Roberto de Mattei, A sinistra di Lutero – Le sètte del Cinquecento

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A partire dalla fine degli anni ’70 del Novecento, la storiografia – facendo i conti con lo statuto scientifico del metodo di ricerca applicato agli accadimenti storici con lo scopo precipuo di fornire una garanzia d’attendibilità alla “narrazione” (descrizione, contestualizzazione e prospettiva interpretativa dei fatti esaminati) che ne scaturisce – ha iniziato a raffinare l’attenzione prestata alla “globalità” delle conoscenze. I materiali frutto delle indagini confluiscono nella stesura di opere storiche, condotta con metodo scientifico e critico, che viene attivata in modo necessariamente multi-transdisciplinare. Tale approccio consolida l’impianto metodologico e, soprattutto, fornisce risalto alle ricerche sul campo, vere e proprie miniere di fruttuose ed ulteriori conoscenze che consentono approfondimenti di fenomeni e circostanze economiche, socio-culturali e politiche nonché puntuale decodifica dei correlati riscontri documentali altrimenti arbitrariamente lasciati sullo sfondo se non addirittura inesplorati.

Il lavoro dello storico esce dagli angusti limiti della retorica commemorativa, dei “racconti” con finali prevedibili, della rassicurazione ideologica. Gli storici effettuano una rivoluzione copernicana in analogia con quanto accade nella scienza tout court con l’anarchismo epistemologico secondo il quale “un anarchico è come un agente segreto che giochi la partita della Ragione allo scopo di minare l’autorità della Ragione (della Verità, dell’Onestà, della Giustizia ecc.) […]”, secondo le suggestive parole di P. K. Feyerabend (rif. Contro il metodo, Milano, Feltrinelli, 1979, pp. 21-29).

Nell’alveo di questa affermazione, insieme, di libertà e di rigore, sono state pubblicate opere di pregio illuminanti riguardo a periodi e fenomeni storici che aprono ad una più adeguata veridicità della dinamica della “materia sociale” ed instradano su sentieri, tanto inediti quanto saldamente obiettivi, anche la fenomenologia sociale dell’età contemporanea.

Come esempio, si rammenta che lo scorso anno sono trascorsi i 500 anni dallo scisma di Occidente, e dalla nascita di numerosi “ordini e sètte” autorizzati dalla “Riforma” luterana a venire allo scoperto con concezioni e comportamenti tutt’altro che grettamente autoreferenziali o culturalmente marginali. Si scopre, leggendo il libro di Roberto de Mattei [1] “A sinistra di Lutero – Le sètte del Cinquecento” (Solfanelli, Chieti, 2017 [2]), nell’edizione che amplia il testo pubblicato nel 1999, che non solo Lutero, Calvino e Zwingli esauriscono il profondo processo di dissoluzione della cristianità ormai lontana dallo stesso messaggio francescano d’irreversibile conversione ad una vita evangelica, per servire Gesù Cristo incontrato, in particolare, negli “ultimi”, i poveri ed i diseredati. Infatti, la monografia, nella sua agevole consistenza di 227 pagine, rende disponibile una minuziosa ricostruzione dell’effettivo insorgere e diffondersi di tutti quei movimenti e gruppi minoritari che, pur facendo parte della galassia protestante, si sono collocati in contrasto con le confessioni riformate “istituzionali” rappresentando, con il loro intraprendente agire, anche opportunità di sviluppi culturali e di una forma mentis che sembrano andare ben oltre il XVI secolo e il perimetro della religiosità e della coerenza fideistica cristiana.

Nel Paragrafo “Il primato della Parola di Dio” del Capitolo del libro titolato “FEDE COME ESPERIENZA RELIGIOSA”, ad esempio, è esplicitamente detto che Lutero cerca di superare “lo scoglio dell’individualismo fondando l’oggettività della fede non su una istituzione umana, ma sulla Parola stessa di Dio” [ … ] “La sacra scrittura diviene la regula fidei, la norma assoluta con la quale va misurata ogni dottrina ogni azione”; il tentativo luterano, in effetti, pur rischiando di restare imprigionato nelle contraddizioni del biblicismo, a ben guardare, apre ad un punto di vista che sormonta il Cinquecento e si beffa delle intenzioni dei devoti e che negli “ultimi” della sette-ottocentesca Prima rivoluzione industriale – il proletariato – trova il Soggetto in grado di riconciliare nell’immanenza la “teoresi” alla “prassi”. Questa traiettoria interpretativa, si distanzia dall’oggetto della ricerca di de Mattei, tuttavia rende esplicito il valore dell’opera sul piano tecnico-ermeneutico e metodologico.

L’opera di de Mattei contribuisce a debellare carenze conoscitive rendendo agevole comprendere quanto diversi registri interpretativi siano utili per indagare adeguatamente il proliferare di protagonismi religiosi e culturali – dagli anabattisti ai sociniani – che prefigurano problematiche ed atteggiamenti, attività teoretica e prassi sociali che precocemente alludono alla sensibilità illuministica e rivoluzionaria tipica della borghesia europea impegnata nella conquista e consolidamento del potere politico avendo già nella mani quello economico. In secondo luogo, il libro è prezioso perché rende evidente che la dimensione magico-misterica, spirituale e rituale e le professioni di fede individuale o nell’ambito delle appartenenze ecclesiologiche non siano immuni da manifestazioni violente, ambivalenti, sia nel persuadere le coscienze alla conformità teologica che nel reprimere le divergenze e le spirali ereticali, scatenate in seguito allo scisma; e non solo per responsabilità dei cattolici, come certa vulgata nata dall’Illuminismo vorrebbe far credere. Anche fra questi movimenti di “eletti” che spesso e volentieri si abbandonavano a violenze e saccheggi, praticavano poligamia e libero amore, e punivano spesso e volentieri con la decapitazione chi era contrario alle leggi delle “Nuove Gerusalemme” che nascevano nel Nord Europa [3].

Inoltre, in accordo con Tosatti, “abbiamo trovato questa opera preziosa per un altro motivo. Perché cerca di mettere in luce i collegamenti fra antiche deviazioni dal cristianesimo mainstream, antiche di parecchi secoli, se non di più di un millennio, con i frutti minoritari della Riforma. E – passo ulteriore – come le basi teologiche, ideologiche e culturali di questo mondo magmatico e conflittuale si siano incanalate poi in una serie di modelli moderni di storia, quali la Massoneria, il relativismo principe delle nostre società attuali, la teosofia, i germi fondanti la rivoluzione francese, con qualche spruzzata di occultismo e – perché no? – di elogi per l’islam. Per quanto riguarda il cristianesimo, troviamo in questo bouquet, oltre all’usuale equiparazione fra il papa e l’anticristo, e la definizione di Roma come della nuova Babilonia, il concetto secondo cui sarebbe la misericordia, e non la verità, la fonte della fede; e l’idea che ci sembra sempre più condivisa, anche se in maniera non detta, omessa, un po’ strisciante, di un cristianesimo senza sovrannaturale, incentrato sull’immanenza” (rif. recensione di M. Tosatti, op. cit. in nota).
Giovanni Dursi

[1] Roberto de Mattei (1948), romano, è uno storico italiano, presidente della Fondazione Lepanto, direttore della rivista “Radici Cristiane” e dell’agenzia di informazione “Corrispondenza Romana”. Professore emerito all’Università di Roma.

[2 ] «La rivolta di Martin Lutero, nel 1517, innesca un processo di dissoluzione della Cristianità che ha la sua espressione più coerente nelle sètte del Cinquecento. Dagli anabattisti ai sociniani, il mondo sotterraneo che germina alla sinistra di Lutero, contribuisce a scatenare una rivoluzione religiosa che prefigura temi e motivi della Rivoluzione francese. Il problema centrale, dal quale gli altri dipendono, è quello ecclesiologico. Le sètte sviluppano infatti una nuova nozione della fede, dei sacramenti e dell’autorità della Chiesa, che mostra sorprendenti analogie con molte correnti del pensiero religioso contemporaneo».

[3] Rif. a “Un libro per capire la Chiesa e la società in cui viviamo”, di Marco Tosatti, 26-04-2017, in CRISTIANESIMO CATTOLICO.

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