La fattoria dei nostri sogni (The biggest little farm) di John Chester

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Prima di iniziare questa recensione è necessario effettuare una piccola confessione: all’inizio di questo delicato e per certi versi, commovente, documentario, temevo di trovarmi di fronte al solito lavoro di un integralista ambientalista, con venature post hippy, che intendesse mostrare ai cittadini quanto bella fosse la vita di campagna.
Invece ho dovuto riconoscere all’autore del documentario La fattoria dei nostri sogni (The biggest little farm), una certa coerenza e una solidità di impostazione del lavoro.

Partiamo dagli antefatti: i coniugi Chester vivono in un piccolo appartamento di Los Angeles. Molly è una cuoca e una food blogger specializzata in cucina salutare alla cui base vi sono sempre ingredienti coltivati e allevati con criteri naturali. John è invece un cameraman specializzato in documentari naturali sempre in giro per il mondo. Entrambi coltivano il sogno di fondare una propria fattoria lontana dal caos cittadino dove vivere in armonia con la terra.
Un giorno incontrano sulla loro strada un cucciolo di cane, Todd, che portano a casa. La convivenza non è facile, poiché Todd ogni volta che loro vanno via, inizia ad abbaiare furiosamente. Le provano tutte, ma ogni tentativo di educazione dell’animale naufraga. Ovviamente, a causa del cane la famiglia Chester riceve lo sfratto. Questo non li scoraggia, ma li spinge invece a fare il salto tanto desiderato. Cercare un pezzo di terra da trasformare in una fattoria biodinamica dove si applichino i principi dell’agricoltura sostenibile.
Non hanno molti soldi e si mettono alla ricerca di finanziatori, prima fra gli amici e poi trovano qualcuno che decide di aiutarli credendo che “il futuro stia nel passato”. Acquistano un terreno di 200 acri (circa 80 ettari) e iniziano la loro avventura. È un terreno arido e sono circondati da fattorie che applicano invece la monocultura.
In realtà non sanno bene da dove cominciare e non sono in grado di affrontare le problematiche agricole. Ma chiedono una consulenza ad Alan York, un esperto di agricoltura dinamica. Un tipo con sempre un cappellaccio in testa e gli occhiali neri, al quale sinceramente, non chiederei neanche un consiglio su come curare un geranio. Ma nonostante le apparenze, è lui che intuisce le potenzialità di quel pezzo di terreno e li induce a rovesciare tutto quello in cui credevano. Alan sembra un mezzo santone, ma alla fine ci azzecca.

E qui inizia la vera storia del film, i cui protagonisti Molly e John, raccontano 8 anni della loro vita in questa fattoria. Per certi versi il documentario può essere assimilato a un documentario di viaggio. In questo genere di film, una persona o più persone cominciano a viaggiare, e mettendosi in movimento, mettono in movimento anche la propria componente interiore.

Qui si rimane fisicamente fermi, ma i due protagonisti evolvono interiormente, man mano che la fattoria evolve e si sviluppa. E questo è il primo messaggio del film: se c’è un rapporto stretto fra essere umano e natura, non può che nascere un percorso reciproco di arricchimento.
Da un arido pezzo di terreno i coniugi Chester riescono a creare una fattoria con 850 animali e 75 tipi diversi di coltivazioni biodinamiche. Ma il percorso non è poi così facile. Infatti la cosa da apprezzare in questo documentario è la sincerità.

La natura non è rappresentata come bucolica e generosa, ma come un elemento che dona ma crea anche problemi, che bisogna risolvere trasformando le difficoltà in risorse. Come combattere le talpe? Come convivere con i coyotes? Che fare con gli uccelli che mangiano la frutta? Come combattere la siccità? La risposta viene anche dalla convivenza con altri animali selvatici, che con naturalezza diventeranno le soluzioni tanto cercate.
In questo senso il documentario indica una strada nuova, che in realtà è antica: non distruggere tutto ciò che si ritenga non serva, ma cercare di osservare il funzionamento delle cose e capire come favorire un equilibrio dell’ecosistema, nel quale l’essere umano debba essere ospite e non padrone.

17 Aprile 2019 la foto mostra John Chester, e sua moglie Molly, del documentario”The Biggest Little Farm,” at Apricot Lane Farms in Moorpark, Califorina. Foto di Chris Pizzello/Invision/AP

Inoltre, le immagini (e qui si vede il retroterra di competenze tecniche dell’autore che però forse è un po’ troppo influenzato dall’iconografia della National Geographic) che rappresentano la natura sono di una bellezza esemplare e in alcuni momenti commovente.
Viene sviluppato anche il concetto di vita e di morte, che vengono ricompresi nel complesso ciclo della natura. Il film, che inizialmente negli Stati Uniti era uscito solamente in 5 sale, grazie al passaparola del pubblico, è riuscito a raggiungere 285 cinema, decretandone il successo e la vincita di numerosi premi in vari festival.

È un film che merita di essere visto  e non dimenticato, perché probabilmente veramente il futuro del nostro pianeta, tema che ad esempio nel dibattito politico italiano è completamente assente, sarà nel ritorno all’agricoltura biodinamica e nella ricerca di un nuovo equilibrio uomo – natura.

Gregory Bateson, nel suo “Dove gli angeli esitano” (1989), ormai purtroppo introvabile, scriveva:
«Il bello e il brutto, il letterale e il metaforico, il sano e il folle, il comico e il serio… perfino l’amore e l’odio, sono tutti temi che oggi la scienza evita. Ma tra pochi anni, quando la spaccatura fra i problemi della mente e i problemi della natura cesserà di essere un fattore determinante di ciò su cui è impossibile riflettere, essi diventeranno accessibili al pensiero formale. Oggi la maggior parte di questi temi sono inaccessibili e gli scienziati, anche gli antropologi e gli psichiatri, li evitano, e per ottime ragioni. I miei colleghi e io non siamo ancora in grado di indagare su temi tanto delicati. Siamo appesantiti da errori come quelli che ho menzionato e, come gli angeli, dobbiamo esitare a metter piede in queste regioni, ma non per sempre».

Questo film vuole invitare gli spettatori e battere le strade indicate da Bateson, che nel suo libro più importante “Verso una ecologia della mente” (1972), invitava le persone a ridefinirsi come una struttura ecosistemica all’interno di un più grande ecosistema.

Francesco Castracane

Per chi fosse interessato, questo è il link della fattoria “Apricot Lanehttps://www.thebiggestlittlefarmmovie.com/

La fattoria dei nostri sogni
titolo originale: The biggest little farm
Genere: documentario
Anno: 2018
Regia: John Chester
Paese: USA
Durata: 91 min
Distribuzione: Teodora Film
Sceneggiatura: John Chester, Mark Monroe
Fotografia: John Chester
Montaggio: Amy Overbeck
Musiche: Jeff Beal
Produzione: FarmLore Films

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