Regionalismo differenziato: la fine dell’Italia.

Quirinale sede della presidenza della repubblica Italia
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Ha ragione Daniele Balicco quando scrive «forse la lunghissima transizione italiana è arrivata al suo compimento. In silenzio, e quasi di nascosto, il 15 febbraio 2019 potrebbe diventare una data storica. La data in cui uno Stato, l’Italia, muore» [1]. Il 15 febbraio resterà come data formale ma probabilmente sarà il 15 marzo perché devono ancora essere risolte alcune questioni, manca ad esempio il parere del ministero dell’Economia, nella trattativa Stato-Regioni, in questo caso Veneto, Lombardia e Emilia Romagna.
Su questo tema di una rilevanza devastante per il nostro paese e che incide pesantemente sull’impianto costituzionale, si è discusso molto poco e si è legiferato molto male tanto che è stata la Corte costituzionale ad intervenire sul caos che si è generato.

Il 28 febbraio dello scorso anno con la solita rincorsa elettoralistica alle posizioni leghiste e di una consistente fetta dell’elettorato del Nord il governo Gentiloni stipulava accordi preliminari con le tre regioni appena nominate.
Questi accordi sono figli, oltre che di posizioni “federalistiche” sempre più accettate “a prescindere” in questo ultimo quarto di secolo, della riscrittura del Titolo VLe Regioni, le Province e i Comuni” della Costituzione, anche questa senza confronti diffusi e approfonditi. Modifica avvenuta con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. L’art. 116, III comma, Cost., prevede che le regioni possano avere «forme e condizioni particolari di autonomia» in una serie di materie come, ad esempio, sanità e istruzione.

Prima di passare a presentare alcuni aspetti che spiegano la frase iniziale vanno dette due cose: la prima che questa riforma generò aumenti di costi della spesa sanitaria di alcune decine di miliardi nel corso del tempo, un aumento della pressione fiscale e una diffusione a dismisura dei conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni; la seconda che la riforma costituzionale voluta da Renzi e bocciata dagli italiani aveva una sola cosa buona: il ri-accentramento statale dei poteri messi a rischio dalla riforma del 2001 .

Per delineare alcune storture di questo regionalismo differenziato farò ricorso ad alcuni passi di un approfondito e chiaro articolo del professor Iannello. Mi sembra utile innanzitutto riportare un periodo che recita: «L’art. 116, III comma, Cost. è probabilmente la disposizione più lontana dall’impianto originario della Costituzione proprio perché introduce un processo disgregativo, che può sfociare in una disarticolazione dell’ordinamento, finendo paradossalmente per svuotare di senso lo stesso principio di autonomia, che si lega indissolubilmente ai valori sostanziali (eguaglianza, libertà, partecipazione democratica) affermati dal costituente» [2].

Nel prosieguo dell’analisi il professore precisa alcune questioni come quella delle “competenze concorrenti”, «per chiarire basti ricordare che il titolo V della Costituzione del 2001 ha attribuito alle regioni, ad esempio, “commercio con l’estero”, cioè una materia in cui con tutta evidenza entra in gioco un interesse che certamente trascende quello delle singole regioni; “tutela e sicurezza del lavoro”, che dovrebbe essere uniforme su tutto il territorio nazionale, inerendo alla tutela della persona umana; “ricerca scientifica e tecnologica” che dovrebbe rappresentare il fondamento della crescita economica, sociale e culturale dell’intero paese; “tutela della salute”, connessa a un diritto che la stessa Costituzione all’art. 32 definisce “fondamentale”» [3].

Un altro tema importante è legato al “finanziamento delle funzioni” che le Regioni svolgeranno e così «se la dottrina costituzionalista si domanda a chi spetti il finanziamento delle nuove funzioni, se esso cioè debba essere garantito dallo Stato o dalle stesse regioni che dovrebbero provvedervi con le proprie risorse, la realtà delle proposte concrete ci pone di fronte a un quadro allarmante per l’unità economica e sociale della Repubblica. L’idea di fondo che pervade tutte le proposte avanzate è, infatti, non solo quella per cui del finanziamento delle funzioni deve farsene carico la finanza erariale, ma che debbano essere applicati criteri che stridono in modo palese con il principio di eguaglianza e con il mantenimento in capo allo Stato della funzione redistributiva» [4].

E tornando agli accordi del 28 febbraio 2018 Iannello scrive «secondo l’art. 4 di tali accordi, il criterio della spesa storica dovrà essere superato entro un quinquennio, perché a regime il trasferimento delle risorse dovrà essere definito in base ai «fabbisogni standard» calcolati non solo «in relazione alla popolazione residente», ma anche con riferimento al «gettito dei tributi maturati sul territorio». È evidente che, legando il fabbisogno standard al gettito dei tributi erariali riscossi sul territorio tali «fabbisogni standard» differiranno notevolmente a seconda della ricchezza delle diverse aree regionali e saranno più elevati nelle regioni ricche, più bassi nelle regioni povere, con buona pace delle esigenze legate al principio di eguaglianza nel godimento dei diritti e del ruolo redistributivo dello Stato» [5].

Sarebbe urgente e necessario rimettere mano ad una materia scottante e pericolosa con l’obbiettivo di riordinare le «le competenze tra lo Stato e le regioni per realizzare un assetto dei poteri efficiente e coerente», conclude il professore.

C’è abbastanza materia perché la ministra Erika Stefani parli, a ragione, di rivoluzione perché la Lega sta portando a termine «l’obiettivo per cui è nata: separare il Nord dal resto d’Italia. Non si tratta di federalismo; ma, questa volta, con indubbia intelligenza politica, di secessione mascherata da autonomia». [6].

Una delle migliori definizioni l’ha data Gianfranco Viesti che, riferendosi all’accordo del 28 febbraio ed in particolare al tema del finanziamento: «secessione dei ricchi». E così dopo decenni di lotta di classe dei ricchi contro i poveri viene messa su carta la secessione delle regioni ricche da quelle povere.
Pasquale Esposito

[1] Daniele Balicco, “Quando uno Stato muore”, https://www.alfabeta2.it/2019/02/10/quando_uno_stato_muore/, 10 febbraio 2019
[2] Carlo Iannello, “Regionalismo differenziato: disarticolazione dello Stato e lesione del principio di uguaglianza”, https://www.economiaepolitica.it/2019-anno-11-n-17-sem-1/regionalismo-differenziato-autonomia-regioni-carlo-iannello/, 30 Gennaio 2019
[3] Carlo Iannello, ibidem
[4] Carlo Iannello, ibidem
[5] Carlo Iannello, ibidem
[6] Daniele Balicco, ibidem

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