Rivedere il modello di produzione e consumo della fast fashion

abbigliamento moda
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L’abbigliamento tessile è un problema serio per l’ambiente e bisognerebbe prenderne coscienza e intervenire. La produzione mondiale di tessuti, secondo Nature, produce 1,2 miliardi di tonnellate di emissioni di carbonio all’anno, più di quanto ne producano, per dirne una, quanto la somma delle industrie voli e dei trasporti marittimi. E per restare nei paragoni, «meno dell’1% del materiale utilizzato per produrre abbigliamento a livello mondiale viene riciclato in nuovi capi di abbigliamento, con il 12% riciclato in altri prodotti come l’isolamento o l’imbottitura di materassi» [1].

La popolazione mondiale nel 2000 era di 6,115 miliardi di persone e nel 2015 era diventata di 7,3 miliardi, certo le condizioni economiche di cinesi e indiani è molto migliorata, ma sta di fatto che «la produzione globale di abbigliamento in crescita galoppante (è raddoppiata tra il 2000 e il 2015) […]. Nello stesso periodo il numero medio di volte in cui un capo viene indossato prima dello smaltimento è diminuito del 36%. Un dato impressionante che, guardando alla Cina, arriva addirittura al 70%. L’altra novità riguarda i materiali: il poliestere ha infatti scalzato il cotone, diventando il tessuto più utilizzato dall’inizio del ventunesimo secolo» [2].

All’interno di questo mercato si è andato affermando un modello ancora più pericoloso e che ha accelerato i danni ambientali, la moda compulsiva che, come si fa per tutto ciò che potrebbe avere una configurazione negativa la si nomina in inglese (vedi Jobs act) o le si dà una caratterizzazione positiva, la si chiama fast fashion letteralmente “moda veloce”.

Un modello produttivo che riesce a sfornare fino ad una nuova collezione per ogni settimana e che evidentemente si lega ad un ricambio continuo. Una strategia di produzione e vendita che fa un uso dei social profondo; i social, con la quantità di dati, favoriscono l’interpretazione delle tendenze, le scelte creative e produttive, lo storytelling che racconta di un’esperienze da vivere dall’individuazione sulle piattaforme stesse del capo, all’acquisto nel negozio, alla condivisione del capo indossato. Magari basta un po’ d’intuito per mettere in campo una nuova linea, come nel caso della camicia uomo dal nome Festival Shirt, prodotta dall’azienda fast fashion australiana e venduta a «29,99 dollari australiani [che] ha fatto girare la testa a mezzo pianeta. […] Una camicia maniche corte attraversata da righe verticali vistose e colletto anni 50 […] si tinge di colori improbabili e chiassosi per non passare inosservata nella bolgia di pubblico assiepato sui prati della venue» [3].

I grandi marchi internazionali della moda usa e getta sono H&M, Primark, Zara, Topshop, Xcel Brands e Peacocks e tutti si basano su un modello di consumo spasmodico che necessita ricambi continui e «riescono a tenere il passo con i giganti dell’e-commerce. Non a caso Amancio Ortega, l’uomo dietro la catena di negozi Zara, è la sesta persona più ricca al mondo, poco dietro Mark Zuckerberg. In poco meno di tre lustri il turnover di Zara è stato quadruplicato, dando un chiaro segnale della crescente richiesta di capi d’abbigliamento a basso costo» [4].
È evidente che questo modello di consumo che oramai si è affermato comporta un grandissimo dispendio di energie, materie prime e complica fortemente le possibilità di riciclaggio e riuso. Ad esempio, in Inghilterra «gli acquirenti di moda hanno speso circa 3,5 miliardi di sterline in vestiti per le feste natalizie quest’anno, ma 8 milioni di quegli oggetti scintillanti sono in procinto di finire in discarica dopo averli utilizzati una sola volta» [5].

E se non si arresta questa crescita, «visto l’aumento più lento dei prezzi dell’abbigliamento rispetto a quello di altri beni e con gli attuali ritmi di vendita, in presenza di un’espansione globale della classe media, potremmo assistere a “una triplicazione del consumo di risorse entro il 2050 (rispetto al 2000)”. Uno scenario inquietante considerando che attualmente l’industria della moda sarebbe responsabile di circa il 5% delle emissioni globali totali» [6].

La fast fashion e, in generale, la crescita a dismisura delle produzioni di capi di abbigliamento a prezzi bassi per i cittadini dell’Asia, Cina e India, in testa, l’uso delle fibre sintetiche come il poliestere – agli inizi degli anni 2000 è divenuto il tessuto più utilizzato – è notevolmente aumentato diventando un acceleratore dei negativi impatti ambientali del settore. Dietro di loro ci sono le corporation del petrolio e della chimica che oltre all’abbigliamento riforniscono le industrie dell’arredamento e dell’automotive.
Senza dimenticare che anche il cotone ha enormi impatti sul consumo di suolo e acqua, «il confronto tra i due tessuti in tema di CO2 è impari. Secondo uno studio del 2015 (Sustainable Apparel Materials) la produzione di una singola t-shirt di poliestere emette 5,5 kg di CO2 contro 2,1 dello stesso capo fatto di cotone» [7].

Bisognerebbe intervenire con legislazioni appropriate per cambiare i modelli produttivi e di consumo scelti dalle grandi aziende e invitare i consumatori a pensare che lo shopping compulsivo non aiuta il nostro futuro e non è sinonimo di libertà.

E poi, per una valutazione completa sulla fast fashion e dell’industria dell’abbigliamento, andrebbero considerati i disastrosi e dolorosi impatti sociali. Ne parlerò una prossima volta ma voglio ricordare una delle tante tragedie: in Bangladesh morirono 1.134 persone, rimaste intrappolate nel Rana Plaza un’edificio dove erano ammassati molti laboratori tessili.
Ciro Ardiglione

[1] Sarah Butler, “Is fast fashion giving way to the sustainable wardrobe?”, https://www.theguardian.com/business/2018/dec/29/fast-fashion-giving-way-sustainable-wardrobe, 29 dicembre 2018
[2] Corrado Fontana, “Cina, chimica e fast fashion ci copriranno di rifiuti tessili”, https://valori.it/cina-chimica-e-fast-fashion-moltiplicano-i-rifiuti-tessili/, 29 novembre 2018
[3] Guia Rossi, “Questa camicia potrebbe essere la cosa più virale di tutti i summer festival, Coachella compreso”, https://www.cosmopolitan.com/it/moda/tendenze/a26030762/camicia-summer-festival-virale/, 25 gennaio 2019
[4] Monica Monnis, “Fast fashion we love you, ma come può una T-shirt costare così poco?”, 2 https://www.elle.com/it/moda/ultime-notizie/a25357894/fast-fashion-come-funziona/, dicembre 2018
[5] Monica Monnis, ibidem
[6] Corrado Fontana, “La moda compulsiva salva il petrolio e condanna l’ambiente”, https://valori.it/la-moda-compulsiva-salva-il-petrolio-e-condanna-lambiente/, 8 novembre 2018
[7] Corrado Fontana, “La moda compulsiva salva il petrolio e condanna l’ambiente”, https://valori.it/la-moda-compulsiva-salva-il-petrolio-e-condanna-lambiente/, 8 novembre 2018

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