Riviste italiane del primo ‘900: il caso di Firenze e dintorni

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Esistono molte chiavi di lettura per entrare in contatto con un secolo tra i più controversi, lacerante ma allo stesso tempo stimolante sotto molti punti di vista, e sicuramente attraversare quello che è stato definito “il secolo breve” dallo storico Hobsbawm, percorrendo la profonda scia culturale che lo ha solcato, è forse quello che offre le maggiori sorprese.

Il Novecento italiano tiene a battesimo la nascita di movimenti letterari, di avanguardie, di scuole filosofiche, di editori, e un centro nevralgico di questa inedita esperienza culturale è Firenze. Quest’ultima, agli inizi del secolo, può essere considerata come un’incubatrice della nuova cultura italiana moderna dove, nel giro di pochi anni, prendono vita riviste, case editrici, gallerie d’arte, eleggendo il capoluogo toscano come la vera e propria capitale della cultura italiana, e specificatamente di quella cultura che opera un taglio netto con il passato ottocentesco, facendosi portatrice della necessità di conquistare una platea più vasta di pubblico piccolo-borghese, non dimenticando però gli ambienti operai dove attiva era l’adesione al sindacalismo e all’idea socialista.
Il punto di congiunzione fra queste varie aspirazioni, la fucina dove si sperimentano in lunghe discussioni e in risse non solo verbali, le linee di un programma culturale che dovrebbe invadere la Penisola, è il “Caffè Giubbe Rosse” – così denominato dal colore delle giacche indossate dai camerieri in omaggio alla tradizione austriaca – dove il primo passo verso quella modernizzazione tanto auspicata, viene mosso dal giovane editore Attilio Vallecchi che inizia a stampare i cataloghi con le opere degli inediti artisti.

Nel 1903 nasce la prima rivista culturale, il “Leonardo”, per opera di Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini proprio per i tipi della Vallecchi. Curiosamente tutti i collaboratori adottarono uno pseudonimo (Papini, Gian Falco e Prezzolini, Giuliano il Sofista) e il loro obiettivo editoriale fu quello di toccare le corde di una spenta piccola-borghesia dalla quale invece si attendevano un decisivo contributo e risveglio.
Per sollecitare questa aspirazione pubblicarono commenti ed articoli sulle opere di Nietzsche e, non a caso, sul rinascente interesse verso l’”idealismo”, cioè quel principio filosofico che propone una visione del mondo che lega l’essere umano esclusivamente al pensiero, negando quindi una esistenza autonoma alla realtà che viene vista nel suo insieme, come il riflesso dell’agire umano.
Ma a pochi mesi dalla fondazione della rivista, si scioglie il sodalizio fra i due fondatori e cessano momentaneamente le pubblicazioni, causa la diversa adesione culturale al pensiero filosofico del “Positivismo” e del “Pragmatismo”. Riprendono le pubblicazioni almeno fino al 1906 ma ormai la rivista ha perso del tutto il suo scatto iniziale e l’anno successivo chiude i battenti dichiarando, sostanzialmente, conclusa quella esperienza. Ma Papini e Prezzolini si ritroveranno insieme nel 1908 per dare vita forse alla più importante rivista di quel periodo, “La Voce”.

Sempre fra il 1903 e il 1904, vedono la luce altre due riviste, il settimanale “Il Regno” – fondato da Enrico Corradini – e “Hermes” – fondato dallo stesso Corradini con Giuseppe Antonio Borgese.
Il primo, si caratterizzò per lo spiccato taglio politico che diede ai suoi articoli, sostenendo inizialmente la necessità dell’espansione coloniale per poi passare al supporto incondizionato al nascente Irredentismo. Fu sostanzialmente una rivista antiparlamentare e anti sistema, sistema incarnato dalla borghesia alla quale ora, inutilmente, chiedeva di dissociarsi. La rivista chiuse i battenti nel dicembre del 1906.
Di tutt’altro tenore è l’impostazione data ad “Hermes”, che subito si autodenuncia come pubblicazione pagana, letterariamente colta e dannunziana. Suoi punti di riferimento sono Nietzsche e Bergson, quest’ultimo in special modo, in quanto il suo impegno sia in campo filosofico che in quello della psicologia intaccò le forti tradizioni ottocentesche dello Spiritualismo e del relativamente giovane Positivismo. La rivista cessa le pubblicazioni nel 1906, congedandosi dai suoi lettori con l’augurio di un prossimo Risorgimento nazionale.
Pur se pubblicate in un breve spazio temporale – dal 1903 al 1906 – è importante notare come le tre riviste riescano a mettere a soqquadro il mondo della stagnante cultura accademica, scardinando il monopolio culturale detenuto dalle università e basato, come noto, su di una divisione schematica delle discipline, reclamando una cooperazione intellettuale a tutto tondo, per dare vita ad una cultura integrale, capace di condurre alla ricerca di un “uomo universale”.

In questo indubbio sommovimento culturale generato dalle prime riviste, si passa nel 1908 alla nascita, sempre a Firenze, di quella che generalmente è considerata la più importante delle riviste dell’intero Novecento e cioè “La Voce”.
Pensata, ideata e diretta sempre dal tandem Prezzolini-Papini, fu sostanzialmente interprete degli antichi valori della cultura e della civiltà italiana rivolgendosi a tutti gli intellettuali senza distinzione dei campi di applicazione artistica anche se nella sua tormentata storia, durata appena otto anni, si alterneranno direttori e impostazioni culturali.
L’idea che portò alla nascita del settimanale, usciva la domenica, era quella di stanare l’uomo di cultura dal chiuso del suo mondo accademico, o di ricerca, o di sperimentazione artistica e – se così possiamo dire – gettarlo nella vita di tutti i giorni confezionando quindi, per l’intellettuale, una missione civica. Su questo progetto si impegnarono studiosi del calibro di Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi, Giovanni Amendola, che attraverso inchieste ed analisi si interrogarono sul ruolo e sull’importanza dell’intellettuale nella soluzione di alcuni problemi che affliggevano l’Italia come l’insegnamento scolastico e l’annosa “Questione Meridionale” che, proprio Salvemini, pose in risalto nel 1911 in un corposo numero unico della rivista.
Ma quell’affiatato sodalizio redazionale si divise causa le diverse valutazioni politiche date sull’intervento militare in Libia – Prezzolini e Amendola si dichiarano favorevoli all’impresa, più che altro per una forma di disciplina nazionale – e Salvemini, in aperto contrasto con le posizioni pro intervento, prendendo atto delle legittime opinioni al riguardo, abbandonò la rivista costituendone una nuova, “L’Unità” (1911-1920), impegnata con decisione ad affrontare i nodi irrisolti del nostro Paese avendo la collaborazione preziosa di Benedetto Croce.
Di pari passo i “vociani” rimasti reclamarono un radicale cambiamento politico, individuando nell’ormai logora borghesia la causa del mancato sviluppo della Nazione.
L’uscita di Salvemini dalla redazione, porta alla direzione Papini che intende condurre il settimanale all’idea iniziale e cioè quella di una pubblicazione con vocazione culturale, tagliando di netto il cordone che la legava alle vicende nazionali. Grazie comunque a questa impostazione arrivarono in Italia le opere di Mallarmé, Ibsen, Gide, e su questa linea editoriale Prezzolini riprese nuovamente la direzione portando la rivista, a ridosso dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, su posizioni nettamente favorevoli all’interventismo.
La tensione nella redazione è comunque palpabile perché non tutti sono favorevoli, a vario titolo, ad una scelta di campo così netta in politica che quasi sconfessa la linea editoriale che la vuole esclusivamente una pubblicazione al servizio della cultura.
Prezzolini è costretto a lasciare nuovamente la direzione che è assunta da Giuseppe De Robertis il quale con decisione chiude ogni rapporto tra rivista e mondo esterno. Offre con coraggio editoriale uno spazio, prima molto limitato, ai nuovi poeti emergenti e su “La Voce” verranno pubblicati i versi di quei giovani che diventeranno le colonne portanti della nostra cultura del Novecento: Ungaretti, Palazzeschi, Campana, Govoni, Bacchelli, Cardarelli, ma ormai la rivista sta esaurendo la sua forza vitale fra problemi redazionali, affanni economici, e il 31 dicembre del 1916 chiude definitivamente le pubblicazioni.
Con la scomparsa de “La Voce” anche Firenze perde lo scettro di capitale della cultura che sempre più sta orientandosi verso Roma, sollecitata da una maggiore effervescenza sociale, che però nel 1924 – quindi con il Fascismo al potere ma anche alla ricerca del consenso – cede nuovamente la leadership culturale alla Toscana causa un sussulto dirompente proveniente dalla piccola cittadina di Colle Val d’Elsa, dove il 13 luglio del 1924 nasce per iniziativa di un ex ufficiale che ora per vivere fa il rappresentante di vini, una delle riviste più dissacranti e, se vogliamo, anomale nel panorama della riorganizzazione della società imposta dal regime; sarà una pubblicazione dichiaratamente fascista e altrettanto dichiaratamente antifascista quando le necessità del sistema politico la costringeranno a cambiamenti tali da mortificarne l’esistenza stessa.

È “Il Selvaggio”, che nei suoi diciannove anni di vita, chiuderà nel 1943, rimarrà quasi sempre fedele a quella corrente di pensiero conosciuta come “Strapaese” e caratterizzata dalla difesa e valorizzazione delle piccole realtà civiche, dei paesi di campagna, delle trattorie dei borghi rurali dove pulsava il vero spirito della gente comune. Questa adesione culturale è già manifesta nel primo numero che apre con questi versi: ”Strapaese, o genti porche, darà il sacco a Novaiorche, da Colle d’Elsa fino a Mosca, trionferà la gente tosca”.
Nel 1927 Mino Maccari, rivoluzionario e anti borghese, disegnatore, vignettista, caricaturista, ne assume la direzione valorizzandone l’impronta goliardica – imposta dalla povertà dei mezzi economici – e ponendosi come voce autentica dello squadrismo fino alla chiusura della rivista stessa voluta dal regime ormai diretto verso una “normalizzazione” in forza politica tradizionale.
Il Selvaggio” riprende comunque vita con il trasferimento della redazione a Firenze assumendo un carattere più culturale, abbandonando quindi quel frondismo degli esordi – causa delle numerose chiusure della sede da parte del Partito – e diventando il punto di riferimento di molti pittori emergenti come Rosai, Carrà, Morandi, De Pisis, e quel giovane Renato Guttuso al quale verrà dedicato l’intero ultimo numero del 1938. Poco prima della definitiva chiusura nel 1943, la rivista si avvicina anche al mondo della letteratura ospitando firme come Vitaliano Brancati, Elsa Morante e quel Luigi Bartolini, anarchico, pittore, incisore, scrittore con oltre 70 libri pubblicati, autore del libro “Ladri di biciclette” dal quale il grande Cesare Zavattini trasse spunto per la sceneggiatura del famoso film di De Sica.

Altre riviste prenderanno corpo ampliandone il panorama da quel lontano 1903, superando due guerre mondiali, una “guerra fredda”, e oggi anche l’imprevedibilità di un “Covid 19”, ma ieri come oggi, queste pubblicazioni rappresentano lo sforzo che la Cultura ha compiuto per mettersi al passo dei tempi e molte volte anticipandoli.
Stefano Ferrarese

Per saperne di più
– Elisabetta Mondello “L’avventura delle riviste – periodici e giornali del ‘900” Ed. Robin 2012
– Giampiero Mughini “L’invenzione del ‘900” Ed. Vallecchi 2001
– Giorgio Luti “Papini, Soffici e la cultura toscana del primo Novecento” Ed. Helicon 2008
– Francesco Giubilei “Strapaese” Ed. Odoya 2021

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