NEA-POLIS: una conferenza impossibile

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Non è facile parlare di un uno spettacolo che ha come protagonista un tuo amico. In questo caso è pure peggio. Non c’è solo il rapporto che da anni ci lega e che ha fatto crescere questa rivista, ma c’è anche Napoli, Nea-Polis, una città dove ho vissuto per molti anni e dove torno spesso, con tutta la sua invadenza inarrestabile e tutta la sua accoglienza senza calcoli. E poi ci sono le emozioni che si rivivono quando Antonio racconta dell’evento che cambierà molte vite e la città. Un esempio? Il terribile terremoto del 23 novembre 1980.

Una recensione impossibile, dunque, come Nea-Polis, una conferenza impossibile, il titolo del suo spettacolo che non sappiamo quando rivedremo. Allo Spazio Fabbrica di Lugnano in Teverina, Antonio ha voluto parlare di Napoli anche se, come scrive in una lettera che immagina di mandare ad un suo amico, è stato detto tutto e il contrario di tutto. Ha rivelato momenti della sua vita all’interno e fuori della sua famiglia, passioni e conflitti, oggetto del racconto e pretesto per spiegare la città, dalle sue ancore nel passato alle vele che la muovono verso il futuro in un continuo mutare, distruggere e creare.
Una Nea-polis metabolizza, infatti, tutto ciò che la storia produce e protegge il proprio mito, inglobando in sé ogni nuovo elemento. Antico e nuovo s’incontrano sempre per far scorgere una nuova città, una Nea-polis ancora. Conquistata e protetta, amata e negata, la città ha attraversato i secoli, conservando i segni dei tanti che la videro, senza in realtà lasciarne prevalere alcuno”.

Quando ha parlato del Mediterraneo, il mare che blocca la città e che ne dà respiro, che accoglie e lascia partire, che da due punti di osservazione, mi ha fatto tornare all’inarrivabile lavoro di Fernand Braudel e ad una lettera su Napoli: «Non attendiamoci da essa né compiacimenti, né concessioni. Questo capitale oggi sottoutilizzato, sperperato fino ai limiti dell’esaurimento – poiché non si può dare indefinitamente senza ricevere – quale fortuna per tutti noi, se ora, domani, potesse essere sistematicamente mobilitato, sfruttato, valorizzato. Quale fortuna per l’Europa, ma anche e soprattutto per l’Italia. Questa fortuna, Napoli merita, più che mai, che le sia data».

E fortuna la merita il racconto con sua madre, di cui qualche volta se ne sente la presenza con una voce fuori campo, disposta, giorno e notte, a sostenere le persone accampate nei paraggi della sua casa la notte del terremoto e quelle seguenti, “inventando la Protezione civile”, la zia che gli impediva, con la sua voce acuta e penetrante di riposare la domenica mattina, i pranzi infiniti ed estesi con la nonna e per la nonna, persone che continua a sentire grazie alla lingua napoletana che come ogni lingua è “detta madre, perché ci culla nel suo accento speciale”. E il padre “di una simpatia invadente e di un’insoddisfazione devastante” morto d’infarto a Buchenwald, campo di concentramento nazista dov’era in visita e l’odissea della sua salma.

E così scorrono anche gli accenni a Leopardi e a Epicuro la cui filosofia è stata recuperata grazie ai testi sommersi nella villa dei Papiri dopo l’eruzione del Vesuvio e “noi abbiamo imparato molto da quei testi sottratti alla lava, e sembra quasi che ne abbiamo fatto il nostro copione”. E dubbi della nostra cultura, “chiusi dentro i nostri perimetri spesso non vediamo l’insieme e scambiamo la nostra visione per il tutto; dall’interno delle nostre città, delle nostre culture, dei nostri linguaggi erigiamo barriere, innalziamo mura, ci crediamo al centro e non lo siamo”.

Monologhi separati da brani del repertorio della tradizione moderna e antica della canzone partenopea suonati con delicatezza, quasi a non voler disturbare la narrazione, da Alessandro Dimiziani al sassofono e da Paolo Pezzettoni alla chitarra elettrica. E qui la prima osservazione personale: la musica avrebbe dovuto interagire e accompagnare le parole e non solo separare, come un sipario, come qui accade. E mi sono fatto persuaso che una narrazione fatta di creazione e distruzione, movimenti in avanti e passaggi indietro, aperture e chiusure come vuole Napoli o la nuova Napoli necessitava di una migliore relazione con la musica.
Anche la progressione, o meglio l’organizzazione dei momenti della narrazione che a tratti si fa anche interazione con il pubblico, ha il sentore di linearità e necessiterebbe di rotture, digressioni repentine come invece ci sono nella pluralità e nella ricchezza del testo che si muove su un campo largo.
Ma chissenefrega di queste annotazioni di struttura… grazie Anto’

Ciro Ardiglione

24 marzo 2019, ore 17,15
Spazio Fabbrica di Lugnano
NEA-POLIS: una conferenza impossibile
Scritto e interpretato da Antonio Fresa
Interventi musicali
Alessandro Dimiziani
Paolo Pezzettoni
Regia
Cristina Caldani

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