Roma: da capitale a provincia. Quale futuro comune?

Panorama di Roma dai giardini dell'Accademia di Francia foto 2017
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Roma si provincializza. Si tratta di un dato poco confutabile. Eppure la capitale ha un significato unico per il mondo, la Chiesa del papa, vescovo di Roma. Theodor Mommsen a Quintino Sella, in una sera del 1871, con la breccia di Porta Pia ancora fumante disse acutamente: «a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti». Da buon storico tedesco e protestante di fine ’800, Mommsen dà grande importanza allo spirito dei luoghi e dei tempi, aggiunse: «è stata la capitale della civiltà antica, poi di quella cristiana: ed ora, che ne sarà?».

Occorre essere sinceri. A Roma ci stiamo ormai da provinciali. Roma ha il mondo dentro. Non è solo storia antica. Forse non c’è città al mondo che viva dentro i resti del passato. Patrimonio dell’umanità per l’UNESCO, 25.000 siti d’interesse ambientale e archeologico, la più grande concentrazione di monumenti al mondo. Una città di bellezza e ricchezza storica uniche.
Il cristianesimo ha fatto di Roma una città-mondo, che non vive solo per sé stessa. Abitata da tensione missionaria fin dai tempi di Gregorio Magno. Tanti non italiani cattolici (non si può usare a Roma stranieri) vengono per la Chiesa. Paolo VI diceva: «Forestieri no. Anche gli antichi chiamavano Roma “patria communis”, la patria comune. Tanto più i fedeli della santa Chiesa devono sentire che qui nessuno è straniero». Potremmo dire il mondo dentro Roma e da essa scaturisce una proiezione universale.
Il filosofo francese Michel de Montaigne, dopo la visita nel 1581, definì Roma: «la città dal carattere più cosmopolitico del mondo, e quella dove meno si bada se uno è straniero o di nazione diversa; d’altronde essa è fatta in parte di stranieri e ognuno di sta come a casa sua». Stare qui come a casa propria, avere una casa e Roma come casa del mondo.

In un tempo complesso come il nostro, postindustriale e postmoderno, credo che occorra per Roma una visione. Serve spendersi per realizzare il sogno di una Roma capitale di una società della conoscenza, larga cosmopolita, multiculturale e interdisciplinare, senza sposare utopie dogmatiche, ma anche senza realismi tristi. Soprattutto una politica determinata per fare di Roma una città più vicina ai cittadini, più solidale, più inclusiva, più innovativa, più vicina ai più deboli, più coraggiosa nell’affrontare i tanti nodi irrisolti e la rassegnazione. Una politica che sia sempre più uno strumento di connessione e di dialogo tra i bisogni delle persone e l’elaborazione politica.

Difficile riassumere tutti i nodi irrisolti di Roma. Mi limiterò ad indicarne alcuni. Il tema della casa – e della sua mancanza – sta rivestendo il carattere dell’emergenza e della drammaticità. L’urbanista Carlo Cellamare ci ha rivelato che Roma oggi è la sua periferia. Qui si sta sviluppando la sua nuova identità. Non è più la città caratterizzata da un centro storico circondato da quartieri periferici consolidati. Intorno al Grande Raccordo Anulare gravitano un milione e mezzo di abitanti, mentre nel centro storico risiedono meno di centomila persone. Attorno alla periferia si è realizzato «non solo un intenso sviluppo insediativo, ma anche un vero e proprio cambiamento antropologico nei modi dell’abitare». Il diritto alla casa è fondamentale per lo sviluppo armonioso della società.
Dal 1970 ad oggi la popolazione di Roma è rimasta sostanzialmente stabile, circa 2 milioni e 800 mila abitanti. Eppure, nonostante si sia costruito molto, ancora si parla di emergenza abitativa. Non è possibile che abbiamo case vuote a fronte di più di 13 mila nuclei iscritti in lista per una casa popolare, 6 mila persone nei campi rom, coloro che abitano le occupazioni, i senza dimora che vivono in strada. È una città nella città in precarietà abitativa, quando ci sono molti luoghi pubblici e privati in abbandono, molte case private sfitte e appartamenti costruiti ma rimasti invenduti.
Per le politiche sociali e abitative non ci sono scorciatoie. La politica, troppo spesso aggrovigliata su sé stessa, deve abbandonare i tatticismi. A Roma – come va dicendo da tempo Paolo Ciani – va compiuta una “fatica sociale” per trovare soluzioni diversificate: recupero di spazi pubblici inutilizzati, garanzie pubbliche sull’affitto. Serve un’Agenzia dell’abitare che coinvolga tutti i protagonisti del settore, dai costruttori ai movimenti per la casa. Non per costruire nuove case ma che guardi a quelle vuote che già esistono e con le istituzioni pubbliche a fare da ponte e da garante tra richiesta e offerta. Mettendo a tavolino tutti i soggetti si possono trovare delle soluzioni.

Vivere a Roma, città meravigliosa, oggi sembra una sfortuna: un vittimismo diffuso, inconsapevole del privilegio di vivere in una città, opulenta, sicura rispetto alla gran parte del mondo. Una sfortuna nel clima vittimistico, lamentoso e rassegnato.
Non c’è un’idea di Roma che la politica o la Chiesa abbiano lanciato. Non un destino comune. La morte del comune (la “c” maiuscola e minuscola) è l’estrema ratifica dell’individualismo romano. Del resto, l’individualismo nella capitale è strutturale. Roma è una città di soli: le famiglie con un solo membro sono il 44% (al Centro storico il 61,7% e a Est, più giovani, il 36,2%). Gli anziani soli sono 250.000 su 626.000. Come non essere individualisti e rassegnati? Non c’è la spinta dei giovani verso il futuro. Roma è città di soli e anziani: gli ultrasessantacinquenni sono il 21,6% e gli ultraottantenni il 6,7%, quasi 200.000. Molti poveri: 150.000 anziani con un reddito inferiore agli 11.000 euro. Quando si è poveri, si pensa a sopravvivere e non a cambiare. I giovani calano: del 5% tra i 18 e 30 anni; del 9,5% tra i 31 e i 35 anni. Gli adulti comunicano pessimismo ai giovani: vita difficile e concentrarsi su di sé. I giovani sono infragiliti, educati alla competizione. Molti non ce la fanno: giovani frustrati e buttati negli angoli della città. I giovani che s’isolano, non lavorano, non studiano sono 134.500: dieci anni fa erano 79.000. Un popolo di giovani dice no al futuro, chiuso in una stanza: non sente la vita come bella e attrattiva, non ha voglia di futuro. Fugge Roma dentro Roma. Potremmo dire che Roma non ama i suoi giovani. Giovani isolati, quelli ai margini, senza forza e speranza di futuro. Ma c’è un disegno profondo e nascosto: creare un proletariato di giovani adulti, soli, tanti io, arrabbiati, che non saliranno mai. Per loro nessun ascensore sociale. Si vuole una città di proletari frustrati, con pochi che contano e comandano. I figli dei ricchi non incontrano quelli dell’altra Roma; mai mettono piede nelle periferie; hanno loro circuiti. Gli “sfigati” non li interessano. Vanno a studiare all’estero. Le loro famiglie, che hanno responsabilità nel paese, non hanno fiducia nelle scuole o nelle università di Roma. Ci sono destini diversi per i giovani di Roma: dipende da dove nasci!
Le famiglie sono fragili: la dimensione media è di 2,1. In un deserto di luoghi aggregativi. Ci sono famiglie di ceto medio impoverite. Qualche volte si segnalano gruppi: segni fragili della voglia di bene o di fermare il degrado. Per sperare o cambiare, non si può essere soli. Oggi non c’è più un senso di destino comune. Una città senza governo, isolata dalla vita, con una burocrazia tra le peggiori d’Europa. La mancanza di una visione e di un destino comune ha profondamente mutato negli ultimi anni l’approccio della vita dei romani. Con qualche scivolata verso una scelta politica sovranista in alcune aree periferiche.

A Roma la droga ha un posto decisivo. La polizia calcola che dal 2015 al 2019 le piazze di traffico di droga sono raddoppiate da 15 a 30 (altri ne calcolano cento). Nei palazzoni, a Tor Bella Monaca o Ostia, la droga viene confezionata, tagliata e venduta. I reati connessi agli stupefacenti sono in aumento, 117 su 100.000 abitanti: erano 105. Roma è al primo posto in Italia. Una città drogata, non cattiva: gli omicidi solo 18 nel 2018. La storia sotterranea della droga a Roma è quella di gente che non ce la fa e sente bisogno di “aiuto”, che modifichi artificialmente la coscienza della realtà o l’umore. Per i giovani, le droghe sono iniziazione alla vita. La droga esprime la rassegnazione dei romani, la scelta di sfuggire la realtà umana, lavorativa, relazionale: e da soli! Un’altra via di fuga! Roma addormentata dalla droga.

Le periferie non sono la borgata alternativa, come negli anni ’50-’80: famiglie numerose, reti partitiche, voglia popolaresca di vivere, una cultura popolare. Non c’è Pasolini che, con i romanzi, parli di “ragazzi di vita”. Oggi, per i mondi periferici, non ci sono simpatie o immedesimazioni (quelle che abbiamo vissuto e conosciuto negli anni settanta). Meglio evitarli. Non si va in borgata ad aiutare. Insomma una città scarica di empatia, una parte verso l’altra. Roma drogata, senza casa e divisa.
Ci sono gli uomini del sottosuolo, come dice Dostoevskij. Nella Roma monumentale è nascosto un universo concentrazionario. Le quattro carceri maschili, quello femminile e quello dei minori, con 3400 detenuti. Un lager diffuso: 450 istituti per anziani a Roma e provincia, con 14.000 persone. 6000 anziani sono nelle villette: strutture non censite e controllate, dove la speculazione è la legge. Un mondo concentrazionario da cui si esce solo per il cimitero (e sappiamo quanti di essi sono morti a causa del Covid). Prigionieri di un letto per l’intero giorno; si mangia il cibo cattivo di un catering e si finisce spesso nutriti dalla flebo, perché si rifiuta di mangiare.

Evidentemente, non tutto è negativo. Penso soprattutto all’economia data in ripresa e al talento della rete di solidarietà sul quale si potrebbe parlare diffusamente e che si è rivelato assai attivo durante la pandemia. Roma resta una città con importanti risorse umane. Su di esse occorre contare. Non contrapponendosi, ma costruendo un reticolo comunitario. E soprattutto non credendo che tutte le responsabilità ricadono nella politica. Ciascuno può far molto e questo già accade. Papa Francesco ha invitato a sognare una città fraterna e a vivere come se tutti fossero fratelli, anche i nemici. Vivere come se tutti fossero fratelli. Non è un’ingenuità. Il forte individualismo sociale è una seria minaccia alla coesione della città. Lo sviluppo economico non può essere fine a sé stesso, o a beneficio di pochi, ma deve essere funzionale alla crescita del benessere sociale. Le istituzioni devono riflettere sulla volontà dello stare insieme. Seve un’identità plurale, inclusiva e aperta, che sappia superare le barriere – invisibili ma reali – che separano i romani, quelle tra le generazioni, che rendono oggi così difficile per i giovani costruire il loro futuro e così amara la vita di molti anziani; tra occupati e disoccupati; tra lavoratori e pensionati, stabili e precari; e, infine, tra italiani e romani nati qui e “nuovi” italiani.
Antonio Salvati

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