Il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov

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Riscritto da Letizia Russo con la regia pregevole e originale di Andrea Baracco all’Eliseo, Il Maestro e Margherita di Bulgakov avvolge e stupisce con un ritmo “infernale” che ben rende l’atmosfera e incolla chi guarda alle poltrone, anch’esse rosse, dell’Eliseo.

Interpreti poliedrici e versatili, con una dinamicità da “film d’azione”, ritmico e sorprendente. Veramente fuori dall’ordinario.
Spiccano le interpretazioni eccellenti di ogni attore con una specificità di movimento, voce e entrata e uscita dalla scena pressochè perfette. Michele Riondino, unica certezza con Margherita, centrale nella narrazione, incarna un Satana, zoppo con bastone, come da tradizione e immaginario collettivo, che sembra volare sul palco, senza piedi, in un movimento leggero e circolare, aiutato da costumi magnifici, da un modo di gironzolare obliquo che inquieta, che segna il territorio intorno a ogni singola vittima alla sua mercè. Distanza e avvicinamento minaccioso, con una intonazione di voce e vari gorgheggi esattamente evocanti le diverse dimensioni del Male. Superbo, magnetico, seducente, anche quando è immobile e governa l’anima degli altri. E dopo, nella quasi nudità, da solo, il ballo animale che offre a 4 zampe è un’esperienza estetica.

I suoi tre vassalli, eleganti, incarnanti ognuno un tipo di follia precisa, spiccano e si distinguono per magrezza di memoria della vicina morte, per movimento ripetitivo e oscillante del vestito giallo, per movimento quasi cardinalizio tra il boia e l’impresario.
Margherita, perfettamente rappresentata da Federica Rosellini, è quasi opaca, elegante, dolce, presa dall’elisir d’amore, si muove “normalmente” fin quando non soggiace alla seduzione del Male per Amore e manifesta la “Strega Interna” con una potenza inaspettata.
Contrasti evidenti, emozionanti, risveglianti dimensioni di energie interne.

La pregevolezza della messa in scena si comprende da subito: il quadrato, o vicino a quella forma, ricorda la mente, scatola chiusa e ossessiva, ben rappresenta “la gabbia”, abitata dai personaggi che per quanto entrino ed escano in magnifica leggerezza e armonia, dalle porte che richiudono ogni volta con grande cura, non possono scegliere altre stanze da frequentare. Uno spettacolo curato nei minimi dettagli, lungo (per fortuna), eppur ricco di colpi di scena, accattivante, con stratagemmi artistici che si incrociano. Le tre dimensioni della traccia del romanzo in parallelo, con l’immediata riconoscibilità del cambio di scena, tra movimenti diversi, voci ri_modulate e posizioni in continua mutazione. I ghigni lunghi e ripetuti ispessiscono l’attesa, alzano la pressione sanguigna, fanno cantare la paura.

Il rosso e il nero regnano, in stacco cromatico con il resto, bronzo, metallo, gesso scricchiolante a dipingere “Liberati dal male….”.
Sangue, fuoco, aria e sospensione machiavellica gli elementi preponderanti che arricchiscono il retro del racconto. Il lungo e sontuoso mantello di Pilato, per apparizione e movimento, rapisce e cattura lo sguardo, come Jeshua sdraiato, che ricorda la Pietà di Michelangelo; la pietà, derisa da Satana come un sottile insinuarsi nelle fessure di casa.
La mente quale luogo di immaginazione e follia che solo il Male, incarnato da Satana, rende reale e possibile. “Non voglio la realtà, voglio la verità”, la verità del Male, banale, come anche la storia ci insegna.
La ricerca di una spiegazione razionale o agganciata ai dati di realtà è vana, inutile. Il potere del Male impera, stravolge, gioca e governa gli animi dei personaggi. Anche la categoria “Amore” è ascritta all’ineluttabilità del destino, dell’incontro nel vicolo, della forza potente e misteriosa del caso (?) cui gli esseri umani, tutti, “hanno da soccombere”.

Eppure, nonostante la terribilità agita dai personaggi, si manifesta anche l’aspetto grottesco, ridicolo e quasi divertente, a rincuorare, in parte, per poi ripiombare in ciò che accade. Esattamente come l’esistenza, grave ma priva di serietà, senza potere, con Morte, Fato, Amore, Delirio, Accadimenti incredibili che si succedono gli uni agli altri. L’impigliarsi, l’inciamparsi, la coincidenza e la fatalità, gli errori, le ingenuità, veramente lo spettacolo descrive l’impossibile con i suoni esatti, musiche originali e “forti”.

Manca la Terra, quale culla nutriente, il materasso trascinato a mo’ di valigia, da una parte all’altra accenna al sonno, unico elemento naturale, forse la valigia con i soldi sembra un altro elemento di realtà, altrimenti le parole scambiate, la cartella del dottore, i mantelli del ballo mortale, le bare, il divano, sullo sfondo. In primo piano il dolore e lo stupore dei personaggi che riempiono egregiamente il palcoscenico.
Ogni attore, da solo, capace di occupare il palco intero, con una maestria di rara bellezza.
La sensazione è quella di essere tra loro, e poi tornare in poltrona, riconoscerli uno ad uno, quando cambiano abito, personaggio, momento storico. Si viaggia con loro nel tempo e nello spazio.
Non è sembrata recitata, piuttosto fortemente e passionalmente raccontata la storia, complessa e intrecciata, del Maestro e Margherita.
Un lavoro collettivo imponente e “compiuto” perfettamente da vedere e rivedere.

Stefania Ratini

 

Teatro Eliseo – dal 22 gennaio al 3 febbraio

Il Maestro e Margherita
di Michail Bulgakov
riscrittura: Letizia Russo
regia: Andrea Baracco
aiuto regia: Maria Teresa Berardelli

interpreti: Michele Riondino – Woland, Francesco Bonomo – Maestro/Ponzio Pilato, Federica Rosellini – Margherita, Giordano Agrusta, Carolina Balucani, Caterina Fiocchetti,  Michele Nani, Alessandro Pezzali, Francesco Bolo Rossini, Diego Sepe, Oskar Winiarski

scene e costumi: Marta Crisolini Malatesta
luci: Simone De Angelis
musiche originali: Giacomo Vezzani

produzione TEATRO STABILE DELL’UMBRIA
con il contributo speciale della Brunello Cucinelli Spa in occasione dei 40 anni di attività dell’impresa

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