Rientrato Zelaya, si attende la democrazia politica e sociale

Honduras bandiera
history 4 minuti di lettura

Sono trascorsi più di due anni da quel 28 giugno quando un reparto di militari al comando del tenente colonnello Herpburn prelevò il presidente José Manuel “Mel” Zelaya Rosales dal suo Palazzo e lo portò in Costa Rica ancora in pigiama. Zelaya è rientrato il 28 maggio scorso grazie alla mediazione dei presidenti Chavez e Santos (un ruolo particolare alla senatrice colombiana Piedad Cordoba), e alla inarrestabile opposizione, fin dalle prime ore del colpo di stato, di una parte della popolazione, associazioni, partiti,  sindacati e poi diventati il Fronte nazionale di resistenza popolare (Frnp). Un’opposizione costata decine di morti, feriti e arresti di massa.

All’inizio il golpe fu condannato da molti stati americani, USA compresi, l’Ue, l’ONU e poi man mano che trascorreva tempo e il governo di Tegucigalpa avviava iniziative diplomatiche e cedeva alle richieste attraverso la convocazione di nuove elezioni alcuni stati riconoscevano il nuovo governo di Lobo. Le maglie si allargavano fino all’insediamento di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione, incaricata di investigare sugli eventi. Così dopo Guatemala, Stati Uniti, Costa Rica, Perù, Repubblica Dominicana giungono anche riconoscimenti da Israele, Germania, Italia, Giappone.
Come ha chiaramente sottolineato Locatelli è una crisi che se non ha risoltodel tutto i problemi dell’Honduras è stata gestita e portata a compimento autonomamente dagli stati dell’America Latina anche per l’inerzia degli USA la cui presidenza <<non ha responsabilità nel golpe (considerazione non scontata, data la storia dell’America Latina), ma non ha difeso la causa della democrazia con la passione che ci si sarebbe aspettati da Obama>> [1]. Diciamo pure che l’amministrazione, anche per la pressione repubblicana, ha finito con l’appoggiare lo stato di fatto dopo il golpe e tuttora non si prodiga per rendere stringenti i termini dell’accordo soprattutto per quanto attiene alla questione dei diritti umani.
Da ultima anche l’Organizzazione degli stati americani (Osa) riammetterà l’Honduras nel seno del suo consesso.

Una cooperante italiana a Peace reporter spiega, da uno dei territori storici della resistenza, La Esperanza, che <<la situazione del paese centramericano, ancora teatro di soprusi e terrorismo di Stato nonostante gli accordi del 22 maggio scorso presi dal Governo con l’Organizzazione degli stati americani abbiano imposto fra i punti salienti il rispetto dei diritti umani in cambio del reintegro di Tegucigalpa nell’Osa>> [2].
Anche nella zona del Bajo Aguán violenti attacchi contro i contadini proseguono impunemente. Gruppi paramilitari al soldo dei proprietari terrieri e poliziotti hanno attaccato membri di associazioni come il Movimento Autentico Rivendicatore dei Contadini dell’Aguán (Marca) uccidendone alcuni e ferendone gravemente altri [3].
Senza dimenticare l’assassinio di tre giornalisti honduregni l’11 maggio scorso o quello di sindacalisti.

L’attuale presidente Porfirio Lobo, eletto il 29 novembre 2009 con le elezioni organizzate dal governo golpista Micheletti, ha potuto, in questo periodo, portare a termine tutte quelle operazioni che ripagavano l’oligarchia honduregna. Un vero e proprio <<colpo di stato sociale>> attraverso <<l’abrogazione del decreto 18-2008 che attribuiva le terre ai contadini,; la sospensione del salario minimo; legge sul lavoro temporaneo (che permette di assumere lavoratori a <<ora>>); distruzione dello statuto degli insegnanti e privatizzazione […] dell’istruzione; legge di concessione delle risorse naturali che permette la messa in vendita delle risorse vitali come l’acqua; smembramento puro e semplice del territorio nazionale […]>> [4].
Lo smembramento dovrebbe avvenire attraverso la creazione ex-novo di città modello, sorta di enclave nello stato di 1000 kmq. E dove un sistema di vita a se stante nascerebbe dal nulla e con regole diverse da quelle nel resto del paese. Aree privilegiate con uno <<stile di vita di serie A>> o più probabilmente <<maquilla allargata>> per <<vivere il sogno americano in Honduras>> [5]. O l’incubo messicano?

Intanto l’Honduras resta un paese povero e con una sperequazione sociale che non ha molti confronti. Sono poche le famiglie che detengono la ricchezza del paese e il controllo dell’informazione. Il 70% degli honduregni è povero, la disoccupazione ha superato il 50%, la criminalità cresce e molti giovani ingrossano le fila delle bande (maras) che si contendono le periferie.
E tutto ciò bisognerà affrontare se si riuscirà a chiudere questi due anni con il ritorno alla legalità e alla democrazia.
Pasquale Esposito

[1] Niccolò Locatelli, “Rubrica il mondo ogni settimana. Notizie 25 maggio-2 giugno”, http://temi.repubblica.it/limes
[2] “Dall’Honduras per non dimenticare”, www.peacereporter.net, 24 giugno 2011
[3] Giorgio Trucchi, “Honduras, riconciliazione farsa”, www.peacereporter.net, 12 giugno 2011
[4] Maurice Lemoine, “Braccio di ferro in Honduras”,
Le Monde diplomatique-Il Manifesto, giugno 2011, pag. 16   �
[5] Di serie A parla il presidente Lobo mentre di maquilla parla il presidente del congresso Hernádez in Maurice Lemoine, “Città private nella giungla”, Le Monde diplomatique-Il Manifesto, giugno 2011, pag. 17

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article