Rileggere “Cecità” di Saramago: un antidoto di cui abbiamo bisogno

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Fino a una decina di giorni fa era un romanzo distopico. Oggi, invece, uno spietato trattato sulla natura umana, con cui tutti siamo costretti a fare i conti. Rileggere adesso “Cecità” di José Saramago destabilizza, per quanta forza si cela dietro il suo cinico lirismo.

Saramago, maestro nell’ideare mondi surreali, ci consegna un’opera che, in questi giorni, diventa materia tangibile, abbandonando il precedente mondo immaginario in cui era confinata.
cecità josé SaramagoLa storia è nota, ma vale la pena tracciarne le coordinate. In un tempo e luogo imprecisati, un’epidemia rende progressivamente cieca tutta la popolazione. Il governo prende i provvedimenti del caso, isolando in vari edifici le persone contagiate dall’inspiegabile malattia. Ne scaturisce una follia collettiva in cui ognuno cerca solo di salvare se stesso, contribuendo alla regressione umana verso lo stato di natura, dove l’unica legge imperante ha i contorni crudeli della sopraffazione. Se ci limitiamo a considerare la trama, le similitudini con quanto sta accadendo nelle ultime settimane sono piuttosto limitate.

Gli scenari apocalittici che Saramago descrive restano, per fortuna, un’ipotesi irrealistica. Lo scrittore portoghese, tuttavia, mostra invidiabile lucidità nel tratteggiare l’essenza umana come si svela in un momento di inquietudine dilagante. Ed è questo il punto su cui occorre riflettere.

Saramago mette in luce un’umanità disorientata, in preda alla paura, incapace persino di provare empatia per le sorti altrui. Gli uomini arrancano alla ricerca di sicurezze che piano piano svaniscono, perdendo quei riferimenti che solitamente li sorreggono. La malattia ha la colpa di amplificare atteggiamenti, ansie e frustrazioni, in un vortice di violenze e abusi di fronte a cui tutti diventano inermi. Ma l’epidemia è, in un certo senso, solo il pretesto, il fattore scatenante. “Probabilmente solo in un mondo di ciechi le cose saranno ciò che veramente sono”. I comportamenti deplorevoli degli uomini sono insiti nella loro natura: la malattia fa uscire fuori quella dimensione misera, cruda, prepotente che, in momenti privi di patos, riesce a restare latente.

Soprattutto nella prima parte del romanzo, Saramago è fin troppo pessimista. Eppure, la storia che racconta appare un monito imprescindibile. L’emergenza sanitaria che stiamo affrontando sta mettendo seriamente in pericolo le fondamenta del nostro vivere sociale. Non si tratta di minimizzare il problema o di provocare una dose di eccessivo allarmismo. Questa è una diatriba marginale, che evita il cuore della questione.

Il punto è un altro, e ben più profondo: ha a che fare con l’idea di società che condividiamo, o rinneghiamo. “È una vecchia abitudine dell’umanità, passare accanto ai morti e non vederli”, avverte Saramago. Pensiamo a come conteggiamo i contagiati e i deceduti. Un elenco nudo, fatto di numeri, in cui la componente umana si dissolve. Di nuovo, non si tratta di negare l’importanza degli aggiornamenti, la menzione delle vittime, il riepilogo degli infetti. Si tratta, semmai, di conservare un briciolo di sensibilità e solidarietà: due tratti propri dell’umanità, che vanno difesi a ogni costo, pure di fronte a un virus sconosciuto e spaventoso. Altrimenti siamo condannati a un’involuzione ancora più temibile del virus. “Ѐ di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”, mette in guardia lo scrittore.

I primi capitoli del libro passano in rassegna le fasi iniziali dell’epidemia. La malattia che avanza, il panico che prende il sopravvento, le misure di contenimento adottate. Come suo solito, Saramago presenta i personaggi senza citarne il nome. Il primo cieco, sua moglie, il medico, la moglie del medico e così via. Il “paziente zero”, per esempio, non è un personaggio di Cecità, bensì la sua trasposizione nel reale. Quando l’angoscia diventa dominante, attribuire nomi diviene inutile e la natura umana, una volta ancora, si sfuma in un’indistinta nube di terrore che avvolge tutti.

Prima pensavamo di essere invulnerabili; sono bastati i primi contagi a scardinare ogni certezza. Nel libro accade lo stesso, rivelando l’indole più impressionabile di ognuno. Silente e impercettibile, l’egoismo si infiltra nel tessuto sociale, mutando la fisionomia della collettività.
La cecità di cui parla Saramago, dunque, non è solo fisica, ma una condizione antropologica che l’epidemia fa emergere. Nella misura in cui la pietà lascia il posto a un sentimento votato alla prevaricazione siamo ciechi, poiché incapaci di indossare i panni degli altri e preoccupati solo di tutelare i propri, anche a costo di alimentare ingiustificate discriminazioni. Ѐ una cecità che nessun farmaco può curare. Gli eventi possono ritardarne la diffusione, ma non impedirne il contagio. “Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Gli scaffali vuoti appena si sono diffuse le notizie dei primi contagi sono un’immagine eloquente, perché mostra la forza dirompente di un agire dettato dall’istinto e dall’emotività, in cui arrivare per primi è l’unico dogma da tenere a mente. Un comportamento ancora più contagioso, e pericoloso, della malattia.
Lorenzo Di Anselmo

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