Leyley, una e mille notti al Teatro India

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L’Iran è stato a Roma, in una serata speciale dedicata a Leyley, La campana, uno spettacolo di teatro, danza, canti e musica dal vivo, occasione per la sperimentazione di nuovi linguaggi artistici.
Mentre attendiamo di accomodarci in sala, l’ampio ingresso del teatro è vivacemente affollato per questo appuntamento internazionale; lo sguardo spazia curioso ad ascoltare intorno volti, gesti e suoni eleganti. Molti giovani, in prevalenza ragazze, conversano, salutano e parlano al telefono in un disinvolto alternarsi di persiano e italiano. Entriamo finalmente e sceso il buio in sala inizia un racconto con personaggi fantastici, tra dialoghi, danze, musiche e colori che accompagnano la storia del contrastato amore tra i due protagonisti, Siah e Sanam.

Una scena da LEYLEY. Foto Siamack Tofigh

L’atmosfera che si coglie è quella di un’occasione di coralità e una ricerca di condivisione, l’esigenza di aderire a una cultura e l’urgenza di integrarsi con il mondo circostante.
La narrazione ruota intorno al gioco della campana, in lingua farsi leyley, un gioco antico che appartiene a tante e diverse tradizioni nel mondo e che su questo palco diventa lo strumento per viaggiare tra oriente e occidente per visitarne affinità e distanze.

L’Iran è al centro, un paese vasto, ricco di antichi luoghi, costumi e culture, talmente grande da poter rappresentare un mondo.
Lo spettacolo avanza, passando da un linguaggio all’altro, narrando l’amore e le tradizioni, i miti e i fanatismi e, mentre le vicende amorose si snodano, nell’aria c’è attenzione nel seguire le vicende sulla scena perché gioco, danza, musica sono lingue universali, una piattaforma condivisa tra i popoli sul palco e in sala, un patrimonio di tutti.
Chi tra noi ha piu di 50 anni ha un vantaggio, ricorda quando dopo la scuola si restava con gli amici all’aperto, in strada o in cortile, a giocare a palla, a corda e a campana.
Per chi non lo conoscesse la campana è un gioco-percorso che si disegna a terra, si può giocare da soli o in tanti, basta avere ciascuno un sassolino, opportunamente scelto, e la voglia e la possibilità di saltare, rispettando regole condivise.
Nello spettacolo i salti descrivono il passaggio dei personaggi da una dimensione all’altra, attraverso l’immaginazione e la fantasia, senza limiti di tempo né confini. Ognuna delle città rappresentate è il tassello di un mosaico in cui l’aspirazione alla modernità convive ancora col potere delle superstizioni. Le prime due tappe sono nel bazar e nell’hammam, il bagno pubblico, poi la scena si sposta nel Khorasan, la terra dove si coltiva il grano; qui il pane è sacro e i rituali sono importanti e non possono essere messi in discussione. In un’altra città, Azerbaigian, i due innamorati non riescono a sposarsi perché il padre della sposa si oppone al loro matrimonio; in un’altra città ancora, Kurdistan, Siah e Sanam continuano a cercare di realizzare il loro amore nella cornice della tradizione, fino a giungere al porto di Bandar.

Tutto il racconto si snoda tra suoni e movimenti come un inno alla bellezza ed alla creatività delle genti di Iran, armoniosamente, mostrando agli spettatori le danze popolari e le memorie, i culti e le tradizioni delle diverse etnie, i miti e gli stereotipi, tra fanatismi religiosi e laici, in un’esperienza fantastica di viaggio globale.
Sembra proprio di essere in una favola in cui la spinta al cambiamento, che nasce negli incontri tra i vari personaggi, seppure riesce a rompere le radici delle antiche credenze, finisce comunque per generare nuove forme di superstizione, in un perpetuo movimento.
La partecipazione del pubblico è generale, anche se chi come me non conosce il farsi perde alcune battute e risate; è il segnale che resta ancora una soglia di in-comprensione da colmare ed uno spazio di specialità: non una riserva, un’estrema difesa di esclusività, piuttosto un riconoscimento allo sforzo di integrazione espresso da questa comunità e una proposta di impegno all’avvicinamento da piu’parti, alla ricerca di una piena condivisione.

Alla fine gli spunti interessanti da approfondire sono molti; cerco nella cartella stampa e nelle notizie che trovo in rete: la messa in scena è accostata ad una cerimonia contemporanea, che sembra proporre la visione di un Iran moderno, in cui, conquistati i diritti delle donne e superata l’ortodossia religiosa, l’influenza dei talismani e degli antichi rituali è ancora molto sentita dal popolo.

Una scena dallo spettacolo LEYLEY. Foto Siamack Tofigh

La compagnia Vazhik, è composta da dieci attori danzatori e da due musicisti guidati dall’ispirazione di Mohammad Amiri, Mohammad Vajihi e HadiHabibnejad. Tutti artisti iraniani che vivono in Italia da un decennio, più una italiana, Loredana Piacentino; insieme divulgano la tradizione artistica persiana con opere teatrali ispirate da giochi improvvisati e libera creazione artistica, evoluzione scenica di un lavoro sperimentale. Leggo che la performance in Iran è sentita come un’espressione spirituale, che nasce da una ricerca di integrazione nella complessità degli approcci individuali dei performer; è una bella immagine, che mi colpisce. Lo spettacolo, fedele a questo approccio, è un invito rivolto a tutti a non restare fermi nei reciproci ruoli di attori e spettatori, cittadini e stranieri, a disporci al salto necessario per superare i confini delle rispettive tradizioni, che similmente ci in-trattengono come in un loop.
Mentre mi allontano ho in testa echi e suggestioni da Odissea a Sogno di una notte di mezza estate a le Mille e una notte e altro ancora, penso che l’arte sia indispensabile per riuscire a crescere e ad accogliere la nostra profonda identità di donne e uomini di questa Terra.
Sabrina Mancini

Leyley
Riti, tradizioni e stereotipi delle credenze persiane
a cura di HadiHabibnejad
sceneggiatura, regia e drammaturgia: Mohammad Amiri, Mohammad Vajihi e HadiHabibnejad
consulente sceneggiatura: HamedHajian
coreografia: HadiHabibnejad
attori e danzatori: ElnazYousefi, EmadGarivani, HadiHabibnejad, Parisa YousefPour
MahtabKamalinovin, MasudKhorami, Mohammad Vajihi, Shaghayegh Shokrollahi, Zahra Kiafar e Loredana Piacentino
aiuto coreografia: ElnazYousefi
musica: Ehsan Khashei, Arash Jouyafar
costume e maschera: Hadi Habibnejad
aiuto costume e maschera: Shaghayegh Shokrollahi
sound design e fonico:  Arash Jouyafar
luci:  Mohammad Amiri
fotografia: SiamakTofigh
video: Mohammadreza Iloon

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