Recessione e crisi istituzionale in Brasile

Brasile bandiera
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Da qualunque punto di osservazione si guardi, il Brasile si trova in una crisi dirompente. Come ha spiegato Joao Pedro Stedile, uno dei leader del Movimento dei Sem Terra, il paese vede un’economia oramai in pesante recessione con una struttura industriale sempre meno rilevante e con lo sfruttamento delle risorse naturali come quasi unico modello di sviluppo; una realtà urbana dove è sempre più complicato e costoso spostarsi, possedere una casa o istruirsi, «senza dimenticare le migliaia di scuole rurali chiuse e che ogni anno vengono uccise almeno 40 mila persone, quasi tutti poveri, giovani e neri mentre altre 50 mila vengono fatte scomparire»; un sistema istituzionale allo sbando con la presidente Dilma Rousseff impopolare, la corruzione ad ogni livello e «un sistema elettorale che sequestra la volontà popolare e permette una sovra-rappresentazione dei proprietari terrieri» [1].

Partiamo dalla crisi politica.
Mentre gli ultimi sondaggi danno la popolarità della presidente molto al di sotto del 10%, è di ieri la notizia che il Tribunale Supremo Elettorale del Brasile ha accolto la richiesta del Partito della Social Democrazia Brasiliana (PSDB), maggior partito di opposizione, di aprire un’indagine su quest’ultima e sul suo vice Michel Termer per un presunto reato di finanziamento illecito per la campagna elettorale. Il rischio è quello dell’apertura di una procedura di impeachment.
Il sistema di corruzione è stato scoperchiato già da mesi con lo scandalo Petrobas e che ha messo in luce un’estesa pratica nelle istituzione e nel Partito dei Lavoratori (PT) con indagati decine di politici, ministri e faccendieri e con numerosi arresti. A processo per tangenti ci andrà anche il capo di gabinetto nel primo governo di ‘Lula’ da Silva e tesoriere del PT, Josè Dirceu che secondo la procura fu uno degli organizzatori del sistema di corruzione all’interno di Petrobras, una rete in grado di drenare fondi per due miliardi di dollari.

Qualche giorno fa Dilma Rousseff ha “ristrutturato” il Governo portando i dicasteri da 39 a 31 e tagliando lo stipendio dei ministri del 10%. L’obbiettivo ha spiegato la presidente è quello di «garantire la stabilità politica necessaria per rilanciare la crescita economica e rafforzare i rapporti con i partiti e i deputati che sostengono il governo». Due altri interventi vanno evidenziati: Jaques Wagner, stretto collaboratore di Lula, passa dalla Difesa alla guida della Casa civile un ruolo quasi da primo ministro che lascia vedere la sempre più ingombrante ombra di Lula e il passaggio da sei a sette i ministeri controllati dal Pmdb [2].
Ma, secondo un sondaggio condotto ad agosto dall’Istituto brasiliano dell’opinione pubblica e della statistica (Ibope) se alle presidenziali del 2018 si (ri)presentasse Luiz Ignácio Lula da Silva non la spunterebbe con nessuno dei tre potenziali candidati dell’opposizione [3].

Passiamo ora alla crisi economica.
Anche qui uno sguardo a trecentosessanta gradi non ci fa vedere nulla di buono. Il crollo del prezzo delle materie prime per un paese che è fondamentalmente orientato allo sfruttamento delle proprie risorse naturali è una iattura e se poi ci mettiamo il rallentamento dell’economia cinese, partner di primaria importanza per il Brasile si intuiscono come si muovono i fondamentali del paese. Nella spirale è entrato anche la svalutazione del real sia nei confronti del dollaro che dell’euro che aggrava i costi delle importazioni, in particolare quelli della tecnologia, e i costi per l’accesso al credito il tunnel si fa sempre più buio. Non esportando manufatti non ci si può nemmeno avvantaggiare della debolezza della propria moneta sui mercati. Mercati che sembrano essere a scommettere sul fallimento del Brasile come sembra dimostrare lo straordinario aumento dei costi dei premi per assicurare il debito brasiliano.
L’immancabile agenzia di rating Standard & Poor’s ha declassato al livello “spazzatura” i titoli di Stato di Brasilia, un altro modo per dire che è una faccenda solo per speculatori.
Sul fronte sociale la disoccupazione rimane elevata come precisato dall’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica, avendo raggiunto nel mese di agosto il massimo dal 2009 e cioè il 7,6%. In più va detto che gli stipendi medi sono scesi del 3,5% rispetto ad una prima.
Il deficit oramai viaggia intorno all’8% e in presenza di un Pil negativo, costantemente aggiornato al ribasso da governo e istituzioni nel corso di quest’anno, il programma di tagli sarà esteso. E con le idee neoliberiste a dettar legge le misure, così come le conseguenze per la popolazione meno abbiente, potrebbero essere altrettanto pesanti come nei paesi europei.
Siamo a 17 miliardi di dollari di aggiustamenti per avere un avanzo primario nel 2016 e rimettere in sesto le finanze statali che presentano deficit di circa 10 miliardi di dollari. Un mix di aumenti di tasse e tagli. La misura più importante riguarda l’istituzione della tassa sui proventi finanziarie, ma troviamo anche il blocco degli aumenti salariali del settore pubblico, un migliaio di licenziamenti, la riduzione di investimenti pubblici, il taglio di una serie di misure sociali relativi alla sanità e alle spese per le abitazioni. In questo ambito potrebbe essere colpito il Piano ‘Minha casa minha vida’ nato per dare un alloggio ad almeno tre milioni di famiglie a reddito medio-basso entro l’anno prossimo, mentre non dovrebbero essere toccato i sussidi per le fasce estremamente povere, come Bolsa Familia.
Un freno alle misure di austerità potrebbe essere la Costituzione brasiliana che per esempio nel caso delle pensioni prevede che gli uomini possono andarci dopo 35 anni di contributi e le donne dopo 30 e questo col trascorrere del tempo ha bisogno di ingenti risorse finanziarie.

Bisogna sperare che non si compromettano i grandi risultati ottenuti dal Brasile nella lotta alla povertà. Come certificato dalla Fao, tra il 1992 e il 2013, il numero di persone che soffrono la fame è stato ridotto del 54%. Nel 1990, il 15% della popolazione pativa la fame, a fine 2014 era sceso al 6,9%.

Il paese ha rivisto crescere nuovamente la criminalità e la violenza  e come spiega il professor Josè Claudioo Alves, professore di Sociologia all’Università statale di Rio de Janeiro «la crisi economica, le promesse non mantenute e la mancanza di concreti programmi di sviluppo sociale hanno spinto la gente a riavvicinarsi al sempre florido narcotraffico» [4]. Nel 2013 il numero di omicidi sarebbe arrivato a quasi 57.000, una vera è propria guerra civile e che vede le punte peggiori proprio nelle aree più arretrate del paese come lo stato dell’Alagoas [5]. Anche la violenza della polizia e dei militari ha ripreso ad essere un grave problema.

La situazione è molto grave tanto che qualcuno parla addirittura di fallimento del Brasile. Una posizione esagerata perché al di là di tutto il Paese ha ancora buone riserve in valuta ma soprattutto è un continente con risorse e capacità non comuni che se meglio organizzate , gestite, come aveva dimostrato il governo Lula, e senza adottare misure di austerità su vasta scala, può far tornare Brasilia capitale dei paesi emergenti.
Pasquale Esposito

[1] François Houtart, “I Sem Terra nelle tre crisi del Brasile”, http://comune-info.net, 6 ottobre 2015
[2] “Meno ministri e tagli di stipendio, Rousseff cambia”, www.misna.org, 2 ottobre 2015
[3] “Sondaggio conferma momento di crisi per il PT”, www.misna.org, 31 agosto 2015
[4] Lorenzo Simoncelli, “Vedi Rio e poi muori”, l’Espresso, 3 settembre 2015, pag. 45
[5] Lorenzo Simoncelli, ibidem, pag. 42

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