Saman e le altre. La negazione del femminile

Violenza contro le donne
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C’è un recente fatto di cronaca che mi ha colpito molto, che mi ha fatto male. È la storia di Saman un giovane donna pakistana che voleva vivere e amare a modo suo. Non si sa che fine abbia fatto. Si crede che sia stata portata nei campi e uccisa. Questo è quello che si dice.
Si è parlato molto di Saman. Sono state dette tante cose, tante analisi sono state fatte. Pensarci mi fa male. Spesso chi ne parla definisce i probabili assassini come bestie. Ma è poi così?

Chi è pronto a uccidere in questo modo delle giovani vite innocenti è una bestia? Se così fosse potremo prendere le distanze, appellarci al nostro essere umani per dirci che noi no. Noi non commetteremmo mai e poi mai atti simili. Ma coloro che potrebbero, o nella peggiore delle ipotesi hanno ucciso, non sono bestie. Sono uomini, come me, come voi, come noi. Perché l’efferatezza è degli uomini non delle bestie. Perché fu Caino che portò il fratello in mezzo ai campi.

Ho sentito dire che probabilmente Saman è stata portata nei campi perché è quello che accade tra pakistani, tra mussulmani. A chi credere? Sono uomini come me, come voi, come noi.

Poi ho pensato a Malika, lei non è mussulmana, non è pakistana. Lei è italiana. A lei è stata augurata la morte dalla stessa madre. Lei è stata cacciata da casa, insultata, abusata nell’anima perché ama un’altra donna. Malika è stata cacciata, dai suoi familiari, da persone che avrebbero dovuto proteggerla, sostenerla. Per lo meno ci hanno insegnato questo. Ci hanno insegnato che la famiglia dovrebbe essere il luogo degli affetti, il porto sicuro dove si cresce, dove ci si forma. Ma oggi vediamo che per Saman la famiglia non era un luogo sicuro, che la famiglia ha allontanato Malika.

Perché?
La famiglia, una parte importante della società ha respinto due giovami donne. Allora mi viene da pensare che questo sia accaduto perché il nostro tempo non vuole, non può, riconoscere alle donne, soprattutto se giovani, il libero arbitrio, l’autodeterminazione.
Ci nascondiamo dietro a discorsi di religione, di provenienza geografica, inventiamo filosofie e ideologie per spiegare, ma non per capire. Inventiamo teorie, dividiamo il mondo in buoni e cattivi, distinguiamo tra paesi civilizzati e paesi arretrati. Ma non facciamo l’unica cosa che avrebbe senso, riconoscere l’accanimento contro il femminile.
C’è una cultura globale che assume vesti diverse, che a ogni latitudine propone pene e castighi differenti, ma che ha al centro sempre e comunque la negazione del femminile, della libertà del femminile. Invece di libertà siamo protesi alla costruzione di una cultura super partes in cui la donna è svilita, erotizzata ma negata, in cui è celebrata ma a patto di dichiararla inferiore.

Viviamo in un’epoca che non riesce a riconoscere alle donne lo statuto di esseri umani.
Se non uccidiamo, se non allontaniamo, cancelliamo. Il che poi è un modo diverso di uccidere, di negare

Ogni tanto dalle ceneri della storia ricompare un nome, un viso al femminile, e ne scopriamo l’importanza, il valore. Ma se qualche coraggioso non ne avesse riportato alla luce storie e vicende non ne sapremmo nulla. È recente il caso di Goliarda Sapienza una delle scrittrici più sofisticate e brillanti della letteratura del Novecento. Se Mario Martone non ne avesse riportato in superficie la storia, in molti non ne avrebbero saputo nulla, sarebbe stata condanna alla damnatio memoriae. Perché la storia la scrivono i vincitori, e in questa guerra non guerra, che assomiglia più a una morte per asfissia, la storia la scrive o meglio la cancella il maschile.
In questa operazione di morte e cancellazione c’è però un grave difetto. Una civiltà umana che cancella una parte della propria eredità non vive nella realtà, si ostina a vivere nei miti. E i miti se non vengono interrogati sono catene che imprigionano.

Gianfranco Falcone

 

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