Western Stars, Bruce Springsteen, 2019

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Bruce legge il tramonto con epica morriconiana.
Partirei da un presupposto che esula dall’ascolto stesso del nuovo, attesissimo, disco di Bruce Springsteen. Siamo nell’anno in cui questo rocker, cantautore, scrittore fra i più importanti della storia americana e mondiale compirà 70 anni. Un’età in cui se non hai qualcosa di forte da dire, a mio giudizio, è meglio se ti godi il malloppo.

Di Western Stars, diciannovesimo album di inediti, sono state attaccate fin dall’uscita del primo singolo, due mesi fa, le venature orchestrali, che certamente addolciscono molte canzoni e le rendono talvolta melodiche, meno folk, meno ‘Springsteen’. Io ho gli stessi gusti di molti vecchi fan o canuti critici musicali e da anni aspetto che Bruce faccia un disco di canzoni sue, come poteva essere questo, con una band country-folk come la Seeger Sessions. Ebbene, non lo ha fatto. La fissazione che ha per gli archi ormai dai tempi di The Rising ha preso ancora il sopravvento e la crudezza che tanti – me compreso – vorrebbero da un suo nuovo album, c’è solo a tratti, qui dentro.

Ma occorre fare un altro tipo di analisi per capire Western Stars. Bruce non è Steve Earle, o John Mellencamp. Ogni nuovo disco di questi cantautori eccezionali, ma minori, ci fa gridare al miracolo e ci fa pensare che quello è proprio ciò che vorremmo oggi da Bruce. Lui nella sua carriera ha fatto moltissime virate minimaliste, pensiamo a Nebraska dopo The River o a Tunnel of Love dopo Usa. Per non parlare di Tom Joad e dello scioglimento della E Street Band negli anni del massimo fulgore. Per questo motivo non possiamo imputargli di essere stato attaccato al business una volta diventato la star internazionale che gli altri citati prima non sono mai stati. Semmai la E Street è stata sfruttata troppo in anni recenti, come negli ultimi tour (quelli di High Hopes e del box di The River) che sono stati principalmente dei greatest hits.

Bene, stavolta voleva fare la colonna sonora, dolente, del tramonto della vita, dopo 46 anni di carriera stellare. In quest’ottica, per raccontare forse per la prima volta la vecchiaia e la fine della speranza, ha visto gli archi come strumentazione di base. È qualcosa che, ancora una volta, non aveva mai fatto prima, e che solo lui poteva fare. È questo il disco più cinematografico e enniomorriconiano della storia non solo di Bruce, ma probabilmente del rock. Solo un suo altro album, Tunnel of Love, può essere lontanamente accostato a questo, e tutti qui sappiamo quanto negli anni quel disco sia stato rivalutato e capito. Allora, se abbandoniamo i sogni di eterno rock o di nuovo folk di cui è innamorato lo zoccolo duro dei seguaci, ed entriamo in quest’ottica, questo disco si può ascoltare con serenità e si arriva a capirne la vera essenza.

L’essenza, almeno nelle tematiche e nel cantato, di un album maestoso, certamente figlio della depressione di cui Bruce ci racconta nella sua biografia. Se parliamo di testi è già una delle pietre miliari della sua discografia. Nonostante le critiche dei già citati duri e puri su praticamente tutte le uscite di Bruce dopo gli arcinoti primi 6 capolavori, io trovo diversi grandi album anche dal 1984 ad oggi. E alcuni dischi chiaramente minori, per esempio Working on a Dream, sarebbero stati di più alto livello solo se avesse tagliato qualche brano di troppo. Bruce ad ogni uscita – esclusa quella inutile raccolta di scarti che è High Hopes – ha tracciato una via nuova. Che bene o male poi tanti altri artisti che a lui fanno riferimento hanno seguito. E vedremo da ora in avanti quante orchestre faranno capolino dietro la rockstar del momento.
Nel frattempo, questo disco, che arriva a sette anni dal possente Wrecking Ball, caso unico dai tempi di Nebraska, pare che non sfocerà in un tour. Bruce ha già confermato che sarà in studio per il nuovo album con la band in autunno e il tour da stadi del 2020 è già in cantiere. In quella occasione, un po’ come fece con Usa e Nebraska, presenterà le canzoni dell’album full band – e mi incuriosisce molto a questo punto capire cosa possa aggiungere Bruce alla sua granitica discografia rock con la E Street – e probabilmente qualcosa di Western Stars.
Non mi addentro nel discorso live, sappiamo di parlare del più grande di tutti i tempi sul palco, ma francamente spero da tempo nell’abbandono degli stadi e nell’ingresso in luoghi più intimi e meno di massa. Ma probabilmente per questo non è ancora il momento. La macchina è ancora ben oliata e loro si divertono moltissimo. Posso confermarlo dopo aver visto uno strepitoso Steve Van Zandt suonare due ore e mezza a Milano.
Vediamo ora le canzoni.

Hitch Hikin’
Il vagabondo che non ha meta, immagine spesso usata da Bruce. Intro acustico e tappeto orchestrale per una ballata dolente che ben introduce tutto il lavoro.

The Wayfarer
Orchestra da subito per il secondo pezzo, che subito non mi è parso fra i più convincenti. Si continua a vagabondare sulle strade deserte d’America alla ricerca di tutto quello che si è perso durante la vita. Dove sei tu adesso? è la domanda che si ripete. Ma dopo la domanda che sta alla base della canzone l’ingresso dei fiati la rende enfatica.

Tucson Train
Una delle pochissime cose interfacciabili al Bruce classico di questo disco. Ciò nonostante gli archi e i fiati restano preponderanti. Sicuramente live con la E Street diventerà importante. Sarà una delle più semplici da arrangiare col gruppo.

Western Stars
Siamo al primo capolavoro. I wake up in the morning, intro tipico del blues americano. Questo pezzo si commenta da solo. Per me è già un classico. La citazione di John Wayne rimarca l’influenza cinematografica di questo album. Il povero attore di serie B che per farsi pagare da bere racconta di quando sul set è stato ammazzato dalla stella hollywoodiana è una metafora straziante.

Sleepy Joe’s Café
Un vero gioiello. Sparisce l’orchestra, entra la farsisa, e arriva il tex mex dei Los Lobos. Stupenda parentesi, una nota di colore in un album cupo. Qualcosa che Bruce non aveva davvero mai osato se non con la Seeger Sessions.

Drive Fast (The Stuntman)
Capolavoro assoluto. Non serve dire altro. Chiunque ascolti questa canzone senza provare emozioni non è persona in grado di provarne. Il personaggio del vecchio stuntman è talmente cinematografico che sembra di vedere il film. L’intermezzo strumentale pianistico è da brividi. E’ figlia di The Wrestler.

Chasin’ Wild Horses
Stesso discorso della precedente. Si ha sempre l’impressione di essere davanti a un film di Sergio Leone o di John Ford. Proprio al finale, quando il protagonista se ne va a cavallo. Orchestra, pedal steel e la voce. E che voce!

Sundown
Scendiamo di un gradino sotto ogni volta che l’onnipresente orchestra vira su sonorità più melodiche, e questo è uno dei casi. A mio giudizio davvero troppo arrangiata. Troppo melensa. Certo ci lascia la frase “il tramonto non è il tipo di posto dove stare da soli”.

Somewhere North of Nashville
Per fortuna arriva subito questo struggente brano acustico a riportarci il Bruce che più ci rassicura. Poteva essere uno scarto di Nebraska.

Stones
Torniamo dalle parti del capolavoro e del west. Un intro epico la apre e la inframezza. Ancora una storia d’amore irrisolta è la base per una nuova grande pagina di poesia springsteeniana. Il violino che la chiude con l’assolo di chitarra è un marchio di fabbrica per tutto l’album.

There Goes My Miracle
Torniamo al discorso di Sundown, eccede nel pop e negli arrangiamenti, e addirittura sfiora il falsetto che io in Bruce non ho mai amato. Però omaggia Roy Orbison.

Hello Sunshine
Mi è piaciuta da subito. Confermo. Riassume tutta la malinconia dell’intero disco. C’è la paura della perdita, c’è la paura della morte. E la steel guitar è un colpo al cuore che accompagna il lungo viaggio in auto nel deserto.

Moonlight Motel
Il disco si chiude con un altro capolavoro, l’orchestra scompare e c’è una chitarra acustica pizzicata per tutto il brano, che alla fine annega la nostalgia nel Jack Daniel’s. E’ l’approdo al motel che il protagonista di tutto il disco cerca; una sorta di casa, una sorta di pace.

Conclusione. Siamo di fronte ad un disco pesante e definitivo, il primo che guarda nello specchio la terza età e l’arrivo al traguardo. Resterà col tempo un Titano solitario della carriera di una divinità inarrivabile del rock. Sia per la sua differenza da ogni altra produzione precedente, sia per l’importanza delle liriche. E da questo punto di vista rappresenta certamente il disco dell’anzianità. Un’anzianità conosciuta, metabolizzata e analizzata, anche se forse ancora non digerita. Quasi un trattato filosofico su come ci si possa sentire dopo i sessant’anni. Western Stars, letto con questa chiave, è già un capolavoro fuori dal tempo, che ci consegna un Bruce più vulnerabile e umano, fragile come l’uomo che ha raccontato tutti i suoi demoni in un libro ed esorcizzato il suo stesso mito in 236 repliche di mirabolante spettacolo a Broadway.

Marco Quaroni Pinchetti

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