La masseria delle allodole di Antonia Arslan

Armenia Yerevan mausoleo genocidio
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La Arslan compone questo romanzo ricostruendo le vicende della sua famiglia armena e apre una finestra su quello che è un genocidio armeno negato da coloro i quali ne furono i responsabili e ancora oggi riconosciuto da soli 29 Paesi nel mondo: il sistematico, volontario annientamento di un milione e mezzo di armeni nel 1915 che risiedevano in Anatolia da parte di nazionalisti turchi e curdi.

Il romanzo di Antonia Arslan si rifà ai racconti del proprio nonno ascoltati in tenera età e disegna la traiettoria degli eventi storici che portarono all’annientamento di due terzi del popolo armeno attraverso le vicende che coinvolsero la sua ricca e colta famiglia.

Siamo all’inizio della grande guerra quando la chiusura delle frontiere dell’Impero ottomano annulla l’incontro programmato e pianificato da anni tra i due fratelli; Sempad, farmacista che vive con la numerosa famiglia in una piccola cittadina dell’Anatolia e Yerwant uno stimato medico che vive in Italia.
Gli armeni sono convertiti al cattolicesimo nel 300 d.c., fanno della loro religione un importante fattore identitario, ricchi, colti, tanto che tutte le donne armene sono quanto meno alfabetizzate.
Il progetto del governo nazionalista turco prevede di riunire ed eliminare tutti gli uomini della minoranza armena dell’Anatolia.
Gli armeni hanno ancora memoria del genocidio di fine ‘800 dei quali sono stati vittime ad opera del sultano rosso dal quale era scaturita una prima diaspora degli armeni nel mondo, ma confidano di salvarsi questa volta, seppure pagando un presso in denaro.
Sempad ignorerà l’ordine di comparizione indirizzato a tutti i capifamiglia e si recherà presso la casa di campagna di famiglia “la masseria delle allodole” insieme a familiari ed amici.
La masseria delle allodole non si rivelerà però un sicuro rifugio, raggiunti dalle milizie armate, gli uomini verranno raggruppati insieme a tutti i figli maschi e barbaramente trucidati dinanzi alle donne che assistono immobilizzate.
La moglie di Sempad, Shushanig pietrificata dall’immagine dell’uccisione del proprio marito e dei propri figli bambini non crolla, ma è determinata a mettere in salvo la carovana di persone che hanno adesso lei come riferimento, la numerosa famiglia è diventata un matriarcato nel momento peggiore della propria storia e il peggio deve ancora per venire.
Le donne armene con i loro bambini, riunite in carovane verranno spinte ad attraversare il deserto per raggiungere Aleppo, è durante questo esodo di donne che si compie la seconda strage; le carovane vengono fatte bersaglio di continue incursioni per essere depredate, le donne stuprate e spesso senza nessun motivo uccise insieme ai bambini. Le donne saranno decimate da una inaudita, inutile violenza oltre che dalla fame e dalla sete.
Yerwant dall’Italia tenta di avere informazioni, ma la guerra è concentrata sul fronte europeo, pochissime informazioni trapelano dal fronte orientale, quando finalmente riesce con uno stratagemma ad avere le informazioni sulla propria famiglia ne rimane sconvolto.
Intanto amici di famiglia non armeni si mobilitano per raggiungere la carovana e soccorrere le donne, grazie al denaro corrompono alcuni turchi e curdi riuscendo a realizzare un rocambolesco piano per far scappare dalla colonna in marcia la famiglia nascosta nel sottofondo di una carrozza diplomatica.
Nascosti ad Aleppo per oltre un anno riusciranno poi ad essere imbarcati per l’Italia, solo nel momento in cui la nave è salpata e i figli sono in salvo Shushanig sente compiuta la sua missione di matriarca e può abbandonarsi al dolore di avere assistito alla feroce uccisione del marito e dei suoi figli maschi ancora bambini, il suo cuore non reggerà e si ricongiungerà ai suoi cari prima che la nave tocchi terra.

Antonia Arslan ha uno stile piacevole, fluido, a lei il merito di avere aperto con questo romanzo una finestra sul capitolo di storia più negato del 900, se una pecca possiamo trovare nel suo lavoro è che le descrizioni dell’eccidio sono talvolta un po’ distaccate, forse un atteggiamento inevitabile quando si descrive eventi accaduti ad altri ai quali non si è partecipato e non si ha assistito personalmente.
Inevitabile il confronto nella lettura con l’altro olocausto e con Primo Levi che nella descrizione dello sterminio degli ebrei trasmette nei suoi scritti tutta la parte emozionale dell’esserne stato testimone diretto.

Il destino delle donne fu in un certo senso diverso da quello degli uomini. Questi ultimi furono brutalmente uccisi, le donne brutalmente sottomesse o accompagnate verso il nulla del deserto siriano. Furono loro a resistere e a conservare il senso di un’identità che altrimenti si sarebbe smarrita. Furono loro, nella memoria difesa, la prima luce che squarciò il buio armeno” Antonia Arslan
Adelaide Cacace

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