei. Fu allora che in segreto uno storico, Emanuel Ringelblum, decise di combattere le menzogne e la propaganda nazista insieme ad una sessantina tra le migliori menti della comunità ebraica, giornalisti, ricercatori, economisti, statistici. Questa compagnia di persone, che decise di chiamarsi con il nome in codice Oyneg Shabes, in yiddish La gioia del Sabato, non imbracciò le armi, non utilizzò la violenza, ma si oppose all’orrore quotidiano messo in atto dagli invasori nazisti con carta e penna, “urlando al mondo la verità”, rischiando tutto per garantire che il loro archivio segreto sopravvivesse alla guerra e alla loro stessa fine. E così è stato.

All’indomani della liberazione mentre i polacchi scavavano tra le macerie alla ricerca delle ricchezze che si diceva gli ebrei avessero seppellito durante l’occupazione, nella speranza di poterle recuperare un giorno. Al momento del ritrovamento, il primo impatto fu di delusione: erano decine e decine di casse contenenti documenti, diari, fotografie; tuttavia non andarono distrutte, non furono abbandonate; qualcuno seppe comprenderne l’importanza, non solo per i sopravvissuti della comunità ebraica, ma per l’umanità intera ed è così che queste testimonianze sono potute arrivare sino a noi.

La regista ha dichiarato che la scelta di realizzare un documentario raccontato come un film, rispondeva ad una doppia esigenza: narrare la vera storia dell’Archivio Ringelblum, attraverso i contenuti dei documenti ritrovati e riuscire a coinvolgere emotivamente gli spettatori, a renderli pienamente partecipi del dramma e del coraggio di queste persone che consapevoli della gravità del momento hanno deciso di dedicare le loro vite per consegnare le tracce della loro esistenza alla storia, perché questa non rischiasse di essere scritta solo dagli oppressori.

Da qui l’idea di questo grande progetto: la realizzazione di un archivio imponente che documentasse, ai posteri, com’ era la vita della grande comunità ebraica a Varsavia prima e durante l’occupazione nel ghetto. Le immagini raccontano le imprese di coloro che si impegnarono per riuscire a sopravvivere come singoli e come comunità, mantenendo la propria dignità di esseri umani; raccontano come si organizzarono per mantenere il più possibile il loro stile di vita, come riuscirono a procurarsi da mangiare, a rispettare le tradizioni, a prendersi cura dell’educazione e dell’istruzione dei bambini, a preservare l’arte, la cultura, continuando a coltivarle, nonostante tutto, anche nei momenti più bui, riuscendo con coraggio a trasmettere a Londra le loro testimonianze dirette dell’Olocausto in corso.

Whiston Churchill comprese subito che quella in corso era una tragedia che mostrava la deriva terribile della natura umana ed impegnò l’Inghilterra e il suo impero nella lotta ad Hitler e ai suoi seguaci.  L’Ora più buia che racconta bene il ruolo svolto dal premier inglese.

Mentre iniziano a scorrere i titoli di coda penso e noi cosa facciamo? Basta per onorare questo sacrificio e questo coraggio dedicare una giornata alla memoria? Mi rincuoro pensando che ora abbiamo il Meis, il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, aperto a Ferrara da qualche anno; ci sono stata, si trova in un grande edificio che fino al 1992 ospitava le carceri della città. Ecco, mi dico, siamo stati capaci di trasformare un luogo di reclusione ed esclusione in un luogo aperto ed inclusivo, un museo dedicato alla storia e all’esperienza degli ebrei italiani che da ventidue secoli fanno parte del tessuto del nostro Paese.
Mi viene in mente una melodia, La Storia di De Gregori: ”La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da raccontare…” e poi penso ad Anna, 12 anni, che un paio di mesi fa, mentre facevamo i compiti mi ha detto “io odio la storia, non capisco a cosa serve studiarla, non mi piace, sono solo storie di morti!”. Nella sua voce un misto di rabbia e delusione, nutrito dall’ignoranza della sua giovane età. Mi ha spiazzata, storia è sempre stata la mia materia preferita. “È vero– le dico – si sono storie di morti, che raccontano ai vivi cosa hanno fatto di buono e cosa hanno sbagliato quelli che hanno vissuto prima, nella speranza che, conoscendo le loro esperienze, riescano ad evitare gli errori o comunque a migliorare, per quanto possibile. La storia è un modo per conservare nella memoria collettiva i progressi e gli abissi delle civiltà umana”.

Non mi è venuto niente di meglio, se non il dovere di conoscerla; ma che cos’è la storia e chi ha il diritto di scriverla? Quando Erodoto nel V sec. a.c. coniò il termine ἱστορία ha indicato con esso sia l’attività di ricerca che i suoi esiti, sia gli eventi che il racconto degli eventi e la riflessione sulla metodologia di ricerca utilizzata. C’è tutto questo nell’opera di Emanuel Ringelblum e in questa sua ricostruzione struggente e forte che ci aiuteranno a tenere a mente quali orrori uomini e donne sono stati capaci di imporre ad altri esseri umani e che possiamo evitare di ripeterli, ricordandoli ed imparando a riconoscerne i sintomi.
Sabrina Mancini

Chi scriverà la nostra storia”, narrato nella versione originale dalle voci del premio Oscar Adrien Brody e della candidata Oscar Joan Allen; un docufilm scritto e diretto da Roberta Grossman e prodotto da Nancy Spielberg tratto dall’omonimo libro dello Storico Samuel Kassov.

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