Recovery Fund: non è tutto oro quello che luccica

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Dopo lo storico accordo sul Recovery Fund, adesso si avvierà in Italia, e negli altri Paesi, la battaglia su quali investimenti fare nel dettaglio e sul come, cioè chi li gestirà e con quali modalità verrà gestito.
Intanto per ottenere le risorse il commissario Ue agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, ha in varie occasioni invitato ad inviare il documento delle proposte al massimo entro l’autunno, inserendo «proposte specifiche su investimenti e riforme, con tempistiche e tappe molto chiare e dovrà includere le priorità condivise a livello Ue, come il Green Deal e la transizione digitale, oltre alle raccomandazioni che la Commissione pubblica per ogni Paese».

Per quanto l’Europa resti ancorata ai dettami liberali, alla priorità data al valore dell’euro e alle divergenze nazionali, con l’accordo del 21 luglio scorso un principio è stato scardinato: l’emissione di debito comune europeo ed in qualche maniera si è intaccato anche il principio del pareggio di bilancio. L’Europa diventa un po’ più Europa e un po’ meno un’accozzaglia di stati. E questo è anche stato possibile perché la maggiore leader di questi anni, Angela Merkel, l’ha voluta e forse imposta. Un ruolo propulsivo lo ha svolto anche Macron e alla fine è venuto fuori un “compromesso storico”, un compromesso del quale non si può gioire completamente e che ha molti perdenti. Infatti come spiega Federica Bianchi «perdono non solo i programmi congiunti europei, cuore della proposta della Commissione Von der Leyen, sacrificate sull’altare degli interessi e egoismi nazionali, in primis la transizione ecosostenibile, deprivata di risorse cruciali, ma anche la possibilità di un’azione comune parametrata sulla condivisione di obiettivi comuni, aldilà dei vantaggi contabili dei singoli Stati. […] Perde il principio che l’Europa non è solo un mercato ma una comunità politica e sociale organizzata intorno ai principi dello stato di diritto. Per ottenere il voto di Ungheria e Polonia il Consiglio ha rinunciato a vincolare saldamento il disborso dei soldi al rispetto dei principi base della democrazia» [1].

Un compromesso secondo Anna Maria Merlo che ha avuto come prezzo «una stabilizzazione della Pac (politica agricola, che però perde il 10% nella sua parte centrale) e dei Fondi di coesione, ma tagli netti al Just Transition Fund (destinato a favorire l’abbandono delle energie fossili), l’annullamento di Eu4Health (programma per la Sanità), tagli a Horizon Eu (programma per la ricerca). Resta nel vago la questione del rispetto dello stato di diritto. Polonia e Ungheria sono soddisfatte, è questo il prezzo della loro rinuncia al veto al piano di rilancio. Sulla carta, a maggioranza qualificata il Consiglio potrà bloccare dei finanziamenti agli stati illiberali, ma la minaccia di sanzioni si allontana» [2].

Non è meno importante considerare che l’accordo, essendo un compromesso, ha delineato i confini e gli aspetti generali e quindi bisognerà capire, fino alla messa in campo, cosa accadrà nelle istituzioni europee e in quelle nazionali dove tra parlamenti, corti costituzionali e quant’altro si può attenuare molto questa ventata di europeismo che l’accordo porterebbe. E poi non ultimo il tema delle condizioni di cui bisogna tener conto anche per il Recovery Fund, infatti come ci dice Alessandro Somma «il regime delle condizionalità di matrice neoliberale emerge anche e soprattutto da un’altra indicazione fornita dalla Commissione con specifico riferimento al Fondo per la ripresa: quella per cui l’impiego delle somme erogate, da illustrare in “piani per la ripresa e la resilienza”, deve “contribuire ad affrontare in modo efficace le raccomandazioni” formulate “nel contesto del semestre europeo. Quest’ultimo è una complessa procedura volta a imporre uno stretto coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio dei Paesi membri, che formalmente sono di loro competenza, ma che di fatto sono fortemente condizionate a convergere verso gli obiettivi stabiliti dal Patto di stabilità e crescita. In questo modo anche il Fondo per la ripresa diviene un espediente concepito per ottenere un simile risultato» [3].

L’accordo conferma il Next generation Eu preparato dalla Commissione europea mettendo a disposizione 750 miliardi di euro composti da contributi a fondo perduto per un importo di 390 miliardi e prestiti per i restanti 360 miliardi. Con la Resilience e Recovery Facility si destinano direttamente ai singoli stati 312,5 miliardi. All’interno delle disponibilità ci sono 47,5 miliardi di fondi di risposta all’emergenza Covid-19 (ReactEu); 5 miliardi – invece di 13,5 – per la ricerca scientifica (Horizon Europe); 5,6 miliardi (contro i 30,3 precedentemente previsto) di investimenti strategici comunitari (InvestEu); tagliate anche le risorse dei fondi per la transizione ambientale (Just Transition Fund) sui quali l’Italia pensava di contare per l’ex-Ilva; 7,5 miliardi per lo sviluppo rurale e 1,9 miliardi per protezione civile europea (RescEu). Mentre sono stati depennati i 7,7 miliardi di fondi europei (Eu4Health) per il programma per la salute.
In cambio della loro disponibilità i paesi frugali ottengono maggiorazioni di sconti sulla contribuzione al bilancio europeo e così ad esempio l’Olanda passa dai 1,5 miliardi a 1,9, la Svezia da 823 milioni a 1,069 miliardi e l’Austria da 287 a 565.

L’Italia ottiene 209 miliardi, quasi 30 miliardi in più rispetto alle cifre iniziali, di cui 127 in termini di finanziamenti e il resto come contributi a fondo perduto.

Non sono bruscolini e sembra che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri vogliano organizzare il piano da presentare alla Commissione europea attraverso un organismo istituzionale, nato con Monti, il Ciae, Comitato interministeriale affari europei, «una sorta di Consiglio dei ministri in formato ridotto, cui partecipano tutti i dirigenti ministeriali e tutti i ministri interessati alle proposte che l’Italia invia all’Unione europea, e che è presieduto dal capo del governo. È stato lo stesso Conte a prospettare questa ipotesi alle forze di maggioranza […] Ma il dibattito sul metodo e sul progetto complessivo è comunque segnato da diverse dinamiche: dalla proposta di una bicamerale sulle riforme avanzata da Forza Italia e sostenuta anche da una fetta del Pd, alle proposte di organismi esterni, come la Fondazione Guido Carli, di cui fa parte anche Giorgio La Malfa, che propone un piano di rilancio dell’economia che ricorda il lavoro di Roosevelt dopo la grande depressione americana ed evoca un coinvolgimento di Mario Draghi, come figura chiave per gestire e attuare un piano di spesa che certamente ha le caratteristiche per cambiare il volto del Paese» [4].

Il rischio è il continuo esautorare il Parlamento, un rischio che nei prossimi tempi con il taglio dei Parlamentari aumenterà di molto.
Pasquale Esposito

[1] Federica Bianchi, “Recovery Fund, chi vince e chi perde nello storico accordo”, https://espresso.repubblica.it/attualita/2020/07/21/news/recovery-fund-chi-vince-e-chi-perde-nell-accordo-storico-1.351203, 21 luglio 2020
[2] Anna Maria Merlo, “«Deal». E alla fine della maratona la Ue è più federale”, https://ilmanifesto.it/deal-e-alla-fine-della-maratona-la-ue-e-piu-federale/, 22 luglio 2020
[3] Alessandro Somma, “Come il Mes. Anche il Recovery fund ha le condizionalità”, http://temi.repubblica.it/micromega-online/come-il-mes-anche-il-recovery-fund-ha-le-condizionalita/, 25 luglio 2020
[4] Marco Galluzzo, “Recovery Fund, asse tra Conte e Gualtieri per la «cabina di regia»”, https://www.corriere.it/politica/20_luglio_23/recovery-fund-asse-conte-gualtieri-la-cabina-regia-6a8b3468-cd1d-11ea-83db-f973956fabb4.shtml, 23 luglio 2020

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