Risvegliare gli animi, le coscienze. L’attrice e regista Rita Pelusio

Rita Pelusio
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Il 22 luglio il Coordinamento spettacolo Lombardia ha effettuato un presidio davanti alla sede della Regione Lombardia, a Milano. Avevano le idee chiare le attrici, gli attori, la gente di spettacolo in genere e volevano discuterne con Stefano Bruno Galli, assessore regionale alla cultura e con Melania De Nichilo Rizzoli assessore regionale al lavoro, formazione e istruzione.


Qual è stata la risposta istituzionale? Galli e Rizzoli hanno fatto sapere che il 28 luglio ci sarebbero stati ma in quella data, come in precedenza, hanno dato forfait. Non si sono presentati, adducendo come motivazione, e solo dieci minuti prima dell’incontro, improrogabili impegni istituzionali. Come se la sopravvivenza di un comparto così importante come quello dello spettacolo fosse derogabile. Di fatto l’assenza dei due assessori ha reso lettera morta le richieste avanzate dal Coordinamento dello Spettacolo della Lombardia.

Ho cercato di capire meglio quale fosse e quale sia la partita in gioco intervistando Rita Pelusio, attrice e regista comica milanese, cofondatrice di ATTRICI e ATTORI UNITI che da mesi si spende affinché siano ascoltate le ragioni della cultura, del teatro, di chi non solo vive per l’arte ma di arte ci vive.

Rita Pelusio in ApPUNTIG

Di Rita avevo visto al Teatro della Cooperativa lo spettacolo The Dei After, di cui ha curato la regia. Si tratta di un testo divertente che contemporaneamente spinge a riflettere sull’educazione sentimentale degli italiani. L’ho vista poi al Parenti, recitare in ApPUNTI G. Era brava, dissacrante, divertente. Capace di sollevare molte domande. Anche grazie al comunicato letto insieme alle colleghe, prima di iniziare lo spettacolo. Esprimendo così una posizione culturale e politica ferma, decisa. Così mi sono fatto spiegare da Rita alcune cose.

Presidio in Regione. Perché?
Perché la Regione prenda posizione e tuteli la gente di spettacolo come ha fatto il Veneto e dichiarato il Piemonte stanziando 3 milioni di euro per indennizzare in qualche modo le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo. In Regione abbiamo chiesto non 3 milioni ma 5 milioni perché in Lombardia ci sono tantissime lavoratrici e lavoratori dello spettacolo.
Mentre il Comune ha dichiarato delle cose la Regione sta a zero.
Complimenti a voi di ATTRICI e ATTORI UNITI per il vostro impegno. Anche perché il 75% del teatro non sta riuscendo a decollare in questa strana ripartenza.
Sì. Anche perché gli altri punti di cui volevamo discutere in Regione riguardano un sostegno vero anche a tutte le piccole imprese che operano nei territori. Poi, l’istituzione di un osservatorio regionale che possa vigilare su come vengono spesi i fondi del FUS (fondo unico spettacolo ndr).
Perché secondo te i calciatori possono scendere in campo e voi attori dovete continuare a distanziarvi?
Questa cosa è il grande mistero. Ma c’è di più io oggi ho preso un volo Alitalia eravamo seduti uno vicino all’altro. L’aereo era zeppo, stracolmo. In fila nessuna distanza, allo sbarco nessuna distanza. Entrata all’aeroporto di Malpensa non mi hanno neanche misurato la temperatura.
Ci saranno sicuramente delle ragioni per questo, almeno lo speriamo. Ma se le ragioni non vengono comunicate inizia la grande fatica del sospetto, dell’insicurezza. Non sarà certo l’assenza di informazioni accurate, precise, che potrà aiutare ad affrontare situazioni così complesse a cui siamo costretti dalla Covid-19.
Allora io oggi ho pensato che vado a fare spettacoli in aereo. Perché se in aereo si può stare tutti vicini li riempiamo. Ci sono duecento posti.
Secondo te in questo periodo di crisi la cultura non potrebbe rilanciare il paese?
Per me in questo momento è una cosa fondamentale rilanciare la cultura. Si stanno spingendo tutte le logiche produttive, pensando che il vero rilancio sia portare la gente a fare acquisti, comprare. Ma se tu la gente non la alimenti nell’anima non puoi pensare a rilanciare un paese. La cosa più importante da fare e risvegliare gli animi, le coscienze. In una recente intervista mi hanno chiesto quale sarebbe una risposta folle alla crisi. Ho risposto che dovrebbero istituire tassativamente nell’orario di lavoro, in fabbrica, negli uffici un’ora di lettura.
Lo dice tra il serio e il faceto. Ma dietro questa facezia c’è una profonda intuizione.
Per me la cosa più importante in questo momento è la cultura. Dobbiamo rilanciare il paese creando il bello.
Non è soltanto una scelta etica. È anche che una scelta economica. Dai dati ISTAT che avete fornito come Attrici e attori uniti, risulta che su ogni euro speso per il comparto spettacolo ne tornano nelle casse dello Stato 2,50. Questo è rilanciare il paese. Tra l’altro sarebbe un modo per rilanciare, conservare, creare posti di lavoro. Siete in migliaia impegnati nell’industria dello spettacolo.
Si chiamano infatti industrie creative, che poi è un nome bellissimo. L’industria creativa me piace un sacco. Però, tornando alla tua domanda, mi chiedo che appiattimento mentale vogliamo creare? Che cosa vuol dire rilanciare un paese? Io ho sempre pensato che rilanciare un paese, creare un paese civile, fosse anche dargli degli strumenti, del pane per la mente, sollevare il pensiero. Perché tu non puoi pensare di rilanciare un paese solo ristrutturando il meccanismo dell’acquisto dei prodotti. Non puoi dire che va tutto bene solo perché il commercio ha già iniziato a circolare. Ma che cosa significa questa cosa qua?
A me pare che oggi tutta l’attenzione sia sull’industria, sul commercio e che la cultura venga considerata un di più. Questa logica deve cambiare. La cultura non è un di più. La cultura è alla base di un paese civile. Se vogliamo definirci civili.
Certo. Ma se vogliamo usare una logica mercantile possiamo anche dire che la cultura e la ricerca creano reddito. Perché riempiendo i teatri, moltiplicando i luoghi d’incontro e di svago, creando vaccini e brevetti, tu arricchisci un paese. E questo va sotto il nome di cultura. Torniamo alle questioni precedenti. Quando riusciremo ad andare oltre ai monologhi imposti dalle necessità sanitarie?
Questo non lo so. Io ti posso dire quello che è successo a me. Proprio il 23 febbraio dovevamo fare il debutto di Papageno Papagena! Di cui curo regia e drammaturgia. È un’opera lirica comica con tre clown, di cui uno francese. E il 23 febbraio hanno chiuso. Noi abbiamo fatto un debutto a porte chiuse. Quindi lo spettacolo è stato filmato per fare un documento. Per dire ok, c’è, esiste. Però non è ancora entrato in circuito e non a partecipato alle vetrine. Praticamente ci hanno chiesto di fare alcune repliche ma avremmo dovuto rimetterlo in scena rispettando il distanziamento. Il che è assurdo. Quindi, come si fa a dire quando supereremo i monologhi. Non lo so. Per me anche domani. Perché se io sto in aereo di fianco uno sconosciuto non vedo perché io non possa stare a fianco del mio compagno di palco.
Come attori non potete muovervi anche in questa direzione? Cioè chiedere che vi venga lasciata libera scelta i se avvicinarvi o non avvicinarvi?
Noi lo chiediamo. Però ci sono anche dei festival dove dovevamo debuttare in cui ti dicono noi non ce la sentiamo. Perché, chi si prende la responsabilità? Va a ricadere sull’organizzazione.
I piccoli teatri di provincia fanno fatica a riaprire. E sinceramente sono quelli che ti danno da mangiare, ti danno la possibilità di replicare. Perché poi alla fine a Milano stai su una settimana. Però, poi tutta la tua vita è in giro per l’Italia. Per esempio, per quanto riguarda me, il mio giro è nei teatri sotto i cinquecento posti, soprattutto con i monologhi. E se quei teatri non riaprono tu come fai? E non riaprono perché al momento ci sono delle regole che li portano a dire che se devono rispettare queste regole non riescono a corrispondere un cachet.

Le risposte che mi fornisce Rita mi fanno intravedere uno spaccato della vita dell’attore differente da quella consueta. È il ritratto di un lavoro impegnativo, faticoso, sempre in viaggio, su e giù per l’Italia. Probabilmente è fatto di foresterie, di alberghi fuori mano, di sistemazioni improvvisate. Comunque caratterizzato anche da grandi disagi. Questo mi spinge a conoscere di più Rita. A cercare di capire di che cosa è fatta la vita quotidiana degli attori.

Rita Pelusio in ApPUNTIG

Quanti mesi all’anno viaggi Rita?
Tanti. Ovviamente si va e si torna, si va e si torna. La tournée vera io l’ho sempre iniziata ad ottobre e chiusa ad aprile. Poi qualche replichetta estiva. Più o meno il periodo è tra ottobre e aprile, tra spettacoli e regie.
Quanti anni hai Rita?
Compio 49 anni a dicembre.
Ne dimostri meno complimenti.
Scoppia ridere. È una risata franca è piena. La seguo per poi riprendere.
Sei sposata? Hai figli?
Ho un figlio di 15 anni E ho un compagno.
Com’è gestire una famiglia con quest’aria di guadagni mancati, di disarmo. Comunque di grande fatica? Diventa difficile anche questo?
Diventa difficile. Ma soprattutto diventa difficile anche sognare, osare, qualcosina in più. Ad esempio io sono una camminatrice e quest’anno non mi sono concessa il cammino che di solito faccio, anche di 15 giorni.
Qual è il cammino che hai fatto ultimamente?
L’ultimo cammino è stato La via degli Abati, che va da Bobbio a Pontremoli, dura cinque giorni. Uno bellissimo che ho fatto è stato La rota Vicentina, in Portogallo. È quello inizia già ad essere di quindici, venti giorni. Ad esempio, sempre parlando di cammini io insieme a Domenico Ferrari, e insieme a Ring of Life abbiamo curato l’anno scorso un progetto con i migranti minori non accompagnati. E li abbiamo portati a fare un percorso di tre giorni. Con loro avevamo avviato un progetto di incontri durante l’anno che si intitola “Un altro viaggio”. Dove lavoravamo con i linguaggi del teatro sul concetto di viaggio. Poi l’anno scorso abbiamo portato i ragazzi a fare un cammino di tre giorni. È stata una cosa molto emozionante. Perché sono tutti migranti minori, senza genitori, che arrivano in Italia in condizioni che neanche ti dico.
Quest’anno dovevamo replicarlo e non abbiamo potuto farlo. Questo mi è venuto da raccontartelo un po’ perché l’ho collegato al cammino, ma anche per dire che oltre al Teatro chi sta subendo sono tutte quelle strutture, e quei ragazzi che avrebbero potuto usufruire del gioco del teatro anche per migliorare la qualità della loro condizione.
Quindi la tua idea di teatro si avvicina a quella di ATIR. Avete anche una dimensione laboratoriale, di intervento sul territorio, non soltanto di palco.
Assolutamente. È come ATIR alla fine. Parliamo di teatro sociale. Noi siamo molto attenti ai migranti, ai confini. Con Domenico Ferrari abbiamo fondato Saltimbanchi senza frontiere.
Ci stiamo avvicinando una situazione in cui il distanziamento sociale diventa un eufemismo per dire controllo sociale? Quindi dimenticarsi di essere comunità con diritti e doveri?
Si. Sì. Noi diciamo sempre che il distanziamento può essere fisico ma non dovrebbe mai essere sociale. Il distanziamento sociale sta portando a far vacillare i rapporti. Ma cosa ancora più grave produrrà un distanziamento, un divario, di classi sociali. Perché è ovvio che chi è in condizioni di indigenza lo sarà ancora di più e chi sta bene starà ancora più bene. O per lo meno non verrà intaccato. Ma sicuramente la forbice sociale si va ad amplificare se continuiamo così.

Cerco di conoscere un po’ di più Rita.
Quanti anni ha tuo figlio? Il tuo compagno che cosa fa?
Mio figlio a 15 anni e fa la prima superiore. Il mio compagno è un clown dottore, lavora per una fondazione svizzera, Theodora, con sedi in tutta Europa. Anche Theodora non sta andando in ospedale.
Il mio compagno è un clown che lavora nelle corsie d’ospedale. Anche lui non può tornare a fare il suo lavoro. L’importanza che ha la clown terapia per i bambini è stata assodata. Anche qui io dico: Ma perché non possono tornare a fare il loro lavoro in ospedale?
Ce lo chiediamo anche noi. Perché?
Intanto chi dovrebbe aiutarci a cercare e trovare risposte non si fa trovare. Causa impegni inderogabili. Intanto Rita mi aiuta a mettere a fuoco che oggi non sono solo cultura e spettacolo a venir meno, ma tutta quella progettualità sociale che è attorno al teatro che guarda ai fragili.

Gianfranco Falcone

Comunicato ATTRICI e ATTORI RIUNITI – comunicato letto al parenti

 

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