Riforma premierato approvata al Senato. Fine della Repubblica parlamentare?

Manifestazione insieme per la Costituzione

Terminate le operazioni di voto per le elezioni europee, sono ripresi immediatamente i lavori sul Ddl per il premierato redatto dalla ministra delle Riforme istituzionali e la semplificazione normativa Maria Elisabetta Casellati. Sbarazzatisi in precedenza del 2° comma dell’articolo 59 della Costituzione che concede(va) al Capo dello Stato il potere di nominare i senatori a vita, si  è passati all’approvazione da parte del Senato dell’articolo 5, che vedremo a breve, quello dedicato proprio alla elezione a suffragio universale e diretto del premier, nonché dell’articolo 6 – sugli 8 che compongono la legge di riforma – che estende anche al Senato, eletto su base regionale, il beneficio del premio di maggioranza, introducendolo in Costituzione  per le liste collegate al candidato premier eletto. È stato approvato anche l’articolo 7 che contiene la normativa riguardante una pietra angolare dell’intero sistema del premierato e cioè la regolamentazione delle crisi di governo, compreso il potere del primo ministro eletto di ottenere lo scioglimento delle Camere dal Presidente della Repubblica, quando sfiduciato o dimissionario.

Questa nuova forzatura comporterà una riscrittura, sebbene parziale ma di importanza capitale, dell’articolo 88 della Costituzione il cui 2° cpv. verrà dilatato per contenere tale nuova disposizione che recita: «Il Presidente della Repubblica può , sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che lo scioglimento costituisca atto dovuto». Infine, è stato dato il via libera anche all’articolo 8 che subordina l’entrata in vigore della riforma all’approvazione della legge elettorale attuativa.

Questi articoli sono stati approvati per alzata di mano, senza la partecipazione al voto dei partiti di opposizione. E poi, il fatto che nella discussione nessun esponente della maggioranza di destra sia intervenuto per esprimere dubbi o perplessità su nessun punto della normativa, è quello che il capogruppo al Senato del M5S Stefano Patuanelli definisce «un anticipo di premierato. È esattamente quello che succederà quando questa riforma sarà approvata con il referendum dagli italiani (cosa che io non mi auguro). In un ipotetico futuro in cui ciò avvenisse, la maggioranza sarà costretta a questo»[1].

L’uscita di tutti i senatori dell’opposizione dall’Aula per protesta contro il voto favorevole sui tre articoli citati, non deve essere visto, neanche in controluce, come una ripetizione tragica della c.d. fuga Aventiniana del 27 giugno del 1924 ma la non accettazione di qualsivoglia  compromesso. La mancata partecipazione  ai lavori dichiara nessuna specie di avallo, nessun apertura ad alcun presunto miglioramento su qualche regola, la riforma viene rigettata in blocco. È un muro contro muro per la difesa delle Istituzioni della Costituzione repubblicana. E le opposizioni, divise quasi sempre su tutto, sul NO al premierato questa volta sono più che unite. Almeno fino ad oggi.

Precedentemente alla riapertura dei lavori che poi ha portato al primo voto, quello del 12 giugno scorso al Senato, va ricordato che in aprile la Commissione Affari costituzionali del Senato aveva dato via libera al contenuto del Decreto apportando alcune modifiche, direi formali più che sostanziali, tra le quali però spicca quella che ricrea un rapporto di consequenzialità fra lo scioglimento delle Camere come conseguenza delle dimissioni del Presidente del Consiglio. Si  stabiliva che lo scioglimento, qualora nel nuovo testo venisse configurato con la dizione  atto dovuto, non avrebbe dato luogo alla procedura del semestre bianco. Cosa che puntualmente è avvenuta, come abbiamo visto, con la modifica dell’articolo 88 della Costituzione, che ha assestato un altro colpo alle prerogative del Presidente della Repubblica.

Ma ritorniamo all’articolo 5 del testo della riforma che recita: «Il presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per la durata di cinque anni», sancendo il principio della elettività diretta e riformulando di fatto l’articolo 92 della Costituzione che al 1° cpv. stabilisce che «Il Governo della Repubblica è composto dal Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri». Stabilita l’elettività popolare diretta del Presidente del Consiglio, viene eroso – azzerandolo in pratica del tutto – anche il 2° cpv. del citato articolo 92 dove il Presidente della Repubblica non nomina più il Presidente del Consiglio (e su proposta di questi i ministri, ndr.) bensì «conferisce l’incarico». Non si tratta di una sottigliezza linguistica, ma un colpo di mannaia che amputa una delle prerogative del Presidente della Repubblica nel quadro generale delle competenze a lui attribuite, spingendolo in un angolo e riservandogli una presa d’atto più formale che sostanziale.

E servono a ben poco le argomentazioni della ministra Casellati nel tentativo di difendere il testo di riforma, aggrovigliandosi nell’esposizione di concetti difficili da difendere quando afferma: «Nessun affievolimento perché il presidente della Repubblica non ha alcun potere politico. È super partes come garante dell’unità nazionale e dei valori costituzionali. Le sue prerogative non sono state toccate. Il presidente del Consiglio ha invece poteri di indirizzo politico. La riforma limita le occasioni in cui il capo dello Stato era costretto a dilatare la “fisarmonica” dei suoi poteri per supplire all’incapacità della politica. Per questo la riforma introduce una articolata regolamentazione di tutte le crisi di governo definendo le soluzioni possibili. Spetta ai partiti assumersi la responsabilità di fronteggiare le tensioni per porre il capo dello Stato al riparo dalle contingenze dell’agone politico» [2].

In questa lenta e inesorabile riscrittura della Costituzione, l’ulteriore modifica apportata alla stesura originaria del disegno di legge, che non prevedeva limitazioni alle condizioni di rieleggibilità, dispone ora che l’eleggibilità sia per non più di due legislature consecutive, elevabili a tre qualora il Presidente del Consiglio abbia ricoperto l’incarico, in quelle prime due, per un periodo inferiore a sette anni e sei mesi. Viene poi riaffermato che il Presidente del Consiglio non potrà essere rieletto dopo due mandati consecutivi stabilendo, inoltre, che anche se si tratta di una elezione diretta questa non fa venir meno la necessità della fiducia delle Camere al Governo, come previsto dal 1° comma dell’articolo 94 della Costituzione. In pratica si salvano le apparenze, richiedendo di esprimere fiducia e condivisione al programma di governo a quelle forze che, strette in coalizione, hanno sorretto il Presidente neo eletto ricevendone, praticamente in cambio, il corposo premio di maggioranza. Una specie di do ut des.

Ma il nocciolo duro di questa riforma – oltre alla riscrittura dell’art.92 della Costituzione, come abbiamo visto in precedenza – va senza dubbio ravvisata nella demolizione  del 3° comma sempre dell’articolo 94 dove si prevede che:« nel caso non venga approvata la mozione di fiducia al Governo presieduto dal Presidente eletto, il Presidente della Repubblica rinnova l’incarico al Presidente eletto di formare il Governo. Qualora anche in quest’ultimo caso il Governo non ottenga la fiducia delle Camere, il Presidente della Repubblica scioglie le Camere» [3]. Non solo, ma addirittura il 4° comma del citato articolo 94 viene “ritoccato” stabilendo che il voto contrario di una sola Camera non è sufficiente per far scattare l’obbligo di dimissioni del Presidente del Consiglio. Bisognerà solo trovare un nuovo Primo ministro che lo sostituisca, con l’unico limite che il nuovo premier deve far parte del gruppo politico collegato a quello del presidente eletto sfiduciato. Per di più, l’ormai smembrato articolo 94 della Costituzione – che ricordo modella le modalità di formazione del Governo – registra l’inserimento di un 6° comma che pone sostanzialmente un freno al possibile verificarsi di «ribaltoni» perché stabilisce che in caso di revoca della fiducia al Presidente del Consiglio da parte delle Camere alla sua presentazione, solo in questo caso il Presidente della Repubblica può disporre lo scioglimento delle Camere, mentre la perdita della fiducia del Primo ministro nel corso del suo mandato non comporterà alcuno scioglimento.

Insomma sono veri e propri meccanismi idonei a blindare l’elezione ed attuare quella fusione quasi fisica ed identificativa fra il capo e la coalizione che lo sostiene. Non c’è però da meravigliarsi perché più di una volta la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato come la riforma del premierato serva per sbarrare la strada ai governi tecnici, alle maggioranze improvvisate, o a governi c.d. di “larghe intese” guidati da personalità non elette dai cittadini.

Al momento la vulnerabilità di questa riforma risiede nella mancata predisposizione della normativa riguardante la legge elettorale, vagamente accennata nel disegno di riforma e nella quale deve trovare adeguata sistemazione l’assegnazione del premio di maggioranza, idoneo a garantire una maggioranza dei seggi, appunto, in ciascuna delle due Camere alle liste e ai candidati collegati al presidente del Consiglio. Va detto che nel disegno di legge era pari al 55% dei seggi in ciascuna Camera ma, a tutt’oggi, è ancora da decidere. Comunque è stato fatto notare che in tutti Paesi dove c’è l’elezione diretta di una carica monocratica, la soglia per il ballottaggio è al 50%. È fin troppo evidente che un eventuale abbassamento di questa percentuale, ma questa è una previsione puramente teorica, significherebbe rendere costituzionale l’elezione di un premier di minoranza. Accanto alla quantificazione percentuale, sempre alla futura legge elettorale, è demandato il compito di stabilire o meno la presenza di una soglia minima che permetta di conseguire il premio di maggioranza.

Qualche voce critica all’interno della maggioranza si è comunque fatta sentire, proprio per cercare di dipanare una matassa normativa già di per se complicata e sfuggire dalla deriva di incostituzionalità. Afferma proprio su questo punto l’ex Presidente del Senato e senatore di Forza Italia Marcello Pera:« Dei cambiamenti sono stati fatti in commissione […] però ci sono delle incongruenze, come il voto di fiducia, i contrappesi che potrebbero essere maggiori, l’assenza di uno statuto dell’opposizione […]. Ma c’è un punto che è importante, il testo dice che il presidente del Consiglio è eletto direttamente dal popolo ma non specifica come. Molte cose sono rimandate a una legge elettorale e io con molta onestà vi dico che non tutto si può fare con una legge elettorale senza una previsione costituzionale» [4].

Osservazioni razionali e, sotto un certo profilo, rispettose dell’architettura costituzionale vista come l’architrave portante dell’intero sistema istituzionale. Il punto, infatti, è proprio qui.

Questa intransigenza che ha caratterizzato il perfezionamento della normativa sul premierato, rivela più di molte altre cose la vera natura di questo governo. Tutti sappiamo che le istituzioni italiane siano perfezionabili, ed anzi ci sarebbe molto da fare per portare a compimento dei correttivi. Ma sottoporre la Costituzione ad operazioni di macelleria, dove si stacca la polpa e si mette a nudo l’osso, oltre ad immettere nella nostra democrazia parlamentare il germe del personalismo, del carisma, e per tale natura non soggetto a contestazioni o ad essere limitato da contrappesi che ne ostacolino il suo volere, risponde alla cultura più antica e profonda della destra italiana, alimentatasi alla luce del mito del «capo» che opera in simbiosi con il «suo» popolo. Riversato questo concetto nella vita politica, si può riassumere nello slogan: il premier eletto dal popolo e difeso dalla sua maggioranza parlamentare.

Fino ad oggi, il governo della presidente Giorgia Meloni ha proceduto alla costruzione di questo progetto di revisione costituzionale, adoperando un po’ tutti gli strumenti della propaganda. Si è passati dall’enfasi istituzionale, spacciando all’opinione pubblica la trasformazione della Costituzione  come «la madre di tutte le riforme», fino a toccare i cuori dei suoi elettori (e forse non solo loro) facendoli sentire più importanti regalando un «potere in più ai cittadini» arbitri ora delle sorti della Nazione, fino alla menzogna spudorata quando ha affermato che «i poteri del Capo dello Stato restano intatti». Allora quando la presidente Meloni, smarcandosi da ogni forma di responsabilità, afferma che «o la va o la spacca» dimostra quanto sia artificiosa quella spinta al riformismo che ha sempre sbandierato. Qualcuno, o meglio, più di qualcuno, avrebbe dovuto alzare la voce e ricordare che non è permesso giocare a palla con le Istituzioni, dileggiandole e torcendole secondo le esigenze del momento. Proprio in sincrono con le dichiarazioni sprezzanti della Presidente del Consiglio, si cominciano a mettere le mani avanti per frenare ogni forma di inevitabile quanto necessaria contestazione. Lo dice apertamente il capogruppo dei parlamentari di Fratelli d’Italia alla Camera Tommaso Foti:«Nessun passo indietro. Se il premierato va ko Meloni resta leader»[5].

Con la conclusione dei lavori al Senato, che ha visto passare il Ddl sul premierato con 109 «sì» e 77 «no», è indubbio che si va pian piano costruendo un «mostro» politico dove, alla sicura prevalenza del Potere Esecutivo su quello Legislativo, il Presidente del Consiglio sommerebbe anche la posizione di arbitro assoluto della maggioranza parlamentare fino a condizionare, espandendo il suo potere, l’elezione del Presidente della Repubblica e degli altri organi di garanzia come la Corte Costituzionale e il consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

Come ha acutamente osservato Nello Rossi, ex magistrato presso la Corte di Cassazione:« Per altro verso, l’insediamento, al centro del sistema politico-istituzionale, del “monolite” costituito dal premier e dalla sua maggioranza darebbe vita ad un nucleo politico dominante sottostante alla Costituzione – una sorta di nuova costituzione materiale, nel significato originario di questo termine nella dottrina di Costantino Mortati – in grado di egemonizzare l’intera vita istituzionale e di influire su tutti gli altri organi di garanzia contemplati in Costituzione, incidendo tanto sulla loro provvista quanto sul loro funzionamento» [6].

Dopo il voto ultimo del Senato, il testo passerà alla Camera che dovrà dare il suo assenso ma, come per tutte le riforme costituzionali, è necessario un secondo sì di entrambe le Camere dopo una pausa di almeno tre mesi. Visto che in seconda lettura il testo non è più emendabile, in prospettiva questo permetterà ai cittadini di capire su quale genere di riforma ci dovremo esprimere nel possibile referendum. In tale attesa, l’associazione Articolo 21 ha lanciato un appello contro il premierato raccolto e sottoscritto da oltre 180 costituzionalisti, unendosi idealmente alle cupe previsioni espresse dalla senatrice Liliana Segre. Anche  le opposizioni non sono state a guardare perché dal PD all’M5S, + Europa, Verdi e Sinistra, l’ANPI, fino all’Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, si sono ritrovate insieme a Roma, in Piazza Santi Apostoli, accanto a molti cittadini per riconquistare quelle piazze che, forse, molte volte non sono state utilizzate per far sentire la propria voce, riaffermare l’unità della Repubblica – messa in pericolo anche dal progetto di legge dell’Autonomia differenziata – ed unire simbolicamente le opposizioni, dentro e fuori il Parlamento.

La conclusione è che si tratta dii un progetto autoritario che sovverte l’organizzazione dell’Italia come Repubblica parlamentare.

Stefano Ferrarese

[1] https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/12/premierato-al-senato-voto-finale-il-18-giugno-proteste-delle-opposizioni-in-aula-e-transatlantico-parlamento-imbavagliato/7584666/, 12 giugno 2024
 [2] Paola Di Caro, https://roma.corriere.it/notizie/politica/24_giugno_01/casellati-avanti-sul-premierato-la-sinistra-contro-mi-fa-orrore-decideranno-gli-italiani-63d6b1ba-a913-4da6-b049-285cb58b4xlk.shtml?refresh_ce, 1 giugno 2024
[3] Disegno di legge del Senato n.935 della XIX Legislatura, https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01416316.pdf, pagina 12
[4] https://askanews.it/2024/05/21/premierato-pera-rischi-incostituzionalita-avere-coraggio-cambiarla/, 21 maggio 2024
[5] Stefano Iannaccone, https://www.editorialedomani.it/politica/italia/nessun-passo-indietro-il-no-al-premierato-sarebbe-addio-a-riforme-nlzgxmxg, 29 maggio 2024
[6] Nello Rossi, https://www.questionegiustizia.it/articolo/premier-pigliatutto, 21 maggio 2024

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