Eugenio Raspi, Tuttofumo

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Cosa sarebbero – e cosa potrebbero essere – certi paesi italiani senza storici stabilimenti industriali a definirne fisionomia, struttura urbanistica e tessuto sociale, è sicuramente difficile da immaginare. E non parlo solo della loro veste estetica, che pure un’industria ha certo la forza di plasmare. Mi riferisco più che altro alla cultura che le domina, al modo di pensare di chi vi abita. Alla loro essenza più profonda, insomma.

Eugenio Raspi
Eugenio Raspi

Tali interrogativi, probabilmente, hanno guidato e accompagnato lo scrittore Eugenio Raspi durante la stesura del suo nuovo romanzo “Tuttofumo”, edito da Baldini+Castoldi. Dopo il fortunato esordio letterario con “Inox”, Raspi è tornato a parlare di fabbrica e lavoro, due universi che conosce molto bene avendone avuto esperienza diretta. Come già accaduto con il precedente libro, anche in questo caso lo scrittore ha tratto ispirazione dalla realtà sociale, politica e soprattutto umana che quotidianamente vive.

La storia si svolge infatti a Narni, nella provincia ternana, città in cui l’autore è nato e cresciuto: un centro orgogliosamente operaio da generazioni, dominato da un’unica, onnipresente fabbrica. “Negli anni del boom economico, nella fabbrica ci ha lavorato mezzo paese, l’altra metà a maledirla; tutti insieme, loro malgrado, costretti a respirare polvere di carbone e pece”. Perlomeno fin quando la recente crisi economica e le logiche sprezzanti del capitalismo non ne hanno scalfito la solidità e interrotto gli impianti. Lo stabilimento diventa inoperoso, i suoi operai semplici numeri da ricollocare o, più cinicamente, licenziare senza troppe spiegazioni. Quale scenario si apre allora in un luogo in cui la fabbrica che ha nutrito famiglie per generazioni diviene più un peso con cui convivere, se non una punizione da sopportare, piuttosto che l’approdo ideale per assicurarsi stipendio e futuro?

Raspi sceglie di farci seguire le vicende attraverso gli occhi di Luca, un giovane vicino alla maggiore età, studente all’alberghiero e privo di grosse aspirazioni, ma con una certezza irriducibile, condivisa con la sorella maggiore: dentro la fabbrica non intende metterci piede. L’industria è una presenza fissa nella sua vita. Il padre, operaio da sempre, nell’animo prima che nell’impiego, ha lavorato per anni in quella fabbrica. Tuttavia, le garanzie d’un tempo sono ormai un ricordo remoto, sepolto sotto i detriti di una cruda realtà fatta di punti interrogativi, licenziamenti, periodi forzati di cassa integrazione. Mantenere il posto di lavoro è una sfida che appare già persa. Eppure, il padre tenta lo stesso di combatterla, anche se significa accettare umiliazioni, promesse non mantenute e la consapevolezza che nulla, in ogni caso, sarà più come prima.
Quando non lo fa il padre, con le sue battaglie disilluse da lavoratore sfruttato, ci pensa la ciminiera a ricordare a Luca l’invadenza nella vita di tutta la comunità della fabbrica: “quante volte l’ha osservata sperando che dalla bocca si alzassero cerchi di fumo come fa lui con le sigarette. E invece non usciva mai nulla. Eppure il fumo arrivava lo stesso alla finestra, mascherandosi nell’aria che respirava, c’era anche se non si vedeva”. Le sigarette sono uno dei suoi pochi vizi, e sfoghi, perché gli danno l’appagante e confortevole sensazione di sentirsi adulto. Una sensazione a cui Luca, del resto, dovrà abituarsi presto imparando a cavarsela da solo e a “diventare grande senza l’aiuto dei grandi, troppo impicciati nei loro problemi per risolvere i suoi”.

Lo scontro tra Luca e suo padre non possiede solo i contorni di una contrapposizione famigliare: il senso di ribellione dell’uno, la tenacia e la testardaggine dell’altro, si confrontano spesso dentro le mura domestiche, ma l’eco delle loro discussioni riecheggia anche all’esterno. Di fronte ci sono due prospettive opposte della società che si intende costruire e del modo con cui ci si appresta a viverla. Il conflitto tra “i padri licenziati e i figli mai assunti” assume la forma solenne della battaglia generazionale. Vale la pena, si domanda Raspi, restare aggrappati a un passato che sembra scivolare via solo perché si ha paura di tentare, ripartire daccapo? O meglio invece, come vorrebbe Luca, mettere da parte gli ideali romantici sulla fabbrica, figli di un’epoca al tramonto, e cercare invece fortuna al di fuori dei suoi impianti, o addirittura lontano dalla vista di quella ciminiera così ingombrante?

La storia, pur se inventata, presenta forti richiami con la realtà industriale narnese, essendo il luogo in cui Raspi ha messo le radici. Sarebbe tuttavia un errore interpretare il libro come un romanzo di denuncia su un fenomeno specifico e circoscritto. Le vicende narrate assumono una portata e un significato ben più vasto. La storia, infatti, affronta questioni comuni a numerose realtà italiane, dove l’economia è sempre stata legata all’industria: un vincolo indissolubile, due facce della stessa medaglia. Adesso che la storia ha cambiato direzione, qual destino si prospetta per questi luoghi e, soprattutto, per chi ci vive? Ce la faranno i giovani a ritagliarsi uno spazio in questo mondo in declino, fragile e non più accogliente, o meglio fin da subito rivolgere altrove sogni e ambizioni?

Per quanto riguarda le tematiche, Raspi prosegue il filone già avviato con il precedente romanzo. Il contesto, la trama, i personaggi dei due libri seguono ognuno un proprio percorso e anche lo stile narrativo muta. Eppure, sembra siano legati da un filo conduttore, sottile ma tangibile. Non solo perché il tema del lavoro, seppur con le sue molteplici sfaccettature, è onnipresente. C’è di più. Inox non usciva, né fisicamente né in altro modo, dai confini della fabbrica: i personaggi, in un certo senso, ne restavano imprigionati. La storia si svolgeva in larga parte al suo interno, e non poteva essere diversamente. Avere a che fare con siviere e carroponti, seppur non corrispondesse a uno scenario idilliaco, per i protagonisti operai era quantomeno garanzia di stabilità. Valeva la pena, insomma, tollerare il caldo dell’altoforno pur di mantenere un posto di lavoro sicuro. Negli scioperi, nelle bandiere sventolate con energia non c’era forse il trionfo di un’ideale, ma perlomeno l’urgenza fattuale di uno stipendio che andava salvato a tutti i costi.
Da questo punto di vista, la prospettiva si evolve in “Tuttofumo”. La fabbrica non è più il luogo che, seppur teatro di incertezze, rappresenta il male minore, quanto meno il più sopportabile. Al contrario, essa diviene lo spazio oppressivo da cui allontanarsi, pure se il futuro altrove appare allo stesso modo povero di rassicurazioni. A guidare Luca non è una semplice volontà di evasione, o la spavalderia nel voler fare un torto al padre; bensì la cinica consapevolezza che quella ciminiera, anche se continuerà a fumare, difficilmente potrà assicurare stabilità e felicità come faceva in passato. Se battersi per essa significa ammalarsi come accade al padre, soffocando desideri e speranze, per quanto flebili esse siano, tanto vale rivolgere altrove i propri sforzi.
Sai, tu sei tanto convinto delle tue idee, vorresti cambiare il mondo. Io, al contrario, mi accontenterei che il mondo non cambi me”. La frase, che Luca rivolge al padre, sancisce il divario tra uno strappo generazionale ormai avvenuto e un futuro ancora tutto da scrivere: all’ombra della ciminiera, o lontano dalla sua vista invadente e dal suo fumo soffocante.

Lorenzo Di Anselmo

Eugenio Raspi
Tuttofumo
Baldini+Castoldi 2019
€ 18,00; pagine 350

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