Referendum scozzese, una nuova Sarajevo?

history 7 minuti di lettura

Qualche tempo fa è apparso sui social network un breve filmato che rappresenta in sequenza le trasformazioni geo-politiche dell’Europa  dalla preistoria fino ai giorni nostri.
Nel filmato i vari paesi sono rappresentati sulla carta con colori diversi, in continua trasformazione, con ampliamenti e restringimenti del territorio che si succedono, senza soluzione di continuità nell’arco di pochi minuti, mentre il contatore degli anni si sposta in avanti.
Chi l’ha visto ha avuto la percezione della scarsa stabilità e delle poche certezze circa confini, unioni politiche e altro del nostro continente nel quale, per così dire, la storia non finisce mai.
In contrasto con la sensazione che la storia avesse ormai portato a confini stabili e che gli stati conoscessero solo processi di unione, dopo che le due terribili e sanguinosissime guerre  mondiali che avevano aiutato a superare i nazionalismi. Tutto falso! e così nel filmato ogni 5 secondi (equivalgono a 10 anni) si assiste a qualche trasformazione significativa anche dopo il 1945.

Ma anche i più lucidi analisti, consapevoli dei capricci della storia, sono colpiti dalla portata  di quanto succede in questo 2014, dopo che anni di liberalismo sfrenato e “conti in ordine” hanno minato le basi del consenso sociale e acuito particolarismi ed egoismi. Il risorto e greve nazionalismo ucraino ha spinto nelle braccia dell’impero russo la Crimea ed è in corso una guerra per altri territori abitati in prevalenza da popolazione russofone che agognano l’unione della madre patria. Fra pochi giorni un referendum rischia di minare l’unione del Regno …..unito e poi Catalogna e altri che si moltiplicheranno se il contagio non sarà bloccato.
Sembra che anche il Medio Oriente e tutto il mondo islamico siano contagiati dalla febbre e superata quella che era stata definita forse troppo frettolosamente, primavera araba, si prospettano nuovi scenari e confini più efficaci delle linee a suo tempo tracciate dai generali sulle carte e poi confermati dal trattato di Sévres. E soprattutto la possibilità di vivere in un paese meno condizionato da disegni geopolitici importati dall’occidente.

L’evento clou,  da cui forse dipendono l’evoluzione della devolution in Europa , è il referendum per la separazione della Scozia, i sondaggi di questi giorni danno il risultato in bilico. La considerazione più amara è che l’unione politica Inghilterra–Scozia risale agli inizi del 1700 (la corona era già comune da un secolo) e ha retto a tutte le tempeste della storia che si sono avvicendate in Europa, dalla rivoluzione francese in poi, trionfando perfino sull’iniziale ostilità della chiesa scozzese.
Il trattato di Unione (Act of Union 1707)  tra Scozia e Inghilterra consisteva di 25 articoli, 15 dei quali di carattere economico. L’unione politica nacque anche dalle difficoltà economiche della Scozia. Il tesoro inglese si assicurò la solidarietà verso il debito nazionale, rifornendo  la Bank of Scotland di 398.085,10 sterline inglesi. Bei Tempi! Ora il Regno Unito nel complesso ha un debito di 107,1 miliardi di sterline, quanto  sarà assegnato alla Scozia in caso di vittoria del si?
Per trattare con Londra tutti dettagli della secessione ci saranno 18 mesi di tempo. Il giorno dell’indipendenza di Edimburgo è fissato per il 24 marzo 2016.Ma già il giorno dopo il referendum, la Banca d’Inghilterra e i governi britannico e scozzese sono pronti a lanciare un’azione congiunta per impedire il crollo della sterlina e della borsa. La trattativa sarà complicatissima. Il Governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, afferma che la sovranità della Scozia è “incompatibile” con il mantenimento della sterlina come moneta nazionale. Mentre Salmond, leader del sì, affronta l’argomento in un modo diverso, che porta comunque alle stesse conclusioni, dicendo: “Cosa possono fare gli inglesi se non paghiamo la nostra parte, invaderci?”.
Il problema più grave da affrontare? L’aspetto economico che a suo tempo determinò la scelta di unire le due nazioni. Secondo l’”Observer” e Will Hutton il liberismo inglese dalla Thatcher in poi, ha favorito l’affermazione del capitalismo predatorio, e trascurato la giustizia e l’equità, impegnandosi nella dismissione di tutto quello che è pubblico, per cui negli ultimi decenni sono stati liquidati, oltre a tutte le aziende pubbliche, cinque milioni di case popolari. Creando gravi diseguaglianze in una società che ormai favorisce solo l’1% ricco. I separatisti conservano sul piano socioeconomico una matrice laburista, s’ispirano agli stati scandinavi come la Norvegia, che hanno costruito sul petrolio un welfare molto efficace. È risaputo che la sinistra inglese si è storicamente alimentata con il voto scozzese e che solo dopo il crollo della fiducia che i laburisti scozzesi nel tentativo di reinventare un patto sociale ormai disatteso sono passati in massa al movimento separatista , condannando tra l’altro il movimento  a diventare minoritario.

La popolazione della Scozia è di 5,3 milioni, l’8,3 per cento della popolazione totale del Regno. Scozia e Regno Unito hanno la medesima produttività del lavoro, ma la disoccupazione è del 6,4 per cento in Scozia rispetto al 6,8 per cento nel Regno Unito. Il Pil pro capite della Scozia (2012) è il quarto del Regno Unito inferiore di circa 1.000 sterline a quello della media del complesso paese. La stima del rapporto deficit-Pil al 14% (a fronte  del 7,3% generale del Regno Unito). È stata dismessa la sua industria pesante storicamente rinomata per cui il paese resta (secondo le definizioni dell’attuale governo scozzese) per il 98% rurale.
Le comunità scozzesi continuano a subire gli effetti di un declino delle industrie tradizionali, dalla cantieristica alla pesca. l’invecchiamento della popolazione porterà a un aumento di spesa pubblica per assistenza e sanità, stressando  la spesa pubblica pro capite in Scozia che già è sostanzialmente più alta rispetto al resto del Paese.
I pozzi di petrolio sono prevalentemente in territori scozzesi, ma se i separatisti puntano sul petrolio per sistemare i conti non considerano diversi fattori: lo sfruttamento e l’impoverimento dei vecchi pozzi e le difficoltà e il costo delle ricerche dei nuovi. Se la Scozia diventerà indipendente, il suo governo sarà responsabile di tutta la spesa pubblica e le entrate fiscali, prestiti e i trasferimenti fiscali cesseranno. Il governo scozzese ha detto che accetterà una congrua parte del debito sovrano del Regno Unito con il quale intende formare una unione monetaria formale, un’ipotesi che Londra ha già escluso. Questo ha reso ancora più scettici gli osservatori economici e Lloyds Banking e Royal Bank of Scotland hanno annunciato che sono pronti a trasferire la loro sede principale da Edimburgo a Londra nel caso di sconfitta. Goldman Sachs parla di “conseguenze disastrose per l’Economia“, Morgan Stanley  di “notevole crescita dell’incertezza economica nel breve periodo“. Il risultato  di un sondaggio [1] condotto tra economisti indica che la Scozia non trarrà benefici economici dall’indipendenza .
Anche senza condividere  gli scenari – forse  troppo catastrofici – evocati dall’intervento di Enrico Letta [3] che parla di nuova  Sarajevo e di scelta populista e disgregatrice e accettando con tutte le riserve del caso previsioni e scenari degli economisti, i rischi sono altissimi. Il contraccolpo sarà robusto e potrebbe ridimensionare il paese e creare problemi anche all’Unione Europea, anche se il piano della separazione prevede l’adesione alla comunità.
Il Regno Unito perderebbe una regione importante e parte della rilevanza economica e del prestigio politico, si accentuerebbero le spinte centrifughe di Irlanda del Nord e del Galles. Sarebbe probabilmente impossibile non tenere il referendum sulla permanenza nell’Unione europea e affrontarlo senza il contributo della parte più europeista del paese. E la Scozia si troverebbe la strada per l’adesione sbarrata sia della Gran Bretagna che dalla Spagna (a causa dell’analogo problema catalano). E mille crisi interne ai paesi si aprirebbero con prospettive  di scissioni per molti stati Italia compresa.
Qualcuno dopo il crollo del muro di Berlino e delle Russa Sovietica aveva parlato di “fine della storia”, gli scenari presenti più che altro ci riportano contrapposizioni preoccupanti mentre sullo sfondo i pochi ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri aumentano.
Francesco de Majo

[1] Giugno 2014 terza indagine mensile del Centre for Macroeconomics. Il Centre for Macroeconomics (Cfm) è un centro di ricerca finanziato dall’Economic and Social Research Council che include University of Cambridge, London School of Economics, University College London e National Institute of Economic and Social Research. Ogni mese pubblica un sondaggio condotto tra i principali macroeconomisti che lavorano nel Regno Unito su importanti questioni di macroeconomia e politica pubblica.
[2] Dati economici e le proiezioni sono pubblicati dall’Ufficio nazionale di statistica (Ons), Office of national statistic
[3] Corriere della Sera del 16 Settembre 2014

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article