Dunk, Dunk

history 3 minuti di lettura

Qualche giorno fa, in una trasmissione radiofonica, la conduttrice ha ribadito un concetto che da diverso tempo è nei pensieri di molti: “il rock è morto”. Senza avviare una discussione sul perché e sul come non sia proprio vero, vi invito ad ascoltare il disco dei Dunk che, nostro malgrado non abbiamo segnalato nei tempi dovuti. Sì, perché è trascorso quasi un anno dalla pubblicazione del disco omonimo, e possiamo dire che riversa rock, un rock che tiene conto di quanto accade intorno al genere.

In Avevo voglia trovate l’immediatezza e l’urgenza delle percussioni che a tratti assumono le sembianze di quelle tipiche del continente nero, insieme a certi elementi progressive di anni addietro in un mix strepitoso.
L’immediatezza e la forza della batteria di Luca Ferrari è un tracciante che illumina spesso i brani di tutto il disco e del resto il nome della band viene dalla crasi Dio Punk.

Noi non siamo, siamo in quello che ci manca, canta Ettore nel ritornello tra un tripudio di chitarre e una batteria che toglie il fiato per dirci quanto sia fugace e precaria la nostra esistenza.
In tutt’altra atmosfera entriamo all’ascolto di Stradina, un vero e proprio racconto breve la cui colonna sonora da ritmi sincopati, sfuriate rock, sostenute dalle tastiere e uno splendido, cupo giro di basso fino a gridare
Almeno i santi, più santi
l’avevano detto
che per salvare tuo figlio
dovrai sparare
per raccontare ad un padre coniglio
che si deve amare
perché rimane ben poco da vivere
ben poco da fare

Come per il miglior rock anche Dunk ha i suoi legami con la letteratura, Carmelo Bene, Antonin Artaud innanzitutto, ma anche Beckett grazie alla profondità della scrittura di Ettore, ma dove non manca una poesia della bresciana Valeria Raimondi nel brano Intro.

Con Mila siamo nei paraggi delle architetture post-rock, una canzone d’amore che si muove lentamente tra qualche fraseggio di chitarre che poi si espandono per un lamento urlato nel breve momento di chiusura.
Ulteriore cambio di spartito e siamo in Spino dove il cantato sembra sostenuto da uno strumento per volta che poi si associano per dare corpo ad un finale esplosivo, dopo esser passati anche tra qualche nota pop. E tra pop e ballata cantautoriale incontriamo la bella Ballata 1 che respira melodia e il rock torna a riprendersi il comando in L’Altro, come pure in L’Originale dove il rock trova ancora creatività con l’iniziale movimento lento, in certe urgenze punk dettate dalla potenza della batteria, nelle distorsioni supportate dalle tastiere, negli arpeggi della chitarra classica surclassate da basso e chitarre smorzate e cupe che ci conduce alla potente deflagrazione finale.

Una considerazione: non è giusto provare a rintracciare i collegamenti sonori con le straordinarie esperienze musicali di ognuno di loro, il disco ha una sua struttura e identità dovuta anche all’alchimia che uomini e strumenti hanno saputo trovare. E speriamo che a breve si ripetano per mantenere viva la linfa del rock italiano. Ecco a voi i Dunk: Ettore Giuradei voce e chitarra, suo fratello Marco alle tastiere, synth e cori, Luca Ferrari (Verdena) alla batteria e Carmelo Pipitone (Marta Sui Tubi – O.R.K) alle chitarre e cori.
Non vi curate di noi e ascoltate.
Ciro Ardiglione

genere: rock
Dunk
Dunk
etichetta: Woodworm
data di uscita: gennaio 2018
brani: 11
durata: 00:32:28
album: singolo

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article