Riarmo e nuovo militarismo

no alle armi nucleari

Gli scenari apocalittici, bellici e post-bellici, descritti dalla letteratura distopica non sembrano più appartenere al solo filone narrativo della fantasia, bensì si stanno approssimando sempre più, fondendo quello che un tempo era un mondo relegato all'immaginazione alla realtà dei nostri giorni. La globalizzazione, la dematerializzazione della comunicazione, manipolata e orientata dal mainstream, le conseguenti paure per una nuova assenza del futuro date in pasto a cittadini sempre più spettatori impotenti o, il più delle volte, insipienti, hanno oramai spalancato le porte all'edizione aggiornata della guerra mondiale.

L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia due anni or sono, arrivata a sua volta dopo anni di sanguinarie incursioni contro le popolazioni russofile del Donbas, gli spudorati atti genocidari a Gaza, attraverso efferate operazioni “militari”, contrassegnate da una squilibrata ferocia, rappresentano oggi, insieme agli altri conflitti, comunque non dimenticati soprattutto in Africa (Sudan, Congo, i paesi del Corno…) e in Asia (Yemen, le tensioni tra le due Coree…), la riproposizione di tragedie sconvolgenti che un tempo, ormai lontano, avevamo sperato di dimenticare. Coloro che governano le nostre società, ovvero quelli che dovrebbero provvedere alla salvezza e alla messa in sicurezza di popolazioni inermi, alla diffusione di benessere e progresso, si propongono oggi come ostinati satrapi di un male assoluto dominante. Acciecati dalla sete di vendetta e sopraffazione, in una disperata corsa al consenso attraverso la divulgazione della narrazione del conflitto, del nemico-ovunque, invece della ricerca di un tempo di pace che possa garantire il superamento di una crisi oramai devastante, alimentano, giorno dopo giorno, i fuochi del conflitto globale. Le recenti dichiarazioni di due leader come, Biden e Von der Leyen, ad esempio, che affrontano l'altro reiterato bellicismo di Putin stanno a dimostrare come le speranze in una geopolitica basata sul dialogo, siano destinate invece a vaporizzarsi. Il Presidente americano continua ad offendere pubblicamente Putin con pesanti epiteti, nel malcelato tentativo di raggiungere il livello prosaico del rivale Trump, dato nuovamente in forte ascesa nei sondaggi in vista delle elezioni statunitensi del prossimo autunno. La presidente della Commissione Europea, invece, ha dichiarato qualche giorno fa che «occorre aumentare ancora di più la produzione di armi», equiparando tale processo a quello dei vaccini per la Covid.

Il bellicismo programmato si pone dunque in modo esponenzialmente crescente come il settore strategico di un vero e proprio “mercato”, costruito sui canoni classici della “richiesta” e della “offerta”, di transazioni, di contrattazioni, di piazzisti senza scrupoli. I banditori di queste fiere della morte sono anche i governi degli stati industrializzati, che riescono a porsi al centro esatto del commercio, attraverso la promulgazione di leggi che, anno dopo anno, fanno previsioni, stilano programmazioni, stabilendo con chirurgica precisione l'ammontare della spesa, l'investimento economico da disporre a favore di questa industria. Rinnovato fermento, pertanto, in questa economia della morte, uno dei pochissimi settori che sembra non conoscere né crisi né stallo. Nonostante si tratti di un comparto che, è bene ricordarlo, non impatta per nulla le macroeconomie e, soprattutto, la vita dei cittadini, non portando alcun vantaggio all'occupazione e al mondo del lavoro.

Un primo interessante spunto di riflessione e analisi lo fornisce il recente rapporto Arming Europe di Greenpeace, commissionato dai tre uffici nazionali in , Germania e Spagna della stessa organizzazione. Il resoconto indica che negli ultimi dieci anni le spese militari dei Paesi NATO della UE sono arrivate a crescere di  quasi il 50%, passando dai 145 miliardi di euro nel 2014 a una previsione di circa 215 miliardi nel 2023. Si tratta in maniera del tutto evidente di un considerevole incremento delle spese afferenti alla voce “armamenti”. Le acquisizioni sono infatti aumentate del 168%, andando ad erodere nettamente altre voci della spesa pubblica, intaccando quindi gli investimenti previsti ad esempio per l'istruzione (appena il 12% in più), per la protezione ambientale (10%) e per la sanità (34%). Tutti settori che, a parità di impegno, avrebbero senz'altro un impatto economico e occupazionale maggiore, generando ricchezza e aumentando il welfare. I risultati dello studio insomma dimostrano che la militarizzazione è sicuramente un “cattivo affare” in termini economici, dal momento che l'aumento di questa tipologia di spesa sta portando l'Europa sempre più verso una stentatezza economica [1].

Tra gli altri paesi europei vicini tradizionalmente all'Italia, è bene ricordare la , sempre tra le principali venditrici mondiali di armi, sebbene il governo transalpino abbia recentemente accettato un'istanza parlamentare per la creazione di una commissione incaricata, seppur con forti limitazioni, della supervisione sulla politica dell'esportazione. Ma, nonostante questo tentativo di riscontro, la legge di programmazione militare, adottata il 13 luglio 2023, ha previsto ugualmente un nuovo aumento degli effettivi del “sostegno” economico da parte del Governo, e così ogni ambasciata di uno Stato membro della NATO oppure “alleato militare della Francia” avrà un addetto della difesa incaricato di “agevolare le esportazioni dei dispositivi francesi”. Un volume di affari di svariati miliardi (7,4 nel 2021 e 4,2 nel 2022) e che coinvolge circa 900 funzionari, quattro funzionari per ogni società di armi, destinate soprattutto a Paesi limitrofi alla Russia (+173% in Lettonia e +270% in Lituania [2].

Un'altra ricerca, denominata Don't Bank on the Bomb e redatta dall'organizzazione olandese Pax in collaborazione con Campagna internazionale per l'abolizione delle armi atomiche (ICAN – vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2017) ha mostrato invece come continuino a essere molto stretti i legami tra il mondo finanziario e i produttori di . Nel periodo compreso tra gennaio 2021 e agosto 2023 si parla infatti di 343 miliardi di dollari elargiti in prestiti e altri servizi finanziari, oltre ai 477 miliardi di dollari investiti in azioni e obbligazioni. La stessa ricerca registra come questo settore sia caratterizzato da scarsa trasparenza e dalla mancanza di informazioni ufficiali relative a molti parametri. Tra le imprese attenzionate c'è anche l'azienda italiana Leonardo, nella quale il Governo del nostro Paese detiene una solida maggioranza con circa il 30% del capitale azionario [3].   
A proposito del colosso italiano, oggi al tredicesimo posto tra le cento maggiori aziende mondiali produttrici di armi secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) va registrato come siano lievitati i titoli in Borsa a partire dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente [4].

Il timore principale dell'Europa oggi è naturalmente costituito dall'espansionismo della Russia, soprattutto nel riflesso di quanto potrebbe accadere negli USA nel caso di una nuova edizione della presidenza Trump. L'eccentrico candidato repubblicano, infatti, a dispetto di Biden, continua a far intendere di voler interrompere ogni aiuto che possa contribuire a fare fuori l'amico Putin. Nonostante il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg abbia precisato, in risposta alle dichiarazioni di Trump, che su 31 paesi Nato 18 rispettano l'impegno di dedicare almeno il 2% del pil per le spese militari, i paesi della UE, ma anche la Gran Bretagna, riprendono a sottoscrivere in queste settimane nuovi accordi bilaterali sulla sicurezza con l'Ucraina per cercare di far fronte ai tentennamenti Usa [5].

Negli ultimi anni, dunque, soprattutto in Europa si sta assistendo a una pericolosa inversione di tendenza nella spesa militare, con un aumento che si attesta intorno al 25-30%. Del resto, anche la recente Conferenza sulla Sicurezza di Monaco si è aperta con un chiaro segnale di sostegno alla creazione di una difesa europea, con sondaggi che indicano un impressionante 87% di favorevoli tra i cittadini dell'Unione Europea. Questo richiamo alla necessità di una difesa comune arriva, come si è detto, in un momento cruciale, soprattutto considerando le crescenti tensioni geopolitiche e il contesto internazionale mutevole. Il cambiamento in atto segna un passaggio veramente epocale per un continente che aveva lungamente sostenuto un'identità politica fondata sull'idea di pace, costruita sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Affermazioni come quelle del ministro della difesa tedesco Boris Pistorius sulla possibilità di un attacco russo alla NATO tra 5 o forse 8 anni, confermano questo clima di crescente tensione. Mosca a sua volta minaccia sempre più i Paesi Baltici e oggi anche la Moldavia, mentre il capo del comitato militare della NATO, Rob Bauer, suggerisce una trasformazione della strategia dell'Alleanza verso la guerra. Anche paesi tradizionalmente neutrali, come la Svezia, stanno cambiando tono, invitando i cittadini a prepararsi mentalmente per scenari bellici. Nel frattempo, la leadership polacca e lituana enfatizza la necessità di essere pronti a ogni eventualità, con la Polonia che già dedica il 4% del proprio PIL alla difesa. Anche il Regno Unito si prepara a un'eventuale escalation, con il ministro della Difesa britannico che parla di una transizione verso un “mondo pre-guerra” e il capo dell'esercito che sottolinea l'importanza di avere più truppe a disposizione. L'Italia, invece si trova già attivamente coinvolta in un contesto di minacce ibride globali, come testimoniato dal suo coinvolgimento nell'Operazione “Aspides” nel Mar Rosso [6]. Ed è proprio di queste ultime ore la notizia dell'attacco al cacciatorpediniere Caio Duilio da parte delle forze yemenite Houthi per mezzo di un drone, poi abbattuto.

Il drammatico, nefasto cambiamento nella politica globale, tutto orientato nuovamente alla corsa agli armamenti, nonché alle dichiarazioni sulla preparazione di imminenti conflitti, solleva interrogativi cruciali sul futuro del continente: su quali scenari di guerra si sta basando questa militarizzazione? E quali sono le implicazioni politiche, economiche e sociali di questo nuovo scenario nel XXI secolo? In un momento in cui i conflitti tendono a espandersi e a coinvolgere sempre più paesi, è cruciale comprendere le dinamiche in atto e prepararsi ad affrontare le sfide che ci attendono, sforzandoci di intraprendere un percorso di narrazione alternativa e di denuncia nei confronti degli scenari imposti. Questo è il compito principale oggi che dovrebbe spettare a chiunque abbia a cuore il destino dell'umanità: andare a fondo alle questioni, non farsi convincere facilmente sulla mancanza di alternative alla barbarie.

Cristiano Roccheggiani

[1] Greenpeace, Arming Euope
[2] Ariane Lavrilleux, Lo Stato francese, piazzista dell'industria delle armi,  Le Monde diplomatique il Manifesto, novembre 2023, pagg. 6-7
[3] Andrea Baranes, Armi nucleari e chi le finanzia: il nuovo rapporto Don't Bank on the Bomb, 23 febbraio 2024
[4] Claudia Vago, «L'Italia partecipa al massacro di Gaza vendendo armi a Israele», 12 febbraio 2024
[5] Anna Maria Merlo, La pace non si vede, corsa al riarmo di Europa e Nato, 16 febbraio 2024
[6] Francesco Strazzari, L'inevitabile guerra che ci aspetta, 5 Febbraio 2024

 

 

 

 

 

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