Le troppe mancanze della riforma della Giustizia

processo tribunale giustizia
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In una domenica di primo agosto dominata dal caldo infernale, mi è parso che l’Italia abbia voluto calamitare, come in un grande banchetto pantagruelico, una tale quantità di avvenimenti capaci più di bloccare la digestione che di agevolarla.
Non è difficile annoverarli, quasi in ordine cronologico: la Sicilia brucia per i roghi, dolosi, da Catania a Palermo; l’Abruzzo non è da meno perché Pescara e dintorni ardono quasi in simbiosi. La notte di Tokyo getta altra luce abbagliante e nell’intermittenza di appena 11 minuti si consumano due lampi d’oro di storica portata. Forse sembra non bastare, perché nella concitata domenica, si aggiungono le notizie per nulla confortanti comunicate dall’ Istituto Superiore di Sanità che fissa a due milioni il numero di chi si rifiuta di sottoporsi alla vaccinazione anti Covid, quasi a voler confermare la pessimistica previsione di una quarta ondata pandemica in autunno.

Mentre a ritmo serrato si accavallano questi eventi, il nostro governo era alle prese con il voto alla Camera sul testo definitivo predisposto dalla Ministra di Grazia e Giustizia con il beneplacito del maitre à penser Draghi.
In tutta questa vicenda la ministra Cartabia, anche con il pretesto che “ce lo chiede l’Europa”, ha messo insieme varie esigenze necessità politiche e interessi della maggioranza, dentro e fuori il Parlamento, portando a compimento una riforma della Giustizia rabberciata e che creerà non pochi problemi al Paese.

È andata incontro senza alcuna esitazione alle richieste pragmatiche di un Presidente del Consiglio che voleva una riforma veloce, senza badare alla trave che si conficcava negli occhi di competenti membri della Magistratura o più semplicemente di quei cittadini attenti ai problemi della giustizia, una riforma da ancorare dentro tempi già fissati ed inalterabili, alla faccia di chi si era sgolato per mesi proprio per salvare quella faccia dalle sicure sottolineature che l’Europa ci regalerà magari in autunno quando, però, i primi miliardi di euro saranno già incassati e al sicuro così da permettere a “Super Mario” di poter depennare dal suo personalissimo taccuino una delle tante “cose” da fare.

Il commento forse più azzeccato a questa riforma opaca e sotto certi versi pericolosa, lo ha dato il giurista ed ex giudice della Corte Europea Vladimiro Zagrebelsky al quotidiano “La Stampa” quando afferma: ”Gli esperti sono stati degradati a tecnici, facendo credere che si tratti dei difensori di un vecchio, inaccettabile sistema di potere. Il risultatoè senza pregio e pieno di rischi. E per una riforma che si vuole ambiziosa il metodo è stato pessimo. Peccato” [1].
Si, veramente peccato perché se il Presidente del Consiglio ha minacciato di richiedere il “voto di fiducia”, forse significa che questa maggioranza all’apparenza tonica e pimpante è arrivata al traguardo finale con il fiato grosso e qualche dubbio in più.
Il testo della riforma del processo penale, è infatti passato in Parlamento con 396 si, 57 no e 3 astenuti in un emiciclo – almeno così mostratoci dalle telecamere – desolatamente vuoto in molti settori, visto che in 170 deputati hanno disertato l’aula.
Allora, tutti d’accordo e pronti per andare in vacanza? Neanche per sogno, perché ancora si battaglia su molti “pacchetti” di reati che sono stati lasciati fuori – deliberatamente o meno non sono in grado di dirlo – dal disegno di riforma e tra questi spicca il reato di “disastro ambientale”. In breve, si richiede da una parte cospicua di parlamentari di escludere quella tipologia di reato dalla mannaia della “improcedibilità” che, se si dovesse abbattere su di loro, ridimensionerebbe ad un rango inferiore tutti quegli eventi di eco-reato che a tutt’oggi stanno permettendo di celebrare ben 4600 processi, a testimonianza di come le organizzazioni criminali abbiano fatto dell’ambiente la preda favorita per fare profitti.
Quindi, voglio ripeterlo ancora una volta, sorvolare su questi reati non scoraggerebbe a delinquere chi ha determinati interessi, certi dell’impunità finale e in spregio alla “Legge 68” del 2015 che ha visto entrare nel codice penale il reato di disastro ambientale.
La gravità di questa mancanza che ha sollevato le proteste di tutto il mondo ambientalista è di una gravità inusitata visto cosa sta accadendo al Pianeta che è sempre più vicino ad un punto di non ritorno per l’esistenza di tutti gli esseri viventi.

Questa apparente superficialità che risponde sempre, ma in maniera distorta, alla finalità utilitaristica di far durare meno i processi penali, comprime riducendolo alla stregua di un ingombrante fardello, un principio alla base dei sistemi penali dell’Occidente che è la titolarità dello Stato del “diritto di punire”, attraverso l’applicazione di una pena, l’autore di un reato.
Mi riferisco allo “Jus puniendi” che come tutti i diritti, compresi quelli ascrivibili allo Stato, non può essere né ristretto né limitato né tanto meno ignorato.
Ebbene, al di là delle interpretazioni filosofiche sulla sua natura – diritto soggettivo o diritto assoluto – le sterzate improvvise e le conversioni ad u imposte a questa riforma hanno determinato di fatto un affievolimento di questa potestà la cui forza ora appare direttamente connessa e proporzionale al semplice decorso di un tempo processuale.
In termini pratici, la conseguenza più evidente sarà quella di avere processi di primo grado addirittura più lunghi di quanto sperato data l’assenza della prescrizione contenuta nella “Riforma Bonafede”, e tutto ciò per evitare la dichiarazione di “improcedibilità” in Appello o in Cassazione.
Dato che l’estensore della riforma non può non aver fatto le stesse mie lineari considerazioni, devo dedurne che il governo Draghi abbia pensato che evitare la fase dell’Appello e della Cassazione sia la strada più veloce e conveniente per incassare quei benedetti Euro ed evitare in un futuro molto vicino, massicce critiche dalla Comunità Europea. Tutto questo in barba alle legittime aspettative di giustizia delle vittime e delle loro famiglie. Altro che “ce lo chiede l’Europa”!
Ma ritorniamo ai punti salienti della riforma che ormai ha cristallizzato i criteri normativi sui quali il Senato a settembre dovrà pronunciarsi.

1) Reati Ordinari – è possibile la proroga di 1 anno alla mancata definizione dell’Appello (in
precedenza erano 2) prima che scatti l’improcedibilità, e di 6 mesi per il
ricorso in Cassazione. Quindi la durata massima è di 3 anni per l’appello
e di 1 anno e 6 mesi per la Cassazione.

2) Reati di Mafia – tutti i delitti di mafia (associazione mafiosa, concorso esterno…) e quelli
di natura terroristica vengono equiparati a quelli da ergastolo per i quali
non esiste improcedibilità. A questi vengono aggiunti il reato di traffico
di droga e quello di violenza sessuale aggravata. Non è previsto alcun li
mite ai processi di Appello e in Cassazione.

3) Aggravante mafiosa – Per tutti i reati nei quali è riconosciuta l’aggravante mafiosa, è pre
visto un aumento fino a 5 anni del tempo per il processo di Appel
lo e 2 anni e 6 mesi per il giudizio in Cassazione [2].

Il ritorno dalle vacanze estive impegnerà, speriamo l’intero Parlamento, su di un punto che sebbene oscurato dalla più importante riforma del processo penale, già da tempo aveva acceso la discussione e cioè: quali effetti devono avere le pronunce della Corte Europea rispetto alle sentenze emesse dai tribunali italiani?
Indubbiamente tema stimolante che, ad onor del vero, era già stato sollevato a ragione da una proposta della Guardasigilli che suggeriva di introdurre un mezzo di impugnazione straordinario davanti la Cassazione al fine di dare esecuzione al pronunciamento della Corte Europea.
A tutt’oggi, le sentenze emesse in Italia sono rimaste esecutive anche quando la CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) le ha impugnate condannandoci per violazioni di legge.
Velocemente, senza entrare nel merito, ricordo il caso di Contrada che vide confermata la sua sentenza di condanna sebbene l’Organo europeo avesse sottolineato che prima del 1994 il reato di “Concorso esterno in associazione mafiosa” non era stato ancora dettagliato nel nostro ordinamento.
Giustamente il problema di armonizzazione tra giustizia italiana e giustizia europea non può continuare ad essere ignorato o addirittura snobbato e quindi ritengo tempestivo l’intervento della Ministra Cartabia che ha individuato nel Parlamento l’organo competente per legiferare in materia. Certo, è stata indicata la direzione da prendere, ma la strada è ancora tutta da progettare e già si preannuncia irta di ostacoli, perché adeguare le nostre sentenze ai principi dei Diritti europei è un’opera funambolica.
Con un tasso di corruzione reale, e percepito, estremamente alto rispetto i normali parametri europei, con la presenza di ben quattro organizzazioni criminali saldamente inserite nel nostro tessuto politico-economico, quello di giustificare le nostre sentenze come necessarie per il corretto svolgimento della vita democratica, forzando al limite massimo il sistema garantista, lo vedo come un esercizio faticoso e dai risvolti imprevedibili, per di più di non facile “lettura” e comprensione da parte dei giudici europei.

Stefano Ferrarese

[1] Vladimiro Zagrebelsky – “Giustizia: riforma ambiziosa, metodo pessimo” – “La Stampa”
Lettere e Idee – 30/7/2021
[2] Giacomo Salvini “La Riforma da oggi al voto” – “Il Fatto Quotidiano” 1/8/2021

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