Rinascimento inglese: lessico della cultura e tecnologie della comunicazione

la copertina del libro di Michele Stanco Rinascimento inglese
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Un saggio sulle caratteristiche di un’epoca che incontra un nuovo mondo (anche di parole).
la copertina del libro di Michele Stanco Rinascimento ingleseIl lavoro di Michele Stanco, professore di Letteratura inglese nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, ci offre una ricostruzione del clima culturale e politico dell’Inghilterra in un’importante età di transizione. Sui temi centrali della sua ricerca, abbiamo rivolto alcune domande all’autore.

La definizione di “Rinascimento inglese”, da lei scelta come titolo del suo volume, non è accettata da tutti gli studiosi o, almeno, sono proposti distinguo e precisazioni rispetto al Rinascimento che andò affermandosi, ad esempio, in Italia.
Può guidarci a comprendere le caratteristiche del periodo da lei analizzato?
Come osservava Eugenio Garin (al quale mi sono indegnamente ispirato) nei suoi scritti sul Rinascimento italiano, è possibile studiare l’epoca da due punti di vista diversi, ancorché complementari. Da un lato, il ‘Rinascimento’ è una categoria storiografica proposta nella seconda metà dell’Ottocento da scrittori e storici della cultura quali Michelet e Burckhardt. Dall’altro, la coscienza di una ‘rinascita’ culturale maturò sin dal Tre-Quattrocento e proseguì in pieno Cinquecento. A tale proposito, spesso si ricorda come Vasari nelle sue Vite (1550) adoperasse il termine ‘rinascita’ per definire il rinnovamento delle arti successivo alla rivoluzione di Giotto. Insomma, l’epoca fu caratterizzata da una profonda coscienza interna del rinnovamento culturale in atto.
Partendo da tali premesse, nel volume cerco di mostrare come anche nell’Inghilterra della seconda metà del Cinquecento si ebbe un’autocoscienza altrettanto profonda del processo di rinascita. Le parole di George Puttenham nella sua Arte della poesia inglese (1589) sono emblematiche in tal senso; Puttenham, infatti, non senza una certa enfasi, descrive la ripresa (‘revive’ / ’restore’) dei modelli culturali classici e il rifiorire della poesia inglese, a partire da autori quali Chaucer e Gower, opponendo tale revival alla ‘barbarie’ dei secoli precedenti.
Il suo trattato, in generale, mira a dimostrare la pari dignità della poesia inglese sia rispetto alla letteratura greca e latina, sia rispetto alla coeva poesia francese e italiana.
A sua volta, dunque, il Cinquecento inglese si autodefinisce come un periodo di rinnovamento reso possibile dal recupero della grande tradizione classica. C’è però un aspetto singolare su cui forse non è stata ancora fatta abbastanza luce: pur legando la nascita della poesia inglese all’imitazione delle lettere greche e latine, Puttenham ne elogia certi tratti peculiari, quali l’uso della rima, che allontanerebbero la poesia inglese dalla ‘artificiosità’ della letteratura greca e latina, accostandola al contrario alla poesia barbarica, ‘naturale’, dei popoli scoperti nei recenti viaggi di esplorazione. Insomma, l’elemento ‘barbaro’, censurato da un lato, viene recuperato dall’altro (qualcuno ha legittimamente intravisto in tale atteggiamento una sorta di apertura al gusto proto-romantico).
In sintesi, pur nella loro specificità, i fermenti culturali che agitarono il Cinquecento inglese, sono accostabili a quelli del Cinquecento europeo, italiano e francese in particolare. Del resto, la sempre maggiore diffusione della stampa a caratteri mobili accelerò notevolmente il processo di migrazione di testi e di idee da un paese all’altro, avvicinando, come mai in passato, lingue e culture diverse.

Nel volume, lei scrive: “Da qui, il taglio metodologico sotteso al presente lavoro: la scelta, cioè, di analizzare determinati ambiti etico-pratici dal punto di vista del linguaggio e delle figure del discorso che, storicamente, ne caratterizzavano le rispettive articolazioni”.
Può aiutarci a comprendere la natura di questo approccio e la sua importanza nella comprensione della cultura dell’epoca?
Noam Chomsky, nei suoi studi sulla lingua, sottolineava che il nostro pensiero è articolato in forma di parole, e di frasi. Vale a dire, senza il linguaggio non ci sarebbe pensiero. Se ciò è vero, analizzare una cultura dal punto di vista delle parole che la compongono può aiutarci a comprendere una serie di fenomeni che altrimenti potrebbero sfuggirci. Del resto, a partire almeno dagli anni ’80, la cultura è stata spesso definita come ‘discorso’ o come ‘testo’: vale a dire, come una rete di parole collegate tra loro da precisi nessi morfo-sintattici.
Ciò premesso, un approccio linguistico alla cultura del Rinascimento può rivelarsi particolarmente fecondo: sia perché alcuni termini  dell’epoca sono poi scomparsi dal nostro lessico comune, sia perché altri termini, pur sopravvivendo, si sono semanticamente indeboliti (si pensi, ad esempio, a un lemma come ‘umore’ che,  com’è noto, aveva un significato medico molto più specifico di quello che gli attribuiamo oggi). Vale anche la pena di ricordare che il Rinascimento inglese è, tra l’altro, l’età dei dizionari: il titolo del vocabolario italiano-inglese di John Florio, Un nuovo mondo di parole (A New World of Words, 1611), giocando sulla vicinanza fonetica tra word e world, suggeriva appunto che dietro ogni parola (word) si nasconde un vero e proprio mondo (world), ovvero un microuniverso culturale.
Qualche esempio potrà servire a chiarire meglio il percorso che ho intrapreso nel volume. Allorché nell’Amleto Ofelia rimpiange il periodo in cui il principe danese, ancora sano di mente, era “the glass of fashion and the mould of form” ci vuol dire qualcosa di molto preciso, qualcosa che può sfuggirci se non siamo consapevoli della pervasività del lemma ‘fashion’ (modellare) e del suo rapporto con le ‘forme’. Ofelia ci vuol dire che Amleto, col suo nobile esempio, era in grado di ‘modellare’ i sudditi. Il Rinascimento era, per così dire, ossessionato dall’idea di ‘modellare’ o ‘plasmare’ una personalità o un comportamento – da qui, la voga dei manuali socio-educativi, i cosiddetti conduct books. Nella traduzione inglese del Cortegiano (ad opera di Sir Thomas Hoby, 1561), leggiamo che l’intento dell’autore è quello di ‘plasmare’ un uomo di corte (Hoby usa, a sua volta, il termine fashion). ‘Plasmare’ significava imprimere delle ‘forme’ in una ‘materia’ che si prestava ad accoglierle. L’aspirante cortigiano, così come qualsiasi persona che volesse apprendere e migliorarsi, doveva essere pronto a lasciarsi modellare, a ricevere ‘forme’ (o ‘idee’) e stimoli esterni nella ‘materia’ duttile della sua mente (spesso paragonata a una tavola di cera). Fashion / ‘plasmare’ si colloca, dunque, entro una concezione della realtà, derivata dal mondo classico, come incontro tra ‘materia’ e ‘forme’ (ilemorfismo).
Come si evince dall’esempio, l’analisi di un singolo lemma può costituire il punto di partenza per recuperare il retroterra culturale di cui esso fa parte. È quanto ho cercato di fare nel volume, che consiste di una serie di saggi dedicati a varie parole-chiave dell’epoca. Vale a dire, anziché partire dai grandi temi (l’etica, i saperi, le riflessioni sull’arte e sulla poesia, ecc.), sono partito da una serie di parole per approdare, attraverso di esse, ai relativi ambiti tematici.

Il volume si articola in due parti che, nell’apparente autonomia, dialogano fittamente tra loro, illuminandosi di luce reciproca. Può spiegarci il rapporto tra il “lessico della cultura” e le “tecnologie della comunicazione” (prendo in prestito il sottotitolo del libro)?
Dopo l’analisi di alcune parole-chiave (e dei relativi sottomondi culturali) condotta nella prima parte del volume, nella seconda parte cerco di evidenziare il ruolo determinante svolto nella diffusione di parole e testi dalle nuove tecnologie della comunicazione: mi riferisco, ovviamente, all’invenzione della stampa a caratteri mobili, introdotta in Inghilterra da William Caxton verso la fine del Quattrocento, ma relativamente poco diffusa fino a tutta la prima metà del secolo successivo. Tra i primi a cogliere le enormi potenzialità della stampa nella diffusione dei nuovi saperi fu l’umanista Tommaso Moro. Nella sua Utopia (1516), uno dei personaggi insegna agli abitanti dell’isola il metodo per fabbricare la carta e per eseguire il successivo processo di stampa: ciò, dopo aver loro donato una serie di libri di filosofi e scrittori dell’antica Grecia. Moro, cioè, comprende che il recupero dei testi antichi è legato alle nuove tecnologie della comunicazione. Da un punto di vista più generale, possiamo forse concludere che gli ideali educativi dell’epoca erano legati, in maniera inscindibile, alle tecnologie che ne permisero la trasmissione: fu anche la straordinaria diffusione del libro a stampa a far sì che le menti potessero essere ‘plasmate’ o ‘modellate’ dalle nuove idee. Nell’epoca, peraltro, all’immagine della mente come tavola di cera, si affianca, significativamente, l’immagine più moderna della mente come ‘libro’.
In sintesi, nella seconda parte del volume cerco di chiarire con qualche esempio (ma molti altri se ne potrebbero dare) come il rinnovamento culturale dell’epoca fu promosso, se non addirittura reso possibile, da quelle che Walter Ong definiva le “tecnologie della parola”. Anche di tale processo, come dimostrano le stesse osservazioni di Moro e come dimostrano vari scritti di Erasmo, ci fu una profonda coscienza ‘interna’.

Prendendo spunto dal suo testo, mi sembra si possa dire, in qualche modo, che le epoche di passaggio o di crisi si presentano oscure anche perché non abbiamo parole adatte a descriverne i relativi fenomeni.
Nella sua Storia della sessualità, Foucault osserva che non è del tutto proprio definire con il termine ‘omosessualità’, lemma coniato a fine Ottocento, i rapporti tra persone dello stesso sesso nelle epoche precedenti al XIX secolo. Ovviamente, per praticità, e/o per mancanza di un lessico adatto, possiamo parlare di omosessualità nella Grecia antica (così come possiamo parlare dell’estetica platonica nonostante Platone rigettasse la dimensione della aisthesis); l’importante è, però, essere consapevoli che ci avvaliamo di una sorta di licenza linguistica, e che i rapporti tra due uomini o tra due donne nel mondo classico (così come le teorie artistiche dell’antichità) sfuggono al lessico contemporaneo col quale tentiamo di descriverli.
Nell’occuparmi delle parole del Rinascimento, ho seguito pressappoco tale linea: nell’impossibilità di rinunciare alla lingua di oggi per descrivere fenomeni antichi, ho però cercato di scavare nella storia delle parole per riattivare i loro significati originali, significati che l’evoluzione del lessico e le parallele trasformazioni culturali hanno parzialmente oscurato.
Antonio Fresa

Michele Stanco
Rinascimento inglese
Lessico della cultura e tecnologie della comunicazione
Liguori, 2013
Pagine 152, € 14,99

Per saperne di più
Michele Stanco è professore di Letteratura inglese nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.
La sua ricerca si è focalizzata prevalentemente sul dramma shakespeariano (con particolare riguardo alle sue articolazioni tragiche, comiche, storiche), sulla poesia e sulla critica letteraria elisabettiana, sulla cultura rinascimentale. Ha pubblicato numerosi saggi su critici, poeti e drammaturghi elisabettiani ed ha curato (con John Roe) il volume Inspiration and Tecnique. Ancient to Modern Views on Beauty and Art (Peter Lang, Oxford-Bern 2007). Tra i suoi studi più recenti, la monografia Il caso ordinato. Tensioni etiche e giustizia politica in Shakespeare (Carocci, Roma 2009, rist. 2011)

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