Samuel Katarro. The Halfduck Mistery. Citazioni molto creative di spartiti pop

Samuel Katarro The Halfduck Mistery
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Non di rado dopo il primo disco entusiasmante per molti si aspetta al varco l’artista per la conferma che spesso non arriva. Ma non è così per il ventiquattrenne Samuel Katarro al secondo lavoro dopo Beach Party e ancora evidenti tracce che raccontano di un successo di critica.
Samuel Katarro The Halfduck MisteryThe Halfduck Mistery arriva dopo circa due anni e, come si leggerà, porta con sé i segni evidenti di sonorità nuove rispetto al primo. Senza però limare la qualità del progetto dalla musica alle liriche agli arrangiamenti.

Vedremo quanto sarà largo il cerchio dei suoi ascoltatori, ma del resto il nostro ha dichiarato che <<fin dall’inizio ho pensato che fosse inutile tentare di fare soldi con questo tipo di canzoni>>. Molto lavoro è stato fatto affinché ci fossero quei riferimenti a quella musica passata che ha un futuro perché in grado di invecchiare. Le parole riconducono invece a temi contemporanei ed in particolare alla paura del futuro che <<è un sentimento di questa generazione, la mancanza di certezze è comune a tantissimi giovani>> [1]. La paura in generale è presente ma per Bertoncelli non crea <<un quadro fosco ma solo slabbrato>> comunicando <<una sorta di sollievo>> come se l’artista fosse riuscito a neutralizzare i fantasmi che lo inquietano [2].

Katarro come già nel primo ha pubblicato interessanti dettagli e descrizioni a proposito dei dieci brani che compongono l’album e che diversamente dal primo presenta maggiori complessità sotto il <<profilo compositivo>> con la partecipazione numerosa di altri musicisti [3].

La psichedelia è l’unico punto di contatto con Beach Party da un punto di vista sonoro. Se nel primo il blues era l’anima del disco The Halfduck Mistery pulsa di pop anni ’60. Va comunque detto che gli spunti le riprese sono innumerevoli pur nella sua personalissima interpretazione.

Brighenti esalta la sua capacità di mischiare e sovrapporre con fervida immaginazione generi tanto da paragonarlo al regista che infila nel suo film Paranormal Activity, Inglourious Baastard, Alice In Wonderland e Avatar. Lasciato il blues e la <<dimensione one man band>> riprende con i suoni Wyatt, Caravan, Syd Barrett, Byrds, Beach Boys fino ai Beatles <<in acido>> [4].

Ben evidenti anche in Bertoncelli le note sulle citazioni di band che hanno fatto la storia del rock. Katarro ha sfruttato al meglio la messe di spunti grazie alla possibilità di poter ascoltare la musica pop degli ultimi cinquant’anni. Il più <<devastante personaggio della scena rock italiana degli ultimi anni>> ha scritto un album che non ha nulla di banale e quando sembra darci segni convenzionali <<si perde, divaga, cade in botole più o meno profonde>>. Il neo? Aver ignorato l’italiano [5].

Nel suo ottimo commento al disco Apa sottolinea la fantasmagorica capacità creativa di attraversare, con un incedere sghembo e senza apparente direzione, ogni sorta di spunto sonoro. Un’opera dove <<mai si profila la costrizione della materia. Melodie, suoni, timbriche invitano ad un ascolto sensoriale, ove partecipa tutto il corpo>>, un insieme di <<canovacci tra garage, pop, archi jazzati, il largo utilizzo di strumenti orchestrali: un camaleonte tra Mercury Rev, Syd Barrett, Jennifer Gentle e il ritorno alla quiete nell’utero musicale dei Fleet Floxes>> [6].

Pozzi parla di un <<piccolo grande capolavoro>> con il taglio psichedelico in comune con il primo, ma di annate diverse. La qualità dei brani nella scrittura e nello sviluppo è di altro tenore in confronto all’esordio e uno degli esempi sono i sei minuti di Rustiling che aprendo il disco procede veloce tra variazioni cambi scarti continui.  E così un po’ per tutto l’album fino alla conclusione affidata <<all’alternarsi tra passato e futuro formato da You’re An Animal!  e Sudden Death. La prima è baroque pop fuori da ogni coordinata spazio-temporale, la dimostrazione di come si scrive una grande canzone oggi così come 40 anni fa; la seconda un’improvvisazione inquietante, tra drone, un piano lontano, elettronica varia e una lezione di inglese fuori controllo>> [7].

Anche la recensione di Vignola è carica di annotazioni di valore. Ripercorre le differenze significative che si ritrovano in questo lavoro rispetto al precedente e nonostante la <<passione>> per gli anni ’60 che resta. Adesso però esplode e si allarga in territori più complessi musicalmente. La mutazione genetica avviene sulla voce <<sostenuta e meno tagliente, incline alla coralità, con una ricerca quasi devota della melodia>>. Le citazioni sono per Pop Skull, Three Minutes In California e You’re An Animal!, <<dichiaratamente barrettiana>>, che danno <<a questo progetto uno spessore inconsueto per un prodotto “indipendente”>> [8].
Non vi curate di noi, ascoltate!

Ciro Ardiglione

genere: pop creativo
Samuel Katarro
The Halfduck Mystery
etichetta: Angle-Trovarobato/Audioglobe
data di pubblicazione: 15 aprile 2010
brani: 10
cd: singolo

[1] Alfredo d’Agnese, “Katarro”, XL aprile 2010, pag. 85
[2] Riccardo Bertoncelli, “Il dottor Mariotti e mister Katarro”, Linus aprile 2010, pag. 63
[3] potete leggerli su myspace; i musicisti esterni sono Enrico Gabrielli (tastiere), Mattia Boschi (violoncello), Enrico Pasini (flicorno), Mario Frezzato (oboe), Alberto Danielli (Basso-tuba), Simone Bardazzi (banjo) e Lorenzo Maffucci (bassa fedeltà e performance concettuali).
[4] Flavio Brighenti, XL aprile 2010, pag. 208
[5] Riccardo Bertoncelli, ibidem, pagg. 62-65
[6] Ester Apa, www.rockit.it, 23 aprile 2010
[7] Fabio Pozzi, www.indie-eye.it, 8 aprile 2010
[8] John Vignola, Il Mucchio, numero 669

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