Regno Unito: caos nelle scuole per un algoritmo di classe

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Nel Regno Unito, il governo Johnson qualche giorno fa aveva deciso di sostituire il giudizio degli insegnanti per valutare la maturità con un algoritmo, ma il ministro dell’Istruzione Gavin Williamson ha dovuto fare marcia indietro dopo le proteste degli studenti.

La chiusura delle scuole causa Covid-19 aveva bloccato gli esami.
Lo scorso 13 agosto gli allievi dell’A Levels (la nostra maturità) hanno scoperto che per quasi la metà di loro i voti provenienti dall’algoritmo messo a punto dall’ente regolatore Ofqual erano inferiori a quelli assegnati ufficialmente. La protesta a suon di «Fuck the Algorithm!» è montata presto perché ci si è resi conto che l’algoritmo, oltre ai voti dei professori, prendeva in considerazioni parametri che favorivano gli studenti delle scuole private e di successo oltre ad altri parametri che ne facevano una manovra di classe.

Da un altro punto di vista è anche l’ennesima dimostrazione di quanto gli insegnanti siano delegittimati nel loro ruolo. In altri tempi e con un altro valore assegnato all’istruzione e alla conoscenza nella società non avrebbero nemmeno pensato ad un simile tentativo. E chi avrebbero sostituito il giudizio di maturità? Con una commissione di esperti? Con l’ennesimo quiz on line? No, con un algoritmo. Un algoritmo che era stato progettato con criteri di classe.

Per decine di migliaia di ragazzi non è stato possibile iscriversi alle università desiderate proprio a causa dei voti assegnati dall’algoritmo e poi causa i diversi criteri di organizzazione delle attività, sempre per le disposizioni anti-Covid, non è facile trovare una soluzione.
Il governo ha dovuto anche fronteggiare la protesta di Galles, Irlanda del Nord e Scozia che hanno rifiutato il modello valutativo.

Il caso del Regno Unito è l’ennesima dimostrazione della necessità di una ferrea regolamentazione nell’utilizzo degli algoritmi. Non si tratta di schierarsi contro gli algoritmi in assoluto, ma contro il modo in cui vengono progettati.
A progettarli sono gli umani che decidono come devono funzionare e quali risultati devono raggiungere. La regolamentazione ha anche l’obiettivo di affrontare l’altro enorme problema degli algoritmi è quello del controllo.

Nel caso del Regno Unito è stato palese il meccanismo con il quale agisce l’algoritmo e si è riusciti a fermarne l’utilizzo perché pubblico. Mentre non si fa nulla in tutto il settore privato che continua a ritenersi legittimato a non dare informazioni sui meccanismi di funzionamento. Mentre è assolutamente necessario l’intervento del legislatore  e una disciplina internazionale sul tema. Se è complicato trovare accordi sovranazionali è necessario che i singoli parlamenti e governi comincino ad aprire brecce in questo muro di omertà.

Quando si distingue tra pubblico e privato sul tema degli algoritmi si vuole semplicemente perpetrare un sistema di condizionamento o di controllo in assenza di trasparenza. Se una gran massa di azioni quotidiane sono sottoposte a logiche non trasparenti perché le varie Amazon Facebook Google e tutte le piattaforme digitali all’Est e all’Ovest allora comunque siamo nella sfera pubblica. Il rischio concreto, se continuiamo a lasciar agire indiscriminatamente, è quello di diventare dei telecomandati, dei droni umani che qualcuno muove a suo piacimento.

Pasquale Esposito

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