Ritorno a L’Avana. Racconto di vite spezzate

Ritorno a L'Avana
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Con un film fondato essenzialmente sui dialoghi e girato quasi del tutto su una terrazza con vista su L’Avana, al di là di qualche inquadratura in interno, Lauren Cantet ritorna alla regia – dopo il convincente La classe, premiato a Cannes 2008 con la Palma d’oro, ed un episodio del deludente 7 days in Havana – raccontando la storia di un esilio e di un ritorno, di una paura indotta che può paralizzare e rendere la vita impossibile e dei sensi di colpa che sono in grado di plasmare un’esistenza, di vicende personali che si intrecciano come fili di una trama complessa e che soltanto nel finale giungono ad una sintesi compiuta.


Amadeo ritorna a Cuba dopo 15 anni trascorsi in Spagna; stavolta per restarci. Durante una festa in suo onore, tra nostalgiche rievocazioni dei tempi che furono, amare riflessioni sulla disillusione e sul cinismo degli anni della maturità e su quanto la rivoluzione cubana ed il sistema di potere che ne è derivato abbiano profondamente inciso sulle vicende personali dei cinque amici presenti alla festa, poco alla volta i vari tasselli cominciano ad incastrarsi tra loro ed il quadro conclusivo inizia a delinearsi.
L’immagine che emerge, e che fa da sfondo ai racconti dei vari personaggi aleggiando quasi come una fantasmagorica presenza durante tutto il film, restituisce lo spaccato di un regime pervasivo che ha rubato le vite dei protagonisti, strappando loro i sogni che coltivavano e privandoli della propria creatività (Rafa non era stato più in grado di dipingere dopo che alcuni funzionari del governo avevano fatto in modo che venisse estromesso da un’importante mostra a Parigi; Eddy sarebbe stato uno scrittore di talento se le sue idee non fossero risultate pericolose agli occhi della propaganda rivoluzionaria; lo stesso Amadeo avrebbe continuato a scrivere ed a vivere a L’Avana se non fosse stato costretto a fuggire).
Dal punto di vista narrativo si assiste ad un alternarsi della tensione con esplosioni di conflitti tra i personaggi, confessioni e ravvedimenti, lento recupero dell’equilibrio all’interno del gruppo di amici. Il tutto pare già visto: i drammi personali già vissuti in altri contesti filmici, la forma cinematografica persino abusata ed i contenuti (anche quelli di censura del regime castrista) non particolarmente sorprendenti.

Ma Ritorno a L’avana non è tutto qui! Il film, che soprattutto nelle battute iniziali fatica a trovare il giusto passo ed i cui dialoghi, a tratti, paiono pericolosamente virare verso una compiaciuta ostentazione drammatica, risulta infatti ben più lucido nel delineare, con pochi frammentari elementi, le vite spezzate dei protagonisti, le varie sfumature di compromesso con i propri ideali (e la propria natura) che ciascuno dei personaggi è disposto ad accettare pur di sopravvivere, la solitudine dell’esiliato Amadeo che si sovrappone a quella di Tania, rimasta in patria, ma abbandonata dalle figlie emigrate in America.
Insomma, se il film non convince appieno nella forma e a volte nel ritmo e, nonostante la bravura dei protagonisti, non appare mai realmente graffiante, l’ultimo lavoro di Cantet è comunque degno di nota per la capacità di raccontare una storia profondamente umana in cui viene messo in scena un incontro fra persone che fanno i conti con la propria vita e, analizzandola in filigrana, ne mettono a nudo le debolezze e le contraddizioni, le paure e quell’incongruenza di fondo che fa di ogni cammino esistenziale una strada accidentata che ognuno cerca di percorrere mantenendo il massimo di dignità e coerenza possibile, ma sulla quale non si può non inciampare qua e là.
Un film particolarmente indicato per gli amanti delle atmosfere malinconiche e le storie dal retrogusto amaro.
Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: Retour à Ithaque
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Francia/2014
Regia:  Laurent Cantet
Sceneggiatura: Leonardo Padura, Laurent Cantet
Interpreti: Jorge Perugorria, Isabel Santos, Fernando Hechevarria, Nestor Jimenez, Pedro Julio Díaz Ferran
Montaggio: Robin Campillo
Fotografia: Diego Dussuel

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