Le nostre battaglie di Guillaume Senez

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Una speranza ricostruita con la democrazia.
Magnifiche le interpretazioni dei bambini, protagonisti veri della storia. Un film vero e contemporaneo, con esistenze reali e difficili. Complesso e precario il quadro d’insieme, in divenire.

Un contesto freddo, al freddo, che rende bene la fatica del vivere in certe condizioni pressochè usuali un po’ ovunque, in questo tempo. Una casa “normale”, una famiglia “normale” con due bambini, con le visite dal pediatra, l’organizzazione della scuola, delle merende, delle feste totalmente sulle spalle della mamma, lavoratrice, ma fa lo stesso, è la sua battaglia, troppo impegnato il papà sul lavoro, che lotta con ingiustizie di ogni tipo, completamente immerso nel supportare i colleghi. Routine tipica e complessa. Colleghi in ansia, trapelare di licenziamenti, riduzioni, non riconferme di contratti già molto stringati, i cosiddetti cinquantenni inutili… Battaglie continue.

Evidenti richiami ai lavori moderni nella sostanza, tuttavia legati ancora ai tempi/metodi fordisti, con tanto di calcolo del tempo di registrazione… e parliamo di secondi. Un sindacato che prova a combattere, senza troppa convinzione, né più tanto entusiasmo, un capo del personale nevrotica, negazionista, autoritaria, dispotica, quasi disumana nell’obbedienza alle leggi del “profitto a tutti i costi”, un personaggio frequentissimo, purtroppo, nelle organizzazioni di qualunque tipologia. Molta importanza al lavoro, alla produzione, al di là di orari umani, il resto è sullo sfondo, anche per necessità di sopravvivenza per Oliver, Romain Duris.
Si consuma in quest’atmosfera fredda, lo sguardo perso nel vuoto e addolorato di Laura Vallet, Lucie Debay, moglie di Oliver che quando rincasa dal lavoro, sempre tardi, troppo tardi, esclama ai bambini “Ancora non dormite?”, in un silenzio respirato allo specchio e in un dolore velato al mondo. Sottile e insinuante il dolore di Laura, colto solo dalla domanda della dottoressa, durante la visita di controllo del figlio maggiore. Cosa è successo? Il senso di colpa invade lo studio medico.

Per il resto, sguardi, una remissività che rasenta l’insopportabilità della condizione, il freddo esteriore e lama interiore della fragilità che scava. E la caduta, improvvisa, come nel film “Le cose che so di lei”, quando c’è l’inciampo. Come quando il cervello smette di funzionare per pochi secondi e perdi coscienza e conoscenza della vita. Il segnale d’allarme, il segnale che “basta qui”. L’interpretazione di Lucie Debay è centratissima: personaggio sensibile ed evanescente, come la forza da cui è animata, i gesti di auto-rincuoro, insufficienti purtroppo e comunica perfettamente il suo stato d’animo in subbuglio, oltre ad una maschera di dolcezza infinita quando racconta le storie ai bambini, per prepararli. Lei sa. La bellezza della disperazione.
Oliver, in un istante, si ritrova nell’impensabile condizione di uomo solo con 2 bambini di cui non conosce le abitudini quotidiane. Con l’aggravante dell’incredulità per la scomparsa di Laura, che fatica a realizzare come un “essere stato lasciato” senza neanche una parola, senza un segno che abbia saputo cogliere.

Le nostre battaglie di Guillaume Senez. Lucie Debay interpreta Laura. Foto Claire Nicol

Una doppia batosta. La riorganizzazione della vita e la scoperta della priorità, capovolte e dinamiche, manca una colonna in questo altare di famiglia. Le altre tre non sorreggono il peso della vita, si aiutano, scomposti, ognuno come può.
La reazione di un uomo, capire, organizzare, lavorare, andare avanti, come conosce si fa, poi la confusione, il crollo del controllo e lo sprigionarsi dell’umanità che lo coglie responsabile nei colloqui a scuola. Si interroga, non capisce, modifica le cose, lavora dentro, si scioglie, comincia a sorridere. Si lascia aiutare dalle altre donne del film, poi lo pretende quell’aiuto o lo implora, poi si lascia aiutare ancora.

Laetitia Dosch nei panni della zia Betty “particolare”, da vita artistica, precaria, come gli altri, portatrice, tuttavia, di una sensibilità e di una capacità di cogliere i piani sottili dell’esistenza raccolti in una sola frase di un dialogo tra lei e Oliver: “Se venissi 30 secondi in fabbrica capirei immediatamente il tuo lavoro, se tu mi seguissi per due anni non capiresti niente…”. La sindacalista Claire, Laure Calamy, che forza l’entusiasmo e i sorrisi per affrontare ogni giorno la sua solitudine. La nonna, con l’aria di chi conosce i danni dell’incuria nei confronti dei figli, ogni tanto sottovoce porge un aiuto, senza neanche troppo alzare la voce. Oliver “scopre” così che non esiste niente di scontato, che i bambini hanno bisogno di presenza e di parole, di elaborare la nuova condizione per capire cosa è successo, che hanno bisogno di odori familiari, di nuove regole, di indossare le magliette preferite, di spalmare la crema sulle cicatrici con amore, di qualcuno che si prenda cura di loro.
E faticosamente ricercano l’alleanza della loro nuova famiglia, che dà la somma di tre.

Le nostre battaglie, ermetico e bellissimo. Mi piacerebbe riempissero le sale dei cinema i padri, tutti.

Stefania Ratini

Le nostre battaglie
titolo originale: Nos batailles
Paese: Belgio/Francia
anno: 2018
distribuzione: Parthénos
uscita: 7 febbraio 2019
durata: 98 minuti

regia: Guillaume Senez
sceneggiatura: Guillaume Senez e Raphaëlle Desplechin
produttori: Isabelle Truc, David Thion e Philippe Martin
coproduttore:  Bart Van Langendonck

Personaggi e interpreti
Olivier – Romain Duris
Claire – Laure Calamy
Betty – Laetitia Dosch
Laura – Lucie Debay
Elliot – Basile Grunberger
Rose – Lena Girard Voss
Joëlle – Dominique Valadié
Agathe – Sarah Le Picard
Paul – Cédric Vieira

fotografia: Elin Kirschfink (SBC)
scenografia: Florin Dima
costumi: Julie Lebrun
suono: Fabrice Osinski
montaggio: Julie Brenta
montaggio del suono: Virginie Messiaen e Sabrina Calmels
mix: Franco Piscopo

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