Riscaldamento globale. Finanza etica e investimenti sostenibili ai margini del sistema

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Quando parliamo di lotta al riscaldamento globale e più in generale di difesa dell’ambiente dalla nostra specie devastatrice, spesso ci sfugge due temi collegati tra di loro: i finanziamenti e i risparmi. I primi riguardano gli istituti finanziari che investono nelle aziende e i secondi riguardano tutti coloro, privati cittadini e organizzazioni a vario titolo e livello, che versano risparmi o liquidità per investimenti e speculazioni.

Se affrontassimo, sia noi che soprattutto le istituzioni politiche, il tema dei finanziamenti alle aziende inquinanti potremmo vincere una battaglia fondamentale per il nostro Pianeta.

Da molti anni le aziende si sono preoccupate di stilare un bilancio sociale partendo dalla cosiddetta Corporate Social Responsability che però nella stragrande maggioranza dei casi è poco più che teoria, una foglia di fico sui comportamenti aziendali.
Dagli anni ’60 negli USA e dagli anni ’80 nel Regno Unito esistono dei fondi etici che escludono investimenti in alcune tipologie di imprese non ritenute eticamente compatibili ma non è vero sempre.
A Wall Street nel 1999 venne creato il Dow Jones Sustainability Index World (Djsi World), cogestito da S&P Dow Jones e dall’agenzia, specializzata sulla sostenibilità, RobecoSam. Le compatibilità a cui dovrebbero far riferimento sono quelle ambientali, sociali e di buona gestione dell’impresa. Ma uno studio relativo al 2016 e pubblicato lo scorso aprile da quattro ricercatori universitari, Iván Arribas, María Dolores Espinós-Vañó e Fernando García dell’Università di Valencia in Spagna, insieme a Paula Beatriz Morales-Bañuelos dell’Università Iberoamericana di Città del Messico non ci assicura su queste attività. Infatti «l’indice Djsi World contiene un alto numero di società “socialmente irresponsabili” che, sebbene in chiara diminuzione (-40%) nei sei anni considerati, nel 2016 erano ancora un decimo del totale. Le loro attività “socialmente irresponsabili” – scrivono i ricercatori – ne avrebbero dovuto precludere l’appartenenza al Djsi World» [1].

Al di là di questi problemi di correttezza la finanza etica sta facendo dei passi in avanti anche se siamo lontanissimi da un cambio di paradigma dei modelli di investimento e trasparenza. Nel 2018 stiamo parlando di oltre 31 mila miliardi di dollari nel mondo con una crescita del 35% dal 2016. In Italia siamo messi peggio come ci dicono i risultati di una ricerca promossa da Centro Studi Consumerlab ed Etica Sgr e condotta da Markonet su un campione di oltre quattromila risparmiatori e presentata lo scorso 22 ottobre.
Se nel mondo l’Europa è la migliore realtà, l’Italia invece è «rimasta indietro con investimenti sostenibili per soli 22 miliardi. Nelle Top 10 degli asset manager europei per fondi ESG (Environmental, Social, Governance, ndr) non è presente nessun gestore italiano. Non lo è neanche tra i primi venti per il lancio di nuovi fondi ESG. Nel 2017 le attività finanziarie delle famiglie italiane erano indicate in 4.374 miliardi, con una crescita di 400 miliardi negli in quattro anni, ma oltre il 30% era investito in attività liquide con un rendimento tendente a zero. E ciò si spiega con gli scarsi investimenti nella finanza sostenibile e la generale disinformazione» [2]. Di fatto lo 0,5% delle attività finanziarie private destinate ad investimenti sostenibili. Questo vale il nostro Pianeta!

Se è vero che l’informazione è scarsa e poco trasparente questi numeri ci dicono come, spessissimo, facciamo solo chiacchiere per combattere il riscaldamento globale e difendere il nostro futuro. Senza parlare degli altri aspetti socialmente responsabili.

Tornando all’informazione, alla trasparenza e alla chiarezza su questi temi va detto che non esistono criteri internazionalmente riconosciuti per far si che siano condivise le regole sull’eticamente responsabile. A dire il vero una soluzione ci sarebbe: si potrebbero adottare «come modelli di riferimento gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, che sono ormai riconosciuti a livello globale», come ha suggerito Banca Etica in più di un’occasione. Il 24 ottobre si è chiusa la consultazione pubblica prima dei decreti attuativi della Legge sulla finanza etica (232/2016) e dove proprio Banca Etica «l’unico soggetto in Italia che rispondeva cui requisiti fissati dalla legge, aveva qualcosa da dire a riguardo e ha presentato le sue osservazioni al ministero dell’Economia. Incentivi fiscali troppo bassi, la valutazione sulla sostenibilità dei crediti e dei soggetti finanziati che dovrebbe restare interna alla banca e il ricorso a standard di sostenibilità internazionali. Sono le principali richieste avanzate dall’istituto di credito» [3].

Essere una banca etica per la legge italiana significa valutare i finanziamenti erogati secondo standard di rating etico internazionalmente riconosciuti e con particolare attenzione all’impatto sociale e ambientale; significa destinare il 20% degli investimenti a società no-profit o a imprese sociali, non devono distribuire utili i loro stipendi non possono avere una differenza tra la remunerazione maggiore e quella media non superiore a 5 volte.

Tornando agli impegni per l’ambiente che vengono costantemente disattesi nonostante siamo in piena emergenza, vale la pena denunciare come, un mese fa, i governi dell’UE hanno approvato a maggioranza la posizione del Consiglio «sull’introduzione di un sistema di regole di classificazione (la cosiddetta “tassonomia”) delle attività e degli investimenti finanziari che rispettano un set comune di requisiti di sostenibilità ambientale, ma hanno anche deciso di posticipare di due anni e mezzo alla fine del 2022 – dalla data inizialmente prevista dalla Commissione per il primo luglio 2020 – l’applicazione di questa classificazione dei prodotti finanziari sostenibili. La Germania, seguita da Austria e Lussemburgo, chiedeva di escludere dalle attività e dagli investimenti “sostenibili” quelli legati al nucleare e al carbone. Ma la Francia, che sul nucleare ha investito moltissimo, grazie a un’alleanza con altri Paesi dell’Europa orientale che traggono buona parte della loro energia dal carbone, ha avuto per ora la meglio» [4].
Interessi e stupidità umana senza confini.
Ciro Ardiglione

[1] Nicola Borzi, “Troppe aziende “irresponsabili” negli indici di Borsa responsabili”, https://valori.it/troppe-aziende-irresponsabili-negli-indici-di-borsa-responsabili/, 23 ottobre 2019
[2] “Finanza sostenibile, italiani investono poco nella lotta ai cambiamenti climatici”, https://www.teleborsa.it/News/2019/10/22/finanza-sostenibile-italiani-investono-poco-nella-lotta-ai-cambiamenti-climatici-65.html#.XbMLZ-gzY2w, 22 ottobre 2019
[3] Elisabetta Tramonto, “Legge sulla finanza etica: un’ottima notizia, ma va aggiustata un po’”, https://valori.it/legge-sulla-finanza-etica/, 24 ottobre 2019
[4] Nicola Borzi, “Schiaffo a Greta, favore al nucleare: i governi Ue rinviano e annacquano la finanza green”, https://valori.it/finanza-green-governi-ue-rinviano-aprendo-nucleare/, 26 settembre 2019

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