Roberta Di Mario, bellezza e musica dopo il silenzio

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L’odore avvolgente del legno del palco. Questa è la prima cosa che colpisce entrando nella sala grande del Teatro Parenti. Là, in mezzo al palco, un pianoforte a coda, uno Yamaha nero, lucido. In disparte un contrabbasso elegante con le sue anse panciute.
La sala si spegne ed ecco Roberta Di Mario con la sua eleganza e la sua bellezza semplice. Il resto è suono che avvolge, commozione per parole che ascolto con una fame che finalmente si acquieta.
Roberta Di Mario gioca con i tasti bianchi e neri del pianoforte, con grazia, con passione, con allegria. Ci insegna che la musica può portarci a ognuna di queste emozioni, sprigionarle tutte. Lo fa usando la sua arte, l’arte di una compositrice raffinata con una solida preparazione classica alle spalle.
Nel suo spettacolo A New Beginning. Il suono dopo il silenzio, non c’è solo musica. Ci sono anche parole, poche. Non prevalgono sui suoni. Sono parole essenziali. Ci sono le parole scritte dalla bella penna di Alessandra Sarchi, recitate dalla voce asciutta, a tratti rauca di Andrée Ruth Shammah, strega buona del Parenti, che ogni anno ci ammalia con una programmazione raffinata. La sua voce si dipana negli spazi del teatro, riempiendoli, riempiendo anche i nostri cuori, le nostre menti.

Pensieri. Certo restano i pensieri. Non spero in una vita normale, nella cura che mi renderà accettabile, che mi toglierà la diversità di dosso. Io non spero nel colore della pelle e nel calore della tua pelle, nella lingua, nel luogo di nascita, Nella guerra, in tutto ciò che non ho potuto scegliere ma mi è capitato. Non spero di tornare là da dove c’è solo fuga. Non spero di rinascere dalla parte giusta. Non spero di ritrovarti. Ma spero. Mi disarmo, e spero.

Ho la fortuna di essere alle spalle di Roberta Di Mario. Pensavo fosse una disdetta. Ho scoperto che non potevo avere posizione migliore. Da lì vedevo le sue mani. Potevo riempirmi gli occhi con l’eleganza e la bellezza della danza delle sue dita, da cui scaturivano suoni che rivelavano mondi, emozioni e riuscivano a portarci in un altrove. Riuscivano soprattutto a farci sconfinare. Ecco se un senso, se vogliamo trovare un senso alla musica di Roberta Di Mario è proprio questo senso di espansione, di sconfinamento. Ma più che le mie parole sono adatte le parole della compositrice, scritte insieme a Cinzia Spanò, regista dello spettacolo.

Cominciamo dalla fine. E sì perché soltanto quando qualcosa finisce che si libera lo spazio per un nuovo inizio. E se si guarda avanti qualcosa dietro le spalle bisogna aver perso per forza. Io un po’ ci penso che cosa vorrei lasciarmi dietro le spalle di questo ultimo anno e mezzo, gli schermi, gli zoom, le stanze, le distanze, le paure, i silenzi, la musica sospesa e tutte le parole che ci siamo ripetute per mesi. E allora guardo dritto davanti a me e ho fretta di arrivare al centro di ciò che voglio davvero. Così tanta fretta che non posso che lasciarmi dietro tutto e uscire. Uscire dalle stanze, dalle distanze, dalle paure, dai silenzi, da questa musica sospesa, e da tutte le parole che ci siamo ripetuti per mesi e forse uscire anche da me. Espandermi, sconfinare. Ecco che cosa voglio fare, io voglio sconfinare e lo faccio con ciò che conosco, ciò che è mio, la musica.
Ottantotto tasti. Tasti che iniziano, tasti che finiscono, e in mezzo noi, infiniti, come è infinita tutta la musica che possiamo suonare. E allora uso tasti per aprire confini, mi spingo lontano, ovunque si possa immaginare. E vedo tra le note quello che c’è da vedere. E sento tra i suoni quello che c’è da sentire. E così la musica mi riporta alla nostalgia dei pianisti che hanno solcato l’oceano, ai compositori che hanno attraversato i secoli, alla potenza degli amori che sono stati e che saranno, e alla dolcezza di tutto quello che ancora di buono e bello rinasce. Niente è chiuso. Tutto è aperto, tutto è spazio, tutto è condizione. Tutto è sconfinato.

Roberta Di Mario
Roberta Di Mario

Non sono un critico musicale, non sono un critico letterario. Sono solo un cantastorie. Mi piace raccontare storie che abbiano un senso, in cui sia possibile trovare la bellezza.
La bellezza l’ho trovata poche sere fa nella musica di Roberta Di Mario. Ad avvolgerla una scenografia semplice. Proiettata su uno schermo nero alle spalle della musicista, accompagnata da Luca Garlaschelli al contrabbasso, c’era una luna levante che si è trasformata in un pulviscolo di galassie e di universi, per diventare una luna piena e infine una luna calante.
Ho trovato bellezza al Parenti. La bellezza della musica, quella di un artista che non fa sfoggio della sua estetica senza però avere il bisogno di nasconderla. Ho trovato bellezza di note, di atmosfere. Ho trovato la bellezza che c’è nel riprendere il teatro, e nello scoprire come dice Andrée Ruth Shammah che la moltitudine di spettatori diventa un singolare: il pubblico. Che quella moltitudine di immagini di suoni musica diventa a sua volta anche esso un singolare: lo spettacolo. E ogni sera il teatro si rinnova nell’incontro di questi due singolari, spettacolo e pubblico.
Guidato da Diego Mattiello che è uno splendido anfitrione, nonché il direttore di sala del Parenti, ho avuto la fortuna alla fine dello spettacolo di incontrare gli artisti, di rubare loro il tempo di un’intervista. Ma più che un’intervista si trasforma in un piacevole intermezzo prima del rientro a casa.

Faccio i complimenti all’artista che mi risponde prontamente.
Mi avete portato in universi straordinari.
A volte è difficile ritornare. Infatti lo dico nello spettacolo “Se… ci permette di tornare a casa”. Noi abbiamo dei figli. Per forza i figli ti riportano alla realtà.
Bellissima la scenografia nella sua semplicità.
Cinzia Spanò mi racconta le ragioni di quella scelta.
C’erano queste lune in varie fasi, e poi l’ultima è una luna che ti investe. Ci siamo divertiti a giocare un po’ su questo nuovo inizio. La luna con il suo ciclo va sempre a raccontarci fini e inizi. Però è anche un simbolo di femminilità come Roberta che è una donna elegante e affascinante. La nostra vera luna sul palcoscenico è lei.
Posso dire che è bellissima?
La ringrazio. È un grande piacere.
Luca Garlaschelli interviene con u sorriso bonario e accattivante.
L’importante è che non lo dica di me.
Le dico un’altra cosa. Lei è un bellissimo uomo, il modo in cui abbraccia il contrabbasso è pieno d’amore. Non le ho fatto delle fotografie perché non volevo disturbarla ma ne avrei fatte decine. C’era una sorta di amplesso col contrabbasso che era meraviglioso.
Perché lei non sa che lei è una contrabassa.
Non avrei avuto difficoltà ad accettare anche un amore omo. L’importante è che sia amore.
Ridiamo di gusto e mi rivolgo ancora a Roberta Di Mario.

Roberta Di Mario
Roberta Di Mario

Le sue mani erano di grande eleganza. Ho avuto la fortuna di essere in una posizione favorevole per guardarle. Erano di una lievità assoluta. A volte sfiorava appena i tasti e mi chiedevo come facesse a tirare fuori i suoni dal pianoforte.
Ho sempre avuto questa cifra distintiva della delicatezza. Però è anche studio.
Quante ore al giorno?
Beh dipende. Passo anche sette otto ore quando mi devo preparare per un concerto. Poi magari ci sono giorni dove non mi esercito. Ma venendo dall’accademia per me c’è sempre del rigore. Quindi devo mantenere il più possibile l’esercizio quotidiano. Però è variabile.
Chi è Roberta di Mario?
È una donna sicuramente emotiva, che vuole una vita densa, piena di canto. E che attraverso la musica riesce a raccontare quasi completamente chi è. Io dico sempre che fare musica è una faccenda di acrobazia. Perché ti metti totalmente a nudo. Quindi anche una donna coraggiosa in questi termini. Spero che la musica possa essere davvero il canale per poter raccontare anche temi più importanti e quindi sentirsi partecipi. Durante lo spettacolo abbiamo parlato delle donne. Questo è un tema forte. Io sono la direttrice artistica del Festival We Women Equality che parlerà della parità di genere. Debutterà tra un paio di settimane al teatro Apollo di Lecce, l’uno, il due, il tre di ottobre. È la prima edizione.
Lei ha toccato un altro argomento estremamente importante. L’ha fatto con estrema delicatezza quando ha citato Ennio Morricone. Lei ha parlato della morte.
La filosofia ci prova, il teatro anche, così la poesia. La musica può aiutarci nel confronto con la morte?
Assolutamente. Ci porta la presa di coscienza ma contemporaneamente ci fa sconfinare, anche allontanare da questo momento. Perché la musica è magia, è potenza.
Durante la pandemia noi non abbiamo potuto suonare ma abbiamo preso coscienza della preziosità di che cosa facciamo, del perché, e per chi. Comunque abbiamo potuto scrivere, suonare per noi stessi. Perché se suoni per te stesso migliori te stesso e porti del bene agli altri. C’è uno scopo sociale fortissimo e altissimo nel fare musica.
Quindi la musica può aiutarci ad allontanarci ma anche ad avvicinarci e guardare la morte senza averne tremore?
Sì. Perché la musica arriva e ti da fastidio, ti porta a far male, come dicevo nello spettacolo. Ma solo attraversando il male in qualche modo puoi guarire. Quindi puoi essere cosciente di quello che è. Quindi, godere ancora di più di quello che è il presente.
Roberta Di Mario DisarmNella prima parte dello spettacolo ci sono sue composizioni e sue scritture. La seconda mi è sembrata più legata alla musica classica che lei a tratti interseca con sue invenzioni. Corretto?
Non ho esattamente diviso in una prima parte e in una seconda parte. Diciamo che tendenzialmente
Sono tutte mie musiche originali. Poi c’è quel momento che va da Bach a Debussy a cui io mi ispiro, perché ho fatto il conservatorio a Parma, arrivo dal mondo classico, e la classica è assolutamente un linguaggio che c’è dentro le mie composizioni. C’è il virtuosismo, c’è la tecnica, cioè quello studio di anni e anni di accademia.
C’è l’incursione del musicista dopo i brani di Bach con i due preludi. C’è questa mia composizione che si chiama Milanocity che aveva debuttato a Pianocity un paio di anni fa dove mi ispiro proprio a Bach però poi c’è tutto il mio linguaggio. C’è il valzer di Chopin seguito da un mio valzer che è il Valzer in La Minore che è stato il soundtrack della pubblicità della Tiscali un paio di anni fa, e ha ricevuto un premio. E poi c’è l’incursione di Mozart in versione jazz e il pianista turco Fazil Say. E poi si chiude. Quella è la parte di mondo classico a cui io mi ispiro. Per il resto sono tutte mie musiche originali. Quindi sono tutti i brani presi tendenzialmente dal mio ultimo disco Disarm uscito prima della pandemia. Infatti il primo tema che io ho suonato all’inizio dello spettacolo è appunto Disarm. Ho introdotto alcuni accordi mentre Andrée leggeva il testo che è all’interno del disco.
È un testo molto bello.
Andrée ha prestato la voce per questo progetto. I testi sono di Alessandra Sarchi, ha scritto questi testi sapendo che poi Andrée li avrebbe letti. Non ho dato nessun limite creativo ad Alessandra. Le ho solo spiegato che in questo disco volevo raccontare il concetto del disarmo. Non è solo un concetto politicizzato. In realtà il mio era un invito al disarmo interiore, al disarmo emotivo, a lasciar andare, a far crollare i muri emotivi, affinché possa scorrere ogni tipo di sentimento e da lì poter guarire e rinascere.
Quando sarà di nuovo a Milano?
Sarò al Blue Note molto presto.
Women's Equality FestivalChi ci sarà a Lecce con lei?
Io ho seguito la direzione artistica e ho formato questo cast di cui sono orgogliosa e felice. Perché hanno tutti accettato con grande entusiasmo per essere vicini a questo tema, che è sicuramente una materia bollente.
Ci sarà l’orchestra sinfonica di Lecce, la Oles, diretta da Gianna Fratta, molto attiva sul tema della parità di genere. Ci sono io con i miei brani inediti e originali accompagnati dall’orchestra. Ci sarà l’attore Alessio Boni che leggerà una storia e io lo accompagnerò. Ci sono sei storie di donne, tra l’altro sconosciute, che hanno attraversato i secoli e che attraverso la loro testimonianza, la loro vita, hanno dimostrato come le donne possono fare la differenza.
Tra l’altro questo festival nel titolo riporta la parola We. Perché non è la donna contro l’uomo o l’uomo contro la donna. Ma è l’uomo che si affianca alla donna e insieme raggiungono attraverso azioni, attraverso parole, nel nostro caso con questo festival, una parità di genere. Quindi, We è inteso simbolicamente anche in questo senso. La figura maschile e la figura femminile insieme per aiutare la società a comprendere che la donna deve avere lo stesso ruolo. Poi ci sarà Tosca accompagnata dall’orchestra. Con me ci sarà Cinzia Spanò con il racconto di due storie.
Il festival si suddivide in tre serate, la prima sera ci sarà un live show che verrà trasmesso anche su Rai 2. La seconda serata sarà un mio concerto che riprende lo spettacolo del Teatro Parenti. Però questa volta al posto del contrabbasso ci saranno tre archi dell’orchestra e Cinzia Spanò seguirà la regia. Poi avremo la prima ballerina della scala Nicoletta Manni con il primo ballerino della Scala Timofej Andrijashenko che è il suo compagno. Non poteva mancare Alessandro Quarta, il celebre violinista, che è di Lecce. Accompagnato dall’orchestra suonerà brani di piazzola perché quest’anno ricorre il centenario.
Quindi ci saranno performance principalmente musicali perché io vengo dalla musica. Ma non è soltanto per questo quanto perché la musica è un linguaggio universale. È il linguaggio per eccellenza che arriva senza bisogno di spiegazioni. Però ci sarà anche la danza e ci saranno anche parole.
Quanto spazio c’è in televisione per la musica?
Purtroppo in televisione non riusciamo a vedere grandissimi contenuti musicali. C’è stato ovviamente il programma di Bollani che è stato anche un programma educational.
La musica non si vede tanto in Tv. Io ci tenevo che ci fosse un grande contenitore musicale perché la musica è assolutamente educational, ed è portatrice di emozioni. Ha questo linguaggio che può arrivare dove tutto il resto non riesce ad arrivare. E poi io credo che le persone abbiano voglia di vedere contenuti di questo tipo. Se le si educa sono assolutamente pronte ad accoglierli.
Quindi, quando si dice che la musica in televisione non funziona, non funziona perché il pubblico non è abituato a vedere musica, al di là di Rai cinque o Sky Art.
Nella Tv generalista è difficile vedere musica, al di là di X-Factor dove c’è tutto un contorno particolare, spettacolarizzato. Le persone hanno voglia di cose nuove e hanno voglia di conoscere, di incuriosirsi alla musica e di avvicinarsi magari a quelle arti che sembrano magari così lontane, di nicchia, come lo stesso pianoforte. Il pianoforte è lo strumento più classico in assoluto ma come ho dimostrato al Parenti può arrivare molto vicino al cuore delle persone. Basta un po’ spiegarlo. Basta suonare non solo musica classica che magari è un po’ di più per pochi. Basta suonare anche la musica contemporanea, che arriva dalla classica ma è molto immediata. Quindi l’emozione arriva. Poi bastano due immagini, le luci che sono anche loro linguaggio. Ed ecco fatto uno spettacolo che è assolutamente trasversale per tutti.
Abbiamo bisogno di bellezza come ha detto lei durante lo spettacolo.
È necessaria. Questo programma Tv avrà tanta bellezza ma nello stesso tempo racconterà un tema importante come la parità di genere di cui non si parla mai abbastanza. Non lo facciamo con la guerra, con la rabbia. Lo facciamo attraverso l’arte, attraverso la collaborazione e il dialogo tra uomo e donna.

Si fa tardi. Roberta Di Mario si allontana per salutare gli amici. Mi rivolgo alla regista.
Come nasce questa sinergia con Roberta Di Mario?
Io sono attrice e autrice. Abbiamo una conoscenza comune. Lei era venuta a vedere anche dei miei spettacoli. Aveva voglia di lavorare in modo diverso sui testi, anche sullo stare in scena. Quindi abbiamo iniziato a lavorare. Poi la nostra collaborazione ci ha portato a prenderci cura dello spettacolo intero. Quindi a pensare più a una regia con questa idea della luna molto semplice.
Efficace.
Perché sai protagonista è la musica. Per cui tutto il resto deve semplicemente accompagnare, riuscire a dare il respiro ad alcuni momenti, valorizzare un pochino di più gli altri. Ma è ovvio che si tratta di una regia molto semplice ma che immaginavamo suggestiva.

Luca Garlaschelli ha una faccia simpatica. Ha accompagnato in modo egregio, arricchendo la serata con i suoi suoni e la sua presenza. Mi rivolgo a lui.
Come è stato con collaborare con Roberta?
Con Roberta ho collaborato tempo fa in un’altra situazione quando lei ancora cantava. Ho fatto degli spettacoli, dei festival. Mi ha chiamato per fare questa nuova cosa che spero abbia un seguito. È molto interessante. Diciamo che la condizione teatrale della musica è particolarmente gustosa. Io che faccio il musicista ho sempre lavorato con le compagnie teatrali, con Moni Ovadia, con Cochi Ponzoni, con attori che usano la musica all’interno dello spettacolo.
È una dimensione particolare che aggiunge tanto valore.
Avete trovato un bell’equilibrio. La parte teatrale non prevarica la parte musicale.
Il che in teatro è strano, perché di solito è sempre il contrario.
Ha proprio ragione Cinzia Spanò quando aggiunge l’ultima battuta prima di lasciarci.
Comunque loro sono molto belli in scena, sono molto affiatati. Ridono molto, anche durante le prove. E hanno due cifre molto diverse.

Gianfranco Falcone

https://robertadimario.com/
https://www.facebook.com/WE.WomensEqualityFestival

 

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