Requiem per il teatro, di e con Arianna Scommegna e Giulia Bertasi.

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Per fortuna lunedì sera il Presidente del Consiglio Conte e il ministro Franceschini si sono presentati in conferenza stampa e hanno ritirato la parte del DPCM riguardante la chiusura dei teatri.
Hanno detto poche e semplici cose. Forse i toni sono stati eccessivamente trionfalistici però glielo possiamo consentire, visto la risposta che hanno saputo dare, rivelandosi all’altezza dei bisogni del paese e della necessità di poesia e teatro, questo balsamo dell’anima insostituibile.
Franceschini ha detto cose semplici ma rincuoranti. Proviamo a riassumerle.
Al fine di garantire l’apertura dei teatri e il prosieguo dell’attività culturale nel paese, si stabilisce che i teatri rimarranno aperti. Chiuderanno entro e non oltre le ore venti. Gli spettacoli saranno spostati negli orari pomeridiani come già avviene la domenica.
I teatri dovranno garantire gli altri standard di igienizzazione e di cautela fin qui mantenuti.
L’aspetto che più ci ha confortato di questa nuova rotta presa dal governo, è la diversa attenzione prestata al mondo dell’arte e dello spettacolo.
Cambiamento espresso chiaramente dal ministro Franceschini, il quale ha dichiarato che Gli spettatori che potranno dimostrare di essersi recati a teatro utilizzando mezzi di locomozione a basso impatto ambientale, potranno scaricare fino al 75% dell’importo del biglietto. Così come si fa per le cure sanitarie.

Siamo veramente di fronte a un cambiamento epocale di come viene vista la cultura e il fare cultura nel nostro paese. Inoltre il pregio dei provvedimenti messi in atto dal governo risiedono nel fatto che vengono anche stabilite linee guida chiare su come applicare le nuove direttive. Infatti il Presidente del Consiglio Conte ha specificato che
Gli spettatori dovranno far timbrare il biglietto dal personale del teatro con apposito timbro riportante la dicitura basso impatto ambientale. Con questo timbro di cui i teatri si fanno garanti, si potrà beneficiare delle agevolazioni fiscali sostenute dal ministro Franceschini. Inoltre, i teatri stabiliranno fuori dalle loro sedi parcheggi, dati in concessione gratuita dai Comuni, ove far parcheggiare gli spettatori arrivati a teatro in bicicletta e monopattino.

Certo per me martedì non è stato facile fare le gincane in mezzo a tutto a quell’ammasso di biciclette e monopattini appena fuori dall’ingresso del teatro Gerolamo. Ma la gioia di poter finalmente tornare a teatro, e che il pericolo di un protratto lockdown fosse scampato, mi hai fatto superare anche questo ennesimo ostacolo.
Tanto io la carrozzina non devo parcheggiarla. Sopra ci sono e sopra ci rimango.
Finalmente sono potuto entrare al Gerolamo, che mi ha avvolto con le sue balconate e le sue splendide poltroncine. Le ruote della carrozzina scivolavano tranquillamente sul nuovo parquet, figlio della recente ristrutturazione. Avvenuta ed effettuata con gusto e nel rispetto della struttura precedente.
Mi ha accolto con la consueta gentilezza e calore Maurizia Leonelli, addetta stampa di ATIR e del Gerolamo, ormai diventata un’amica.
Le luci si sono abbassate e ho potuto ammirare Arianna Scommegna e Giulia Bertasi nel loro continuo duettare, tra le parole del poeta Piero Ciampi e gli splendidi risultati sonori portati da Giulia Bertasi con la sua fisarmonica. Strumento poco frequentato quello della fisarmonica, ma da cui la splendida Giulia è riuscita a trarre gli accenti giusti per accompagnare la dirompente e ammaliante voce di Arianna Scommegna. La quale ha portato in scena gli splendidi versi di un poeta maledetto nella vita, ma Benedetto dalla vis artistica che lo nutriva.
Splendido spettacolo quello di ieri sera che…

sala del Teatro Ringhiera
ATIR Teatro Ringhiera

Ecco. Mi sarebbe piaciuto assistere a una conferenza stampa come quella che vi ho descritto. Mi sarebbe piaciuto fare una recensione come quella che ho provato a disegnare nelle righe precedenti. Avrei potuto farlo perché conosco la gentilezza di Maurizia, il calore e la passione di Arianna e Giulia. Ma non mi è stato possibile.
Non c’è stata nessuna conferenza stampa.
Non c’è stato nessuno spettacolo.
Mi si spezza il cuore, sono avvilito, straziato da questa chiusura dei teatri.
L’unica cosa che posso fare è condividere con voi le due interviste fatte ad Arianna Scommegna. La prima è antecedente alla chiusura dei teatri. La seconda è posteriore a questo nuovo lockdown che c’è ma che si finge non ci sia.

Mi ero preparato allo spettacolo dialogando con Arianna Scommegna. Ero in trepidazione per la bella serata che mi si preparava e che poi è brutalmente saltata.
Perché decidi di raccontare Piero Ciampi?
La scintilla è partita dal regista, da Massimo Luconi. Due o tre anni fa mi disse “secondo me devi fare un lavoro su Piero”. Massimo è di origini livornese come Ciampi, cantautore che lui ama tantissimo. E poi ha aggiunto “Per come sei fatta tu sei giusta”.
Per la verità devo dire che io Piero Ciampi lo conosco da sempre. Nel senso che la prima volta che l’ho sentito ero bambina, perché il mio papà, [ndr. Nicola di Bari], ha cantato una sua canzone, che è Io te e Maria. Fa parte di quei cantautori italiani che ho sempre amato. Però non mi sarebbe mai venuto in mente di fare un lavoro su di lui perché mi sento diversa, anche come carattere. Nel senso che io non sono una bella e dannata.
Se la ride tra sé mentre lo dice.
Sono una persona abbastanza semplice, anche abbastanza allegra, molto appassionata ma non con quel tipo di corde dark come le ha lui. Però, siccome io amo molto mettere insieme i contrasti mi sono incuriosita e ho detto “Ma proviamoci. Vediamo che cosa viene fuori”.
Non avevamo voglia di raccontare la sua vita e fare il solito docu teatro dove si racconta. Non mi sentivo di raccontare l’aneddotica. Anche perché è un uomo così tormentato, e io ho molto rispetto per le persone. Perché quelli così tormentati poi in realtà sono le persone che hanno un animo molto fragile. Quindi mi sembra sempre di entrare un po’ nel privato. Quindi, ho molto rispetto e riserbo.
Ho voluto usare solo le sue parole. Ho preso alcune delle sue canzoni, alcune sue poesie, alcune frasi che lui ha detto, in qualche intervento televisivo, in qualche intervista. E ho composto questo flusso di coscienza di Piero Ciampi. Come abbiamo fatto per Alda Merini. Io ho fatto un lavoro sulla Magnificat. Abbiamo messo in ordine le poesie del Magnificat, dall’annunciazione fino alla morte del figlio.
Nello spettacolo dedicato a Piero Ciampi c’è qualcosa di simile. Chiude infatti con il Cristo tra i chitarristi, e inizia con l’annunciazione, di lui che confessa [1].
Questo paragone lo sto facendo adesso con te. In effetti la scelta del titolo che è “E bastava un’inutile carezza a capovolgere il mondo” è un pezzo di Alda Merini. Incredibilmente un giorno Massimo Luconi, che era in trasferta a Livorno, è andato sulla riva del mare a fare una passeggiata. Pensava a Piero Ciampi e al nostro lavoro. Ci eravamo appena sentiti, avevamo fatto una chiacchierata, e ha trovato questa scritta su un muro. Mi ha mandato la foto e ha detto “Questo è il titolo”.
In effetti è un bellissimo passaggio quello che da Alda Merini ci prende per mano e ci accompagna al nostro amato Piero.

a teatro Arianna Scommegna e Giulia Bertasi
Arianna Scommegna e Giulia Bertasi in E bastava una inutile carezza a capovolgere il mondo

Perché la fisarmonica della brava Giulia Bertasi? È uno strumento interessante ma poco frequentato.
Io e Giulia lavoriamo insieme ormai da una decina d’anni. Il nostro è proprio un sodalizio. Per me lei non è solo una musicista. È proprio un’altra attrice. La voce della fisarmonica è proprio come se fossero delle parole. Non è solo la base sulla quale si può cantare, recitare. Il nostro è un dialogo costruito in questi anni, un dialogo che funziona. Quindi, quando ho pensato a chi poteva essere insieme a me in questo spettacolo, che è indubbiamente uno spettacolo musicale, ho pensato a lei. Ci sono canzoni molte volte recitate, non sempre cantate. Alcune volte cantate, cantate in una forma diversa, magari con frasi di un altro pezzo sopra un’altra partitura.

Quello che state portando avanti oggi voi gente di teatro è una sorta di resistenza civile. Riuscirete a tenere duro?
Guarda. Io non so proprio cosa dire.
E scorata e si sente.
Io ci metto tutta la anima finché ne ho la possibilità. Finché riesco convincere qualcuno tenere aperto uno spazio dove potersi incontrare per fare cultura, per ascoltare poesia, io lotterò fino a che posso. E poi quando non si potrà…
Non completa la frase come se fosse troppo doloroso contemplare una possibilità diversa. Replica semplicemente esprimendo un desiderio di lotta.
Io lotterò fino a che posso. Ce la metterò tutta. Non si può…

È chiaro che cosa non si possa. Non si può pensare a un’umanità senza cultura, senza poesia. Non si può pensare che l’esistenza umana sia priva di quel tessuto che ci rende umani. Quand’anche le industrie andassero avanti e l’economia fosse salva, ma fossimo privati della poesia, questa non sarebbe più esistenza.

I teatri poi sono tra i luoghi più sanificati. C’è il distanziamento sociale. C’è la sanificazione di ogni spazio, di ogni seduta. Ci sono gli spruzzini per le mani con disinfettante.

Io viaggio in carrozzina e sono immunodepresso ma in teatro mi sento al sicuro.
Continuerò a frequentarli.
Grazie, grazie.
Mi imbarazza questo grazie. Non me lo aspettavo. Continuo con le domande.

Facciamo un po’ i conti della serva. Nonostante la chiusura dei teatri, nonostante la riduzione degli spettatori, riesci ancora a pagare le bollette?
Eh. Questo è un momento delicatissimo. Devo dire che io e mio marito ci stiamo aiutando tantissimo. Grazie al cielo abbiamo messo da parte qualche risparmio. Quindi stiamo tenendo botta. Ma è difficile.
Chi aveva potuto risparmiare qualcosa adesso regge. Ma non possiamo pensare di andare avanti in eterno. Che cosa può risparmiare un attore?
Ha un soprassalto, un’esclamazione autoironica, alla domanda che pone a se stessa. La risposta è evidente.
Cerchiamo di mantenere il più possibile uno spirito positivo fino a che ce la facciamo. Anche aiutando quei compagni che sono un po’ giù di morale. Perché è un momento in cui ogni due per tre c’è uno che crolla. Allora, dobbiamo aiutarci a trovare la maniera di sostenerci. Pensiamo che ci sono stati momenti della storia dove le persone sono state anche molto peggio di noi e ce l’hanno fatta, e hanno potuto raccontare. Noi abbiamo una missione. Perché chi fa teatro è prima di tutto un operatore culturale. Fare l’operatore culturale è una missione perché ha un dovere verso la comunità.
Mi parlavi di questi crolli. Sono crolli emotivi o fisici?
Sono crolli emotivi. Quelli degli amici che sento sono crolli emotivi. Poi coloro che fanno teatro sono già persone molto sensibili.
Ha modo delicati, sommessi, nell’esprimere il proprio imbarazzo.
Il ministro Franceschini come sta rispondendo?
Io non me la sento di essere l’ulteriore persona che lo mette in croce. Spero che stiano cercando di fare il meglio che possono. Il nostro è un paese strano. Se siamo arrivati a questo punto è perché hanno voluto mettere in ginocchio la sanità. Il problema è che la sanità è in ginocchio. Se non fosse così forse potremmo affrontare la situazione in maniera diversa. Certo, mi chiedo come siamo potuti arrivare ad oggi così impreparati.

Farei un paio di passi indietro. Che cosa ti è piaciuto di più di Piero Ciampi? Che cosa ti ha affascinato nel fare questo spettacolo?
Intanto, tutto quel dark in realtà in bocca a una donna, e adesso mi guardo un po’ da fuori, acquista un altro sapore. In qualche modo mi ci sono ritrovata. Non mi sembrava poi così lontano da me. A volte la bellezza degli autori è proprio questa, che alla fine scrivono cose dove tutti ci si possono ritrovare. Io ho ritrovato quella parte di me che a volte è molto insicura. Magari so fare delle cose, però ho sempre un po’ paura, mi sento un po’ perduta. Quella parte più perduta che anche ti stupisce. E lui era così. Un po’ come un bimbo che però ha le parole di un adulto. E non è una cosa che non puoi ritrovare in te. Per cui mi ci sono ritrovata ecco.
Mi stai chiarendo un po’ di più il collegamento con Alda Merini. Mi sembra che sia questo il vero collegamento.
Io credo che le cose non succedono mai per caso. C’è sempre un filo rosso, o siamo noi che tiriamo i fili. È come se la poesia fosse la cosa che ci tiene vivi. Il Magnificat è così. Nel Magnificat, aldilà del discorso cristologico, Maria è la poesia. E Piero Ciampi dice “Io sono un poeta, sempre. Anche quando sbaglio lo faccio da poeta. E posso fare e dire quello che voglio proprio perché sono un poeta”. Io penso che in questo momento sia necessario ascoltare il coraggio dei poeti. Perché poi i poeti sono quelli che mettono più a rischio la propria vita, in modo totale. Alda Merini era una che metteva a rischio la propria vita, continuamente. In questo senso loro sono un po’ cristologici. Nel senso che loro si sacrificano, e poi donano questo figlio che è la poesia.
È qualcosa che ci aiuta a vivere.

Tu fai parte di ATIR e ne sei una delle fondatrici. Come avete preso la petizione che proponeva Serena Sinigaglia come nuova direttrice del Piccolo?
Scoppia ridere. Non so se per incredulità o perché talmente realista da non contemplare la possibilità.
Ovviamente era impossibile. Era solo la comunicazione di un pensiero. Non credo proprio che fosse una cosa che poteva essere realizzabile. Era un messaggio a chi di dovere per dire “Guardate che esistono anche delle figure così”. Ovviamente per quel tipo di ruolo, per tutti i meccanismi per arrivare a quel ruolo, non basta una petizione. Era un messaggio, molto tenero se vuoi. Perché è chiaro che non c’era neanche la possibilità. Non è tecnicamente possibile una cosa del genere. Però, è stato un bel gesto da parte dei cittadini, da parte delle maestranze, ma anche del pubblico lombardo che ama Serena. Perché è una delle persone più preziose che esistono nel nostro paese. Oltre ad essere una registra straordinaria è proprio una persona illuminata. Preziosa, perché è capace di guidare con assoluta umiltà e coraggio quella comunità che è ATIR.
Adesso non abbiamo il teatro. Ma noi non siamo solo una compagnia teatrale. Noi siamo una realtà per la città di Milano. Siamo una realtà che nonostante non abbia un teatro, nonostante non abbia delle strutture potenti, riesce sempre a coinvolgere tante persone, di diversa estrazione, tante persone anche socialmente diverse. È una forza culturale quella che è partita con il teatro. Perché il teatro è il mezzo per fare comunità.
È stato un bel gesto. Irrealizzabile in questo momento. Magari in un futuro.
Che prospettiva c’è per ATIR? Riuscirete ad avere una sede?
Speriamo. Stiamo cercando con il Comune. Abbiamo sempre mantenuto un dialogo e questa cosa è un grande pregio di ATIR, che ha sempre cercato il dialogo con le istituzioni, con il pubblico, con la comunità. Non abbiamo mai mollato. Speriamo di riuscire a creare le situazioni per avere uno spazio. Purtroppo al Teatro Ringhiera i lavori adesso si sono interrotti, perché hanno trovato la presenza di amianto nei condotti di areazione mentre stavano facendo i lavori. Insomma c’è un ulteriore sospensione. Non sappiamo quanti anni ci vorranno per il Teatro Ringhiera. Quanto tempo ci vorrà per rimetterlo a regime.

Quando ho parlato con Arianna Scommegna c’era ancora la speranza che potesse prevalere la ragione, l’ascolto, la necessità di dare al paese un nutrimento del corpo con il lavoro, e un nutrimento dell’anima con i teatri, con la poesia. Perché anche l’anima può avvizzire, e se avvizzisce l’anima le piazze esplodono, come stiamo vedendo.
Nell’intervista realizzata in seguito all’ultimo DPCM la speranza è appassita.
Rimangono le domande. Alle domande prestiamo ascolto. Nella speranza, nella determinazione, che dall’ascolto prestato alle domande nascano nuove prospettive.

Scusa piombo senza preavviso nel tuo privato.
No. No, figurati. Ho il cuore spezzato per questa nuova chiusura.
I teatri rimarranno chiusi per un mese. Nella precedente intervista avevi detto che avresti fatto di tutto pur di continuare a calcare il palco scenico. Adesso per un mese non potrai farlo. Come stai?
Guarda. Sto malissimo. Avevo addirittura… mi era venuto anche il desiderio di farlo per la strada. Ma però non voglio fare come chi fa le provocazioni. Adesso, bisogna veramente stare calmi. Però, è giusto far sentire la propria voce. Dobbiamo farla sentire. Non si può sempre stare lì. Bisogna reagire in qualche modo. Io penso che bisogna reagire, far sentire la voce. Dicendo “Guardate, che state chiudendo una cosa che non faceva alcun male. Non faceva alcun male. Veramente andare a teatro non faceva del male a nessuno.
Per quanto mi riguarda mi permetto di dire che è uno sbaglio aver chiuso i teatri e i cinema. È uno sbaglio. Perché sono luoghi di cura dell’anima. Fino ad adesso io sempre detto “Bisogna rispettare. Bisogna fare come dicono”. Però, questa cosa è sbagliata. È sbagliata. Perché la gente non si contagiava a teatro, e neanche al cinema.
Hanno chiuso per non far andare la gente in giro? Sostieni il fatto che la gente vada in macchina. Sostieni che la gente vada in bicicletta. Poi, non ci andavano le folle degli stadi al teatro e al cinema. Hanno sbagliato. Per me è un grave errore. Al supermercato ti avvicini di più, ti contagi di più. Ingrassare va bene. Ingrassare l’anima no? Io non sono d’accordo. Non sono d’accordo.

Arianna Scommegna è evidentemente scorata nel raccontare questo suo disaccordo. La voce sembra quasi tremarle.
Che cosa posso fare? Posso solo dire che non sono d’accordo. Dirlo. Dirlo pubblicamente. Dirlo insieme ai miei colleghi. Continuare a ripetere “In questa cosa avete sbagliato. State chiudendo un luogo di cura dell’anima. In un momento così lasciare solo… “.
Vedi, la gente si sta arrabbiando troppo. Bisogna sostenere la cura della persona. Bisogna sostenerla.
Le piazze si stanno infiammando. Forse la poesia, il teatro, l’arte, potevano essere un antidoto contro la rabbia. Comunque potevano servire a incanalare la rabbia in un modo diverso.
Poteva essere un messaggio pubblico importante. Sono importanti le parole. Sono importanti i messaggi che si comunicano alla gente. È importante quello che dici. Non possono parlare solo i virologi, tutti i virologi del mondo. Non si possono ascoltare solo le parole dei virologi. Poi, la maggior parte dei virologi vai a vedere con che autorevolezza possono permettersi di dire alcune cose. Non si può dare la voce solo a quella parte lì, in un paese come il nostro. Stiamo cadendo proprio nella barbarie. Non so perché vogliono fare così. Non dobbiamo cadere nella barbarie.
Non bisogna dare solo spazio alla prepotenza, all’arroganza. È sbagliato. È sbagliato.
Tu dici che ti si spezza il cuore. Maurizia Leonelli mi ha comunicato per mail che al Gerolamo non si faceva più nulla, e concludeva dicendo: “È uno strazio”.
Gli altri tuoi colleghi come stanno?
Come me. Tutti con il cuore spezzato. Tutti con il cuore spezzato.
Gianfranco Falcone

[1] CONFESSO

Io confesso
Che non ho fatto la guerra
Ed ho parlato alla gente
Come se fossi un eroe
Confesso
Ho parlato per anni
Perché qualcuno capisse
Quello che sento
Stasera ti confesso
Che sono entrato in un porto
Ed ho cercato una nave
Che mi portasse lontano
Non voglio più vedere le cose
Che mi hanno fatto sentire questo silenzio
E sappi che per me

CRISTO TRA I CHITARRISTI
È un uomo che vive di foreste d’aria piena di voli d’aquile, conquista vette e tocca il sole,
lui beve neve, parla alle stelle e spazia il tempo.
Corre, anela, sta.
Devia i ruscelli, veglia e sonno è tutto un sogno.
è un uomo solo e senza armi.
Un pomeriggio su una salita perse la vita.
Più niente in quel lungo silenzio
turbava la sua anima esperta.
Un coro di chitarre infelici
cantava per disperdere l’odio.
Sopra una collina era il più alto,
il più bello, irraggiungibile.
Ai suoi piedi c’era il deserto,
ormai la folla si era saziata con le preghiere.
C’è sempre un Uomo in verticale
che non tocca mai la terra,
talvolta scende da una croce
ma dopo poco su una salita sconosciuta
perde la vita. Un concerto di chitarre (infelici)
arriva e suona molto amaro.
Anche stasera da qualche parte
c’è qualche Cristo che sale stanco
e senza scampo una salita.

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