Riflessioni di un umbro sul terremoto

Piano di Castelluccio di Norcia Caterina Angeluzzi
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È impossibile abituarsi alla forza devastante di un terremoto e alla sua potenza efferata. Eppure, quando fa notizia un sisma che non ha provocato vittime significa che, in fondo, ci si inizia ad adattare a una condizione di perenne precarietà. Tutti abbiamo impresse nella mente le immagini di chiese frantumate, paesi rasi al suolo, edifici crollati sotto il peso di una forza irresistibile, che spazza via pareti e ricordi. Ma tutti, ancora di più, ci commoviamo nel sentire storie di chi tra le macerie ha perso la propria vita, barattando la propria esistenza con un destino maligno e crudele, che, in un solo colpo, si prende gioco di storia, arte, sacrifici e speranze umane come se nulla fosse in grado di resistere alla sua spirale distruttiva.

Piana di Castelluccio di Norcia Caterina Angeluzzi
Piana di Castelluccio di Norcia. Foto Caterina Angeluzzi

Questa volta, il destino è stato un po’ meno vigliacco ed ha risparmiato corpi umani, facendo sì che in molti non abbiano più le mura della propria abitazione, ma possano almeno sentire ancora il loro respiro, stanco, provato, afflitto, ma sicuramente vivo. È questo, probabilmente, l’unico appiglio a cui aggrapparsi per evitare che la volontà di ripartire lasci il posto al terrore che immobilizza muscoli e idee.
Provoca una sensazione strana doversi abituare alla terra che trema e sembra voler aprire una voragine sotto ai piedi. Ancor più complicato, però, è abituarsi all’impotenza che il boato del terremoto genera, lasciando l’uomo solo, inerme di fronte alla sua straordinaria veemenza. Ciò che fa maggiormente impressione non è la paura o le oscillazioni che accompagnano le vibrazioni sismiche, ma la totale incapacità nell’affrontare la situazione, nel riuscire a reagire, dimostrandosi vivi e coraggiosi di fronte a un destino che ci vorrebbe morti e ammutoliti. I secondi, improvvisamente, si dilatano e il tempo, effettuando un complice sodalizio con la natura, amplifica un terrore che nessuno sembra saper governare. Quella casa, che abbiamo sempre visto come un rifugio da ciò che, per vari motivi, sentiamo estraneo, diventa in quel momento una trappola, l’unico vero elemento capace di dominare i nostri istinti, scegliendo, per nostro conto, un futuro che non vorremmo conoscere.

Piana di Castelluccio di Norcia Caterina Angeluzzi
Piana di Castelluccio di Norcia. Foto Caterina Angeluzzi

Ma tutto questo, in un posto che fa della terra il suo primo vanto, è un rischio che si è costretti a sopportare. Una sorta di tacito accordo con una terra che regala profumi e colori e che, però, chiede qualcosa in cambio: poter esprimere e liberare la sua energia, distruggendo, di tanto in tanto, pure ciò che essa stessa produce. Questo patto segreto gli umbri lo conoscono da tanto tempo, e non possono liberarsene. Hanno bisogno di quella terra che pure li spaventa, necessitano della sua fertilità e del suo mite fervore; pretendono che il suo verde brilli in eterno, così come altrove domina l’azzurro del mare o il rosso del deserto. Ma non si può pretendere senza concedere. Non esiste oceano che non s’infuri e non dia vita a onde immense. Non esiste deserto che non nasconda le sue fonti d’acqua e non formi tempeste di sabbia. Non esiste montagna che non frani o uomo che non deliri. Allo stesso modo, non esiste terra che non si attivi e sfoghi la sua forza imprigionata.

Piana di Castelluccio di Norcia Caterina Angeluzzi
Piana di Castelluccio di Norcia. Foto Caterina Angeluzzi

Ognuno deve poter dimostrare di esistere, dando un segnale che ne attesti la presenza. Questo gli umbri lo sanno, e lo accettano. Sanno che la terra continuerà a tremare e che la tregua non sarà una resa definitiva, ma solo un riposo momentaneo di un suolo in costante fermento. Lo sanno, ed è per questo che hanno finito per abituarsi al boato che accompagna la terra mentre balla e che, improvvisamente, si diverte a scalfire le loro certezze e le loro illusioni.
Il terremoto non è la punizione di una natura egoista e feroce, ma la ricompensa che essa chiede per garantire colline verdi e sinuose. Quelle colline che da sempre sono il principale orgoglio della regione, l’unico patrimonio che nessuno potrà mai rubarle e che tutto il mondo le invidia. La consapevolezza di questo compromesso permette agli umbri di giustificare tanta violenza, sia essa già esplosa o semplicemente accumulata. Se non potessero fare affidamento a questa reciproca intesa, sopportare scosse così frequenti sarebbe una condanna difficile da sostenere.

Piana di Castelluccio di Norcia Caterina Angeluzzi
Piana di Castelluccio di Norcia. Foto Caterina Angeluzzi

Sapere, invece, che la terra saprà farsi perdonare rigenerando se stessa è una promessa rassicurante, che non spegne l’angoscia, ma perlomeno mitiga la rabbia. Questa intima certezza conferisce loro coraggio, forza e capacità di guardare avanti. È l’unico rimedio plausibile per abituarsi a un inferno che non sembra volersi arrestare.
Lorenzo Di Anselmo

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