Repubblica Centrafricana: conflitto e interessi esterni. Ce ne parla Cornelia I. Toelgyes

Repubblica centrafricana
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La gravità della situazione all’interno e intorno alla Repubblica Centrafricana ci ha spinto a fare il punto della situazione con Cornelia I. Toelgyes  di Africa-ExPress.info. Cornelia ha vissuto per molti anni in Africa, in particolare in Kenya, Nigeria, Etiopia e Angola e ho visitato molti altri Paesi del continente africano. Dal 2013 collabora come freelance per Africa-ExPress.info, dal 2014 ne è vice-direttore.

Lo scorso mese ci siamo occupati del Corno d’Africa e, prima di addentrarci nelle tematiche della martoriata Repubblica Centrafricana, le chiedo: cosa ne pensa della prima donna presidente della Repubblica in Etiopia, Sahle-Work Zewde eletta all’unanimità dai parlamentari lo scorso 25 ottobre?

Secondo la Costituzione etiopica, la carica del Presidente è puramente onorifica; il potere esecutivo è affidato al Primo ministro e al Consiglio dei ministri.
La nuova presidente ha un backround di tutto rispetto. È nata sessantotto anni fa ad Addis Ababa, ha studiato in Francia. Parla perfettamente inglese, francese e, naturalmente l’amarico. È un diplomatico di carriera e fino a l’altro giorno ricopriva la carica di rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite presso l’Unione africana e, inoltre era il direttore generale degli uffici dell’ONU in Kenya. In precedenza è stata ambasciatore in Francia, Senegal e Gibuti.
La Costituzione della Repubblica Federale dell’Etiopia sancisce che il presidente è il capo dello Stato, ma come già detto qui sopra, è una carica puramente onorifica, anche se di grande prestigio.

cartina della Repubblica Centrafricana

Veniamo ora alla Repubblica Centrafricana, un paese abitato da cinque milioni di persone su una superficie quasi doppia dell’Italia, con un’età media di poco superiore ai vent’anni ma con un’aspettativa di vita che non raggiunge i 52 anni. Quest’ultimo dato ci dice della miseria delle esistenze, nonostante ci siano ricchezze sul suo territorio. Possiamo fare una fotografia della situazione?

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka (musulmani) alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-Balaka (cristiani e animisti) e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.
Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.
Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della MINUSCA. Le forze dell’Unione Africana del contingente MINUSCA sono presenti attualmente con 13.625 uomini in divisa, oltre allo staff civile forte di 1.162 uomini (tra volontari ONU, personale internazionali e locale).
Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.
1,9 dei 5 milioni di abitanti della ex colonia francese necessitano di aiuti alimentari con la massima urgenza. Attualmente si registrano seicentoquarantamila sfollati interni, in continuo aumento, visto lo stato di totale insicurezza in alcune zone.
Molti altri cercano protezione nei Paesi confinanti. Le violenze sono indescrivibili. In molte zone le scuole sono chiuse. Il sistema sanitario è praticamente inesistente.

Nonostante qualche dichiarazione di ottimismo, il conflitto interno continua a mietere vittime, a distruggere quel poco di attività esistenti. Non mi sembra che dietro questo conflitto dove i ribelli musulmani ex Seleka si scontrano con i cristiani anti-Balaka ci siano motivazioni religiose. Cosa c’è dietro, quali sono le posizioni della parti i causa e in quale fase ci troviamo?

In una relazione di qualche mese fa degli gli esperti del’ONU si legge che questa guerra è generata da interessi economici. Gli scontri avvengono per lo più per la concorrenza negli “affari”. Traffici di armi, minerali preziosi e legno pregiato sono piuttosto lucrativi, fanno gola a tutte le fazioni, perché vengono utilizzati per finanziare il conflitto.
Gli anti-Balaka comprendono anche molti animisti. Non è assolutamente una guerra di religione. È una guerra di potere. Le miniere aurifere, sopratutto quelle di diamanti e il legname piacciono a tutti, stranieri compresi.
I colloqui di pace si susseguono in continuazione, ma con pocho successo. Recentemente la Russia ha radunato alcuni leader ribelli a Khartoum, ma poche settimane fa i più hanno deciso di ritirarsi dal trattato di pace, firmato dai maggiori gruppi armati, il 28 agosto 2018 nella capitale del Sudan.
Secondo autorevoli fonti, come l’ONU e diverse ONG che operano nel Paese, attualmente il Centrafrica sta vivendo la peggiore crisi dal 2014.

Lo scorso mese il presidente dell’Assemblea nazionale della Repubblica Centrafricana, Abdou Karim Meckassoua è stato destituito ed è stata avviata la procedura di impeachement. Quale è la situazione politica ora?

Abdou Karim Meckassoua è stato destituito a larga maggioranza. Novantotto parlamentari si sono espressi in favore della sua destituzione, quarantuno, invece, contrari e un solo astenuto. Non è mai stato molto apprezzato dai deputati vicini al presidente Faustin-Archange Touadéra. Già nel 2016 avevano chiesto che fosse rimosso dall’incarico. Il 17 ottobre novantacinque onorevoli su centoquaranta avevano firmato una petizione chiedendo che venisse allontanato, bollandolo come arrogante e pretenzioso, inoltre è stato accusato di accordare missioni e incarichi esclusivamente ai suoi protetti e di aver autorizzato pagamenti senza produrre giustificativi. Insomma ha gestito i fondi a disposizione un po’ a suo piacimento e la sua amministrazioe non ha trovato il consenso dei suoi colleghi. Dal punto di vista politico era spesso in contrasto con il presidente Touadéra.
Molti supporter del quartiere PK5 di Bangui (vi risiedono per lo più musulmani) hanno manifestato contro la rimozione dall’incarico di Meckassoua, che, aveva raccolto la maggior parte dei suoi voti proprio dagli abitanti di questa zona della capitale.
Laurent Ngon Baba è stato eletto dai suoi colleghi durante una seduta straordinaria del Parlamento come nuovo presidente dell’Assemblea. In precedenza aveva già occupato posti di rilievo in seno al governo.
In questo momento c’è un po’ di confusione, anche perchè il presidente del Paese ha fondato un nuovo raggruppamento politico Mouvements des Coeurs Unis che, secondo il suo coordinatore e primo ministro della ex colonia francese, Simplice Mathieu Sarandji, esprime l’unificazione dei cuori del popolo centrafricano per la pace, la coesione sociale e lo sviluppo del Paese.
Il clima politico è teso in queste ultime settimane. La maggioranza che sostiene il presidente si sta riorganizzando nel nuovo partito. I parlamentari dell’opposizione denunciano un’atmosfera pesante, piena di tensione dopo i fatti accaduti durante l’elezione del successore Meckassoua che ha portato all’arresto di un deputato, poi rimesso in libertà provvisoria solo qualche giorno fa. Era stato incarcerato perchè aveva cercato di impedire le elezioni del nuovo presidente dell’Assemblea nazionale. Le accuse sono pesanti: tentato omicidio, detenzione illegale di armi e munizioni, ribellione e minacce nei confronti dell’Assemblea nazionale e alcuni deputati, le forze dell’ordine e disturbo della quiete pubblica.
E proprio pochi giorni fa il Parlamento ha chiesto all’ONU La revoca dell’embargo sulle armi. L’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza è stata votata nel gennaio di quest’anno (la risoluzione numero 2399) e sarà ridiscussa all’inizio di quest’anno. Ma nel frattempo la Russia ha ottenuto un parziale abolizione dell’embargo. Una simile richiesta era stata fatta a giugno dalla Cina, ma Londra, Parigi e Washington si erano opposti. Dunque nulla di fatto.
Ora il nuovo presidente del Parlamento ha inoltrato una richiesta ufficiale all’ONU, perchè il governo centrafricano ritiene che le forze armate del Paese non possono far fronte al loro compito senza nuove armi. E, ha aggiunto, malgrado il divieto, i gruppi armati riescono ad approvvigionarsi senza problemi di armi e munizioni.

La Repubblica Centrafricana è stata una colonia francese fino all’indipendenza del 1960. La Francia ha sempre avuto un ruolo forte, basti ricordare che diede per diversi anni supporto economico e militare al feroce dittatore Jean-Bédel Bokassa. Sono evidenti gli interessi economici e strategici dei francesi come dimostrano le recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian che chiudono le porte ad un’iniziativa di Mosca rispetto al processo di pace dell’Unione africana e la firma, sempre ad opera del ministro, di un accordo per 24 milioni di euro nel 2018 che dovrebbero contribuire ai pagamenti degli arretrati e delle pensioni, allo sviluppo di alcune aree al confine con il Camerun, ma anche la prossima consegna di 1.400 fucili d’assalto per le Forze armate centrafricane (FACA), “nel quadro rigoroso, rispettoso e trasparente delle Nazioni Unite”. Che ne pensa?
Certo, la Francia deve in qualche modo contrastare la Russia, che in questo momento gode delle simpatie di gran parte della popolazione.
Durante la sua ultima visita nel Paese, Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese, ha promesso nuovi aiuti, tra questi anche forniture di armi. Vedermo quali decisioni prenderà il Consiglio di Sicurezza a fine gennaio, quando dovrà decidere sul rinnovo dell’embargo.

Altri due attori sono da tempo in campo, la Cina e la Russia che è presente con ufficiali e istruttori civili armati grazie al benestare ONU. In un suo recente articolo ha accennato al tentativo di mediazione con i gruppi armati, non gradito dalla leadership centrafricana, della Russia, ma anche del rafforzamento dei rapporti tra Bangui e Mosca. Quali sono gli obbiettivi e gli interessi di quest’ultima? E quali quelli cinesi?
La Russia è presente sopratutto con i suoi mercenari del gruppo Wagner, molto vicino a Mosca e tutto ciò ovviamente in cambio di licenze minerarie. Ma la collaborazione con il Cremlino e il Centrafrica va oltre: da qualche tempo il consigliere per la sicurezza di Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della protezione personale del presidente e da marzo quaranta uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.
Anche la Cina cerca una maggiore presenza, non solo economica nella ex colonia francese. Ma finora questi suoi sforzi hanno portato a ben pochi risultati. Inoltre i cinesi non godono di molta popolarità tra i centrafricani.
Ma le dispute tra i vari Stati sul futuro del Centrafrica non sono ancora terminate. Lo scorso 15 novembre il Consiglio di sicurezza ha prorogato il mandato di MINUSCA (acronimo francese per Mission multidimensionnelle intégrée des Nations Unies pour la stabilisation en République centrafricaine) fino al 15 dicembre, per una questione tecnica, dopo la mancata adozione di una risoluzione presentata dalla Francia che chiedeva una mediazione mediata dall’UA. La risoluzione è stata tuttavia respinta da Mosca, che insiste sulla necessità di una mediazione congiunta russo-sudanese.
Già nel gennaio 2017 l’UA aveva iniziato i colloqui di pace e nel luglio 2017 aveva stilato una tabella di marcia in collaborazione con la Comunità Economica degli Stati dell’Africa centrale (Cemac) e con i Paesi della Conferenza internazionale sulla Regione dei Grandi laghi (Angola, Repubblica democratica del Congo, Repubblica del Congo, Gabon e Ciad) per la pace e la riconciliazione della Repubblica Centrafricana.

E veniamo all’Italia potrebbe avere un ruolo, e quale, nel futuro di questo paese dopo che recentemente uno studio legale italiano ha ricevuto l’incarico di riscrivere la normativa fiscale, che non c’è di fatto mai stata e il codice delle miniere per regolare tutti gli aspetti del settore che produce introiti rilevanti per lo Stato per le risorse di diamanti, oro e e uranio?
Di fatto l’Italia è già intervenuta in Centrafrica. Grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio è stato firmato un accordo di pace tra tredici gruppi ribelli – su quattordici attivi nella ex colonia francese – e la presidenza della Repubblica Centrafricana. Il trattato era stato siglato il 19 giugno 2017 a Roma, nella sede dell’organizzazione religiosa. Purtoppo anche questo accordo è stato di breve durata, come i precedenti e quelli che sono seguiti.
Il governo di Bangui ha chiesto ad un prestigioso studio legale italiano di scrivere la normativa fiscale e il codice delle miniere, norme che regolano i diritti di proprietà e di estrazione delle più rilevanti risorse del sottosuolo: uranio, oro, diamanti.
L’UE è inoltre disposta ad investire nel Paese con il fondo per lo sviluppo dell’Africa, a patto che Bangui sia in grado di rispettare un minimo di stabilità. Ecco perchè urge la firma di un trattato di pace valido e forte, capace di porre termine a questo atroce conflitto.

Pasquale Esposito

 

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