Rugby e hockey: storie e identità nazionali nel Galles e in Canada

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Il legame fra sport e nazione, può dirsi che prenda corpo sostanzialmente tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo con la nascita dello sport moderno avvenuta in Inghilterra.

La trasformazione dei giochi ed il loro passaggio da realtà locale a nazionale fu dovuta, ed in parte facilitata, dai lunghi processi di modernizzazione ai quali le nazioni andavano incontro soprattutto per lo sviluppo dell’urbanizzazione, delle ferrovie, della stampa nazionale e dalle influenze delle nascenti ideologie quali il Positivismo e il Nazionalismo.
Comunque, per lungo tempo si ritenne che lo sport fosse un esclusivo prodotto della cultura inglese e solo più tardi si capì che, anche se “importato”, lo sport era in grado di creare potenti fenomeni di identificazione tra gruppi di cittadini dimostrandosi, quasi inaspettatamente, di essere molto malleabile alle esigenze politico culturali dello Stato che lo aveva adottato.
La natura competitiva, fisica e, se vogliamo, popolare dello sport, comincia a farne un contenitore di emozioni collettive che può rappresentare un veicolo per la costruzione e la definizione delle proprie identità, individuali o di gruppo.
Tale stato di cose porta alla creazione di quello che sociologi e antropologi definiscono la “coscienza del noi”, dove i singoli individui pur possedendo identità variegate e complesse, tramite lo sport possono contribuire alla costruzione di una “uniformità delle identità”.

Nello sport, i gruppi nazionali hanno la possibilità di esibire la loro coesione identitaria in un modo tale che può essere facilmente collegata alla nozione di “comunità immaginata” così come proposta nei primi anni ’80 del Novecento dal sociologo irlandese Benedict Anderson secondo il quale ogni nazione può essere identificata con quel concetto “… in quanto gli abitanti non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno vive l’immagine del loro essere comunità” (1).

A questa che ritengo una importante base di partenza per capire il rapporto sport-nazione, vorrei ricordare che l’identità nazionale si costruisce e si riproduce attraverso quella che possiamo definire la narrativa o, se preferiamo, l’epica della nazione, tramite storie, immagini, simboli e rituali che rispecchiano i significati comuni e condivisi del paese.
Questo significa, nella realtà dei fatti, che i milioni di abitanti di una nazione assumeranno una precisa connotazione quando quel concetto di comunità viene rappresentato da una squadra, ad esempio, di appena undici individui! Di conseguenza, anche chi non partecipa all’evento sportivo come componente della squadra, pensiamo al tifoso, diventa un simbolo della nazione stessa.
Tale relazione, universalmente accettata, assume poi una grande rilevanza nelle competizioni a carattere internazionale dove risulta più facile porre in risalto il “noi” rispetto all’ “altro”.
Il rovescio della medaglia di questo assunto è che l’“altro” può essere visto tanto in senso positivo quanto in quello negativo e, nelle forme più estreme, l’identificazione atleta/squadra, nazionale/nazione, pone quasi inconsciamente le basi per la nascita o rinascita di rigurgiti nazionalistici.

Ma qual è l’anello di saldatura che tiene legato sport ed identità nazionale? È il simbolo.
Questo, al di là del suo essere – il colore di una maglia, una bandiera, il ricordo di una partita epica – privo di un valore oggettivo, riesce a veicolare un concetto straripante di orgoglio, di eroismo, come appunto è l’appartenenza nazionale.
Quindi i simboli sono di una concreta utilità perché sono materiali (immaginiamo quanti tifosi in tutto il mondo conservano a casa una maglia o una bandiera della propria squadra) e, come ci ricordano gli antropologi, senza simboli materiali da toccare – pensiamo al concetto di istituzioni, alla lingua o all’inno nazionale – difficilmente un’idea astratta come quella di nazione potrebbe essere sostenuta.
Pertanto, da questo punto di vista, anche un singolo atleta (ad esempio il capitano della nazionale pakistana di cricket, vero punto di riferimento della nazione), un singolo colore (ricordo l’azzurro indossato dai nazionali italiani di ogni disciplina sportiva) contribuiscono a saldare e riempire di significato il rapporto fra sport e nazione.
Ma qual è, allora, il senso che lo sport riesce a travasare nelle culture dei vari stati?
Se ci pensiamo un po’, ci accorgiamo che la sua rappresentazione – ad esempio la finale di un importante trofeo internazionale – e la sua narrazione – come non ricordare le voci inconfondibili dei radiocronisti di “Tutto il calcio minuto per minuto” – sono in grado di creare una specie di mitologia, non diversa da quella classica, che riesce a plasmare all’interno della collettività una adesione incondizionata e acritica come fosse una religione e a rafforzare il concetto di fedeltà.
Per far comprendere meglio quanto riportato fin qui, vorrei raccontare brevemente due storie di altrettanti sport che, a mio giudizio, esemplificano al meglio il rapporto sport-identità nazionale dando la possibilità di constatare come determinati concetti trovino poi pratica attuazione e visibilità in ricorrenti eventi sportivi.

Il primo riguarda il rugby e la nazionale gallese. Questo sport (al quale sono molto legato per i suoi contenuti intrinseci) rappresenta in quella terra la proiezione del loro essere gallesi e come notava David Endrews, famoso giornalista sportivo, “… per la coscienza popolare, il rugby è gallese quanto le miniere di carbone, Dylan Thomas e Tom Jones” (2).
Quel gioco permea la società gallese, e i centri di maggiore diffusione sono a Cardiff (sede dell’imponente “Millenium Stadium” da 75.000 posti a sedere), Swansea, Bridgent, ma non è impossibile vedere ancora nelle strette stradine dei piccoli paesi dove ancora esistono centri per l’estrazione del carbone, i minatori che completamente neri di fuliggine scambiano qualche passaggio di palla ovale con i compagni del turno successivo.
Questo legame identitario è praticamente indissolubile anche se il simbolo della nazionale, le tre piume del Principe di Galles al posto di quello nazionale cioè il narciso, risponde al sentimento di fedeltà al Regno Unito.
Soltanto assistendo ad una partita di quella nazionale si capisce come in quei quindici ragazzi che scendono in campo, pesi la responsabilità di portare una nazione alla vittoria sotto lo sguardo di “solo” 75.000 persone in piedi alla loro entrata in campo.
Ma non finisce qui, perché a proteggere idealmente quella squadra non ci sono solo i pacifici tifosi ma c’è una bandiera, quella nazionale, che riassume l’indimostrabile e impalpabile potenza delle tradizioni mitologiche popolari, perché quel drago rosso che campeggia su di un fondo verde e bianco, non è altri che Mago Merlino pronto a dare una mano con i suoi poteri al Galles.
Certo, è una leggenda nata nell’anno 820, ma chi ha mai avuto il coraggio di sfidare Merlino e mettere in dubbio quel simbolo sotto il quale si ritrova e si ritroverà sempre quella nazione?

Molto simile a questo rapporto, è quello che lega il Canada all’hockey su ghiaccio.
Tutti i canadesi praticano o hanno praticato quello sport e già alla tenera età di sette, otto anni, i bambini vengono letteralmente buttati su di un campo ghiacciato con i loro piccoli pattini dalle lame taglienti e con la stecca di legno sempre più alta di chi la manovra.
I canadesi, sono riusciti nel tempo a modellare quel gioco a loro immagine e somiglianza, tratteggiandone un ritratto fatto di forza fisica, coraggio, violenza negli scontri, insofferenza al dolore e alla stanchezza. Come i loro boscaioli.
Hanno voluto dire al mondo che pratica quello sport, che non lo si poteva giocare in altro modo e che l’obbligo di indossare il caschetto protettivo era da paurosi e, poi, non era stato mai visto alcun giocatore senza un paio di denti o senza qualche cicatrice sul viso causata dalle lame dei pattini!
Solo un’altra grande nazione dove l’hockey è parte integrante della vita quotidiana, la Russia, ha opposto una visione completamente diversa di quello sport.
Per loro l’hockey è un’arte allo stato puro, è danza classica sui pattini ballata al ritmo di una tecnica al limite della perfezione. Non si può perdere una partita fra quelle due nazionali, anche se non si conoscono le regole del gioco, quello scontro sul ghiaccio fra lo spirito identitario canadese e quello russo.
A vederli, sembra che i pattini russi neanche sfiorino il ghiaccio mentre la strapotenza fisica dei canadesi lo ferisce, lo tritura, lo graffia; in breve, lo domina.

Stefano Ferrarese

(1) B. Anderson “Comunità immaginate – origini e diffusioni dei nazionalismi”
Roma, Manifestolibri 1996, pag. 25
(2) D. Endrews “Welsh indigenous and British Imperial” su Journal of Sport History
1991, n.18 pagg. 335-349

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