Rivolte e manifestazioni in Ecuador, Egitto e Iraq

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La povertà, la corruzione, l’autoritarismo sono tra le cause che spingono vasti strati della popolazione a protestare anche con veemenza e a rischio della propria libertà e integrità fisica.
Si parla molto delle manifestazioni ad Hong Kong e molto meno di quelle che si stanno verificando in Ecuador, Egitto, Iraq e in altre parti del mondo. Non è solo l’importanza nel mondo della Cina, ma è anche un modo di imbarazzare e combattere Pechino.

In Ecuador la rivolta è scoppiata contro i piani di austerità – riforme come spesso vengono chiamate dagli economisti – avviati dal presidente Lenín Moreno. Un presidente considerato “traditore” per il voltafaccia, dopo la sua elezione in seno alle forze progressiste. La sua è diventata una politica liberista e diretta a soddisfare le richieste del Fondo Monetario Internazionale con il quale è stato siglato un accordo per 4,2 miliardi di dollari per sostenere l’economia del paese. E siamo alle solite: tagli di ogni genere per “più lavoro, più imprese” come si è giustificato il Presidente.
Sta di fatto che oltre al taglio dei sussidi per i carburanti che ha innescato le proteste, il piano annunciato, prevede il taglio delle pensioni, quello del 20% degli stipendi dei dipendenti pubblici ai quali verrebbero accorciate anche le ferie da trenta a quindici giorni e poi si penserebbe ad una maggiore flessibilità del lavoro. La rivolta è partita dal settore dei trasporti ed è diventato furibonda non solo nella capitale Quito. La prima risposta del governo è stata la dichiarazione dello stato di emergenza e pesanti scontri con le forze dell’ordine. Lo stato di emergenza sembra un inizio di colpo di stato visto che si tratta di sessanta giorni durante i quali è sospeso il diritto di riunione.

Nonostante i divieti imposti da tempo dal regime di al-Sisi, in Egitto, si è ripreso a manifestare ma in misura inferiore rispetto alla prima dello scorso 20 settembre quando «diverse centinaia di egiziani sono scesi nelle piazze, per la prima volta si è sentito richiedere pubblicamente le dimissioni del presidente: i video diffusi su internet da Muhammad ‘Ali [imprenditore in esilio, ndr] – che per anni ha lavorato a stretto contatto con l’establishment militare – accusando il rais e la cerchia dell’esercito a lui stretta di sprecare fondi pubblici in investimenti di lusso e in traffici illeciti, sono riusciti a toccare un nervo scoperto del regime» [1].

Il potere non è più colto di sorpresa tanto che una nota di Amnesty Internaional parla della «più ampia ondata di arresti di massa dall’arrivo al potere del presidente al-Sisi», si tratterebbero di oltre 2.300 arresti finora e molti irregolari perché sono contro cittadini e attivisti che avrebbero partecipato o espresso la volontà di farlo a manifestazioni. Agli arresti bisogna aggiungere l’uso della violenza a cui ha fatto ricorso la polizia e le forze di sicurezza, come da tempo succede da queste parti al minimo accenno di movimento di piazza.
Non è solo un fatto di corruzione ma un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà e per quanto sia leggermente diminuita la disoccupazione il lavoro per i giovani è una chimera e il futuro non è immaginabile.
Il potere di al-Sisi e dei militari non è al momento attaccabile. Oltre ad un controllo capillare e violento dell’opposizione, i militari detengono il controllo del potere politico e di quello economico e, a livello internazionale, Trump lo appoggia apertamente e l’Europa più o meno si gira dall’altra parte [1]. Del resto, qui in Italia, aspettiamo ancora la verità sul brutale assassinio di Regeni.

Le strade delle città dell’Iraq sono da giorni attraversate da moti di protesta che anche qui polizia e militari stanno reprimendo: sono un centinaio di morti (qualcuno anche tra la polizia) e migliaia di feriti. Le manifestazioni, in alcuni casi sono diventate molto violente, non si placano e, nonostante il coprifuoco. Un paese che vive la guerra e i suoi effetti da decenni, come l’assenza di infrastrutture e servizi essenziali necessari ad una vita migliore, con grandi sacche di povertà e disoccupazione ufficiale ben oltre il 20%, nonostante sia uno dei grandi produttori di petrolio. Anche qui, le accuse di corruzione alla classe dirigente si sprecano.
Le richieste dei manifestanti che non sembrano avere una direzione organizzata sono arrivate a chiedere la “caduta del regime” e del primo ministro Adel Abdul Mahdi ricordando quelle della ormai lontana primavera araba. Sembra muoversi qualcosa all’interno della complicata politica irachena dove le dimissioni del premier ora sono richieste dall’influente religioso sciita Moqtada Sadr quando scrive in un comunicato che «”per evitare un ulteriore spargimento di sangue iracheno, il governo si deve dimettere e devono tenersi elezioni anticipate sotto la supervisione dell’Onu” […]. Leader dopo l’invasione anglo-americana dell’Iraq dell’Esercito del Mahdi, spina nel fianco degli occupanti, Sadr ha riscoperto il nazionalismo, ha preso in parte le distanze da Teheran e intende avere un peso determinante nelle vicende nazionali e regionali. Venerdì Sadr si era unito alle proteste e ha accusato apertamente Abdel Mahdi di non essere riuscito ad attuare – in un anno al potere – le riforme e i progetti infrastrutturali di cui l’Iraq ha urgente bisogno. Il suo ingresso in campo tuttavia viene letto da più parti come una resa dei conti con il presidente del Parlamento, Mohammad al Halbusi, che per primo ha cercato di cavalcare l’onda della protesta. Altri sostengono che Sadr, in possesso del potere e dell’organizzazione per portare in piazza molte migliaia di sostenitori, stia cercando di prendere a suo beneficio le redini di un movimento spontaneo composto soprattutto di giovani scesi in strada senza riferimenti precisi e decisi ad esprimere il loro rifiuto delle fazioni politiche in Iraq, ritenute tutte responsabili delle condizioni economiche disastrose di un paese che pure è uno dei principali produttori di petrolio» [2]. Anche la massima autorità religiosa sciita, l’ayatollah Ali Sistani ha criticato il governo non solo per l’assenza di risultati ma anche per la pessima gestione delle manifestazioni.
Pasquale Esposito

[1] Alessia Melcangi, “Egitto: perché si protesta contro al-Sisi”, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/egitto-perche-si-protesta-contro-al-sisi-24050, 30 settembre 2019
[2] Michele Giorgio, “Cento morti e 4000 feriti, Muqtada Sadr chiede le dimissioni del governo”, https://ilmanifesto.it/cento-morti-e-4000-feriti-muqtada-sadr-chiede-le-dimissioni-del-governo/, 6 ottobre 2019

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