I Hate My Village, I Hate My Village

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Se non sapete di chi è la maternità di I Hate My Village, posizionate il vostro lettore al numero sette e potrete ascoltare un pezzo capolavoro che vi scaraventa nel suono del gruppo. Un travolgente mix di nord e sud del mondo, tradizione e contemporaneità (Fame) data dai contrasti delle chitarre africane, bassi cupi e cori che sembrano venire dritti dagli anni Settanta della West Coast e un ritmo ossessivo che sorregge le chitarre quando si sente odore di blues.

È una grande band non solo perché i suoi componenti hanno un ruolo importante della per la storia indie del paese, ma perché la creatività e l’alchimia tra loro ha distillato un disco eccellente. Il gruppo nasce dall’incontro tra Fabio Rondanini (batteria di Calibro 35, Afterhours) e Adriano Viterbini (chitarra di Bud Spencer Blues Explosion e altri) che hanno coinvolto Alberto Ferrari (voce e chitarra dei Verdena) che scrive quattro brani e alla produzione Marco Fasolo (Jennifer Gentle) che li accompagna al basso.

I Hate My Village foto Magliocchetti

I hate my village deriva il suo nome da dall’omonimo film cannibale ghanese degli Anni Settanta. Una caratteristica del suono deriva dalla chitarra che è stata vista come un n’guni la cui cassa è ricoperta dalla pelle di capra e che emettendo note bloccate dà il senso del ritmo.

I circa tre minuti di Acquaragia sono ad un andatura indiavolata dove i suoni dell’Africa subsahariana si sentono tutti grazie alla chitarra di Viterbini che suona ritmo insieme alle percussioni. Fare fuoco, altro brano straordinario dove la frenesia del suono è sorprendente, una vera danza tribale ma con gli spiriti invasati e dove il canto è un continuo scartare tra morbidezze e asperità che devono fare il paio con chitarre inacidite, mentre le percussioni incalzano senza mai scendere di velocità.
E che dire di Tramp con un attacco da blues che si appoggia poi su un basso cupo e percussioni pesanti, le sventagliate e poi chitarre distorte inclusi battimani e gli arpeggi di chitarra a placare gli animi fino ad una nuova esplosione, il finale di un noir ambientato a Kinshasa.
Se volete invece sognare, abbandonarvi ai cieli stellati e luminosi dei deserti africani (e forse americani) lasciatevi trasportare da Bahum che vi condurrà all’alba con un crescendo che vi porterà a danzare; da lievi arpeggi di chitarra e un ticchettio che apre a movimenti più distorti e sporchi alle percussioni in grande spolvero e un tappeto sonoro floridissimo e ipnotico.
Rimettete il cd e ricominciate con Tony Hawk of Ghana dove Alberto Ferrari ci mostra quanta bravura c’è nel suo canto e quanto riesca un tutt’uno con lo spartito di questo disco.
Non vi curate di noi e ascoltate.
Ciro Ardiglione

genere: rock
I hate my village
I hate my village
etichetta: La Tempesta
data di uscita: 18 gennaio 2019
brani: 9
durata: 00:22:35
album: singolo

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