Roberta Bobbi ci parla del suo romanzo: Velia, amorevole estetista delle salme

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Una conversazione con Roberta Bobbi, autrice di questo singolare romanzo: Velia, amorevole estetista delle salme, per seguire il lavoro di Velia e il rapporto che lei sa creare con i corpi di cui si prende cura.
Dalla vita reale al sogno: abilità, cura, manualità e piccoli corpi per un legame che la morte non può spezzare.

Partirei davvero dall’inizio, se mi permette. Proviamo a descrivere il lavoro di Velia, la tanatoestetica praticata in ospedale.
Velia ha davvero cura dei “suoi morti”, se l’espressione è lecita, ma ha anche cura di sé, del suo apparire davanti ai loro occhi, occhi che solo apparentemente non possono più vederla. Come si legano questi due momenti?
Innanzitutto, il lavoro della Tanatoestetica o Tanatoprassi che si svolge in ospedale è affidato a quelle figure, talvolta già infermieri, che attraverso dei corsi specifici acquisiscono le giuste competenze per ricomporre le salme decedute dopo una degenza; è l’ultima tappa della cura, quando questa è stata purtroppo inutile a mantenere in vita la persona ricoverata.
roberta bobbi salme Se la Scienza della Medicina non riesce a protrarre l’esistenza, nel protocollo, subentra insomma la Scienza dell’Estetica per fare in modo che gli ultimi sguardi posati su quello che oramai è solo l’involucro della persona, la trovino bella, armoniosa e piacevole piuttosto che ripugnante.
Velia, per esempio, è ossessionata dalla ricomposizione delle bocche, non tollera che rimangano spalancate; pretende che sorridano. Quando, in corsia, avviene un decesso, gli infermieri e il personale ausiliario, si adoperano a ricoprire il defunto così com’è, spesso in pigiama, con delle lenzuola avvolte intorno al corpo come un sudario e talvolta anche con un telo di garza, lo adagiano poi su una barella e lo accompagnano in ascensore, scendono al sotterraneo e dopo aver attraversato corridoi spesso interminabili, lo trasferiscono su una lastra di ferro all’interno di una stanza dell’obitorio detta camera ardente e lo lasciano lì, in attesa del tanatoestetista.
Questo naturalmente per quanto riguarda le morti che avvengono in ospedale, per tutti gli altri casi intervengono i Tanatoestestisti privati, quelli delle Agenzie di Pompe funebri.
Ritornando alla nostra salma lasciata in obitorio, si aspetta dapprima che i parenti consegnino gli indumenti che desiderano addosso al loro congiunto e, una volta che questi hanno provveduto, entra allora in servizio il Tanatoestetista dell’Ospedale e inizia il suo lavoro: toglie prima il sudario, poi sfila il pigiama o la camicia da notte, pulisce e ricompone il corpo, lo riveste e spesso lo trucca.
La cura che Velia ha di sé è strettamente legata alla passione che mette nell’abbellire i morti, a renderli quasi vivi dormienti, poiché sa che se si presentasse sciatta, i corpi le opporrebbero resistenza, non si farebbero plasmare né manipolare.
Velia è convinta che una parte di loro è ancora cosciente e che quella parte la osserva e di conseguenza ha bisogno di conquistare la loro fiducia con l’esempio della sua immagine. Ma è comunque anche vero che se da sempre non avesse considerato la Bellezza come metafisico strumento di ritorno all’Uno, fonte di ogni Bellezza, non avrebbe mai scelto di fare quel mestiere.

Uscendo per un attimo dalla trama del romanzo, mi sembra necessario chiederle com’è nata in lei quest’idea, com’è giunta a riflettere su questo davvero strano lavoro?
Ho cominciato a rifletterci presto, quando davanti ai primi morti di famiglia, sentivo i grandi dire: “Guarda come sta bene, sembra che sorrida. Ah, finalmente non ha più quella smorfia di dolore”.
Poi lo stimolo scatenante è stata l’apparizione di una donna bellissima, quasi come una dea mi verrebbe da dire, che ho visto sopraggiungere col suo carrello riempito di flaconi e trousse, mentre stazionavo nei corridoi di un obitorio per un appuntamento con il cordoglio.
È stata una folgorazione, aveva un sorriso mesto ma luminosissimo, la gioia che ha portato con la sua presenza ha irraggiato di consolazione quell’atmosfera impregnata di dolore. E quando poi ho visto il lavoro che aveva fatto sul corpo del mio caro scempiato dalla malattia, mi è esploso un innamoramento tale da farmi decidere che di una come lei, io volevo raccontare.
In precedenza avevo scritto piccole sceneggiature e qualche testo per il teatro; da qualche tempo avevo voglia di riprendere a scrivere, ma non mi veniva un’idea, o meglio me ne venivano troppe e tutte dispersive. Quando ho visto lei, diciamo così, la vena ha ripreso a gorgogliare.

Non vorrei lasciar trapelare troppi dettagli che il lettore potrà avere poi il gusto di scoprire, ma mi sembra, sperando di non allontanarmi troppo dal cuore della narrazione, che Velia è anche il portavoce di tutti quelli che soffrono nel non poter far bene fino in fondo il proprio lavoro: la burocrazia, la mancanza di risorse e dei mezzi, l’approssimazione di una buona parte dei colleghi.
Insomma Velia ha una visione quasi sacrale del suo lavoro e ha ben preciso il confine tra un lavoro ben fatto e un lavoro fatto tanto per fare.

Sì, è vero, Velia è una perfezionista scrupolosa, non tollera chi fa il proprio mestiere con distrazione e approssimazione in generale. Ma poi confrontandosi con i suoi colleghi è letteralmente scandalizzata da quanta poca cura mettano alcuni a esercitare un lavoro delicatissimo.
Non si capacita di come, alcuni tanatoestetisti, non si rendano conto di essere le ultime persone a entrare in intimo contatto con dei corpi che prima di essere esanimi, sono stati vitali, pensanti, appassionati e sensuali. Sostiene che non si può fare un lavoro del genere senza rispetto e asserzione. S~ si sente come una sacerdotessa preposta alla settima opera di Misericordia corporale. Lei i corpi non li seppellisce d’accordo, ma li prepara alla sepoltura. Sa di essere l’ultima persona che può fare qualcosa per il loro aspetto, prima che il coperchio della bara li oscuri per sempre e cerca di farlo al meglio.

Intorno a Velia si muovono personaggi che appaiono per brevi momenti e altri che ritornano.
Se mi permette la brutalità della domanda, dove vanno i morti nell’universo di Velia e quali legami si stabiliscono quando sembrerebbe che legami non siano più possibili?
Nell’universo di Velia, i morti, dopo un breve viaggio di gruppo, sono accolti da quei loro cari che li hanno preceduti e sembrano dunque rincuorati. Il fatto di rivedere in carne e ossa chi immaginavano oramai ridotto in polvere, li rincuora, dà loro la speranza di rimanere integri come coloro che si ritrovano davanti. Ed è con loro che, in un mondo senza sole, stabiliscono un legame che ai loro occhi sembra finalmente eterno.

Nel suo cammino c’è anche una lunga esperienza teatrale. Il corpo, la scena, il trucco, la finzione e la realtà, il sipario che si apre e si chiude: quanto hanno influito questi elementi sulla storia da lei raccontata?
Beh, come ogni esperienza che mi ha permeato, tantissimo. Sono stata abituata a usare il corpo, le sue azioni, i suoi suoni, i suoi ritmi come strumento espressivo. Sin dai primi anni di scuola di teatro, quando non si faceva altro che improvvisare azioni ed emozioni, sono entrata in contatto epidermico con altri corpi considerandoli strumenti diversi da me con cui poter creare emozioni, che da sola mi sarebbe stato difficile trasmettere, e non altro.
Nel romanzo, ogni inizio capitolo è stato immaginato come un inizio d’atto e ogni chiusura di capitolo, come un sipario chiuso per permettere di cambiare la scenografia, e andare dunque altrove.
La pratica della finzione o della verosimiglianza mi ha sicuramente aiutato a immedesimarmi nei vari personaggi, a dare loro dei comportamenti e dei pensieri autonomi. E riguardo al trucco, beh, nella vita mi trucco pochissimo proprio perché amo truccarmi solo per annullare le mie sembianze, solo per un personaggio che mi somigli meno possibile, ma per Velia, ho voluto che lei truccasse i morti con l’intento di far riaffiorare sui loro visi la loro reale identità.

Se mi permette, chiuderei con un’ultima domanda: che resta, secondo lei, davvero del corpo in questa società legata all’immagine, alla velocità, a una sorta di eterno presente?
Probabilmente i nostri corpi rimarranno incorruttibili per anni, a conseguenza di tutti i conservanti che ingurgitiamo anche nei cibi apparentemente più sani. I corpi resteranno lì, dentro le bare, ad aspettare di diventare ossa pronte per l’ossario e la bulimia dei desideri sarà annientata. Oppure, ed è quello che la mia Fede mi porta a sperare, si riattiveranno per unirsi all’anima in un presente finalmente infinito.
Antonio Fresa

Roberta Bobbi
Velia, amorevole estetista delle salme
La Caravella editrice, 2018
Pagine 180; € 13

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